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	<title>Lost Highways &#187; Focus</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>20th Century Music &#8211; Roberto Aussel</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 09:56:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo La Sala</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno strumento che nel 1900 ha visto arricchire il suo repertorio con composizioni che sfruttano le sue peculiarità è la chitarra classica. Un repertorio che però è ancora oggi poco conosciuto da molti, e quindi sottovalutato, anche perché poco incline alla amplificazione, senza la quale, ai giorni nostri, sembra non potersi fare più nulla! Pensate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/aussel.jpg" alt="" width="200" height="198" />Uno strumento che nel 1900 ha visto arricchire il suo repertorio con composizioni che sfruttano le sue peculiarità è la chitarra classica. Un repertorio che però è ancora oggi poco conosciuto da molti, e quindi sottovalutato, anche perché poco incline alla amplificazione, senza la quale, ai giorni nostri, sembra non potersi fare più nulla!<br />
Pensate che fascino può avere questo strumento, completamente avvolto dal corpo dell&#8217;esecutore, l&#8217;unico che produce il suo suono direttamente tramite le dita, senza bisogno di un mezzo esterno, sia esso plettro, martelletti, tasti, archetto, chiavette ecc, una dinamica che va dal pianissimo al mezzo piano, si e no arriva al mezzo forte, che riesce, però, a giocare perfettamente proprio con le dinamiche (forti, piani, crescendi, decrescendi), che può servirsi di una diversità timbrica e di molti altri mezzi espressivi assolutamente peculiari.<br />
Il CD che voglio proporre al vostro ascolto è composto da musiche del ventesimo secolo, ma non  quelle in cui, per dirla come l&#8217;ha detto un bimbo, i suoni sembrano non avere senso, come potrebbe essere per composizioni dodecafoniche o “musica seriale”, e per quella un po&#8217; più particolare detta “aleatoria”.<br />
Tanto per ridere: una volta, in un teatro pieno di abbonati, ad un concerto di musica contemporanea, su un brano di Anton Von Webern, esponente eminente della musica seriale, si è sentita una persona chiedere se gli strumentisti stavano suonando o accordando!<br />
Invece con queste musiche siamo ancora in quella fase in cui la tonalità non è persa del tutto, ma le sonorità si arricchiscono di dissonanze, e non sempre c&#8217;è una melodia ben definita da seguire. Insomma, un&#8217;idea per cominciare ad esplorare questo mondo.<br />
Vorrei consigliarvi l&#8217;ascolto del CD <strong><em>20<sup>th</sup> Century Music</em></strong>, prodotto dalla GHA ed inciso dal chitarrista argentino Roberto Aussel, che ha dedicato la maggior parte dei suoi studi al repertorio della musica contemporanea e che, a mio avviso, con queste incisioni fatte nel 1985 e nel 1990 ha regalato al mondo della musica, e della chitarra in particolare, una preziosissima opera da custodire gelosamente.<br />
Il M° Aussel dà subito prova della versatilità dello strumento con il brano dell&#8217;autore francese Francis Kleynjans (1951), intitolato <strong><em>A l&#8217;aube du dernier jour</em></strong><em>. </em>Il brano si divide in due movimenti, <strong><em>Attende</em></strong> ed <strong><em>Aube</em></strong>.<br />
Che vuol dire? Avete presente il panico del quando applaudire che prende chi ascolta un concerto di musica classica? Ebbene, avviene perché un brano spesso è formato da più parti, che sono chiamate “movimenti”, appunto, e l&#8217;interpretazione è strettamente legata al come vengono legati i vari movimenti.<br />
Il nostro brano narra la sensazione dell&#8217;attesa di un condannato a morte (<strong><em>Attende</em></strong>), e la sua camminata verso il patibolo per l&#8217;esecuzione, che, come nelle migliori tradizioni, avviene all&#8217;alba (<strong><em>Aube</em></strong>). No no, non impressionatevi, niente di tetro, ma davvero geniale! E sì, infatti bisogna ascoltare l&#8217;utilizzo espressivo della chitarra. Viene simulata l&#8217;ansia del condannato con una, due, tre note, seguite dallo scorrere del tempo scandito dal ticchettio dell&#8217;orologio, e questo tic-tac è eseguito con corde stoppate. Verrebbe da dire: suoni onomatopeici! Si avverte l&#8217;angoscia di non riuscire a fermare il tempo, fino alla rassegnazione. I rintocchi di un orologio, riprodotto con corde “intrecciate”, fanno capire che siamo arrivati all&#8217;alba. Si sentono dei passi, riprodotti con effetti percussivi, che si fermano dietro la porta. Il rumore della chiave nella serratura, lo girare di quest&#8217;ultima nella toppa e il rumore della porta che si apre. Quindi un ostinato di quattro note imita l&#8217;andatura della camminata di quest&#8217;uomo verso il patibolo. Nel frattempo la mente del condannato è invasa da mille pensieri, mille sensazioni, fino ad arrivare alla realtà della’esecuzione, la camminata che si ferma, effetto pizzicato della chitarra, fino ad arrivare al posizionarsi e all&#8217;esecuzione: corda tirata, un “tocco alla Bartok” (che poi è un effetto simile, ma non uguale, allo slap di uno strumento elettrico)! Come vi dicevo, geniale!<br />
Segue la <strong><em>Sonatina Meridional</em></strong> di Manuel Maria Ponce (1882-1948), un compositore messicano che fu molto amato dal grande chitarrista Andrès Segovia a cui la chitarra deve tanto e che è stato dedicatario di buona parte del repertorio chitarristico novecentesco. Il brano, diviso in tre movimenti, rimanda ai suoni e ai ritmi popolari, con belle melodie ma sorrette da un&#8217;armonia molto particolare.<br />
Quindi c&#8217;è la <strong><em>Cavatina</em></strong> del polacco Alexander Tansman (1897–1986), composta da ben cinque movimenti! Il brano, tra i più importanti del repertorio chitarristico del novecento, è davvero molto bello. Normalmente la Cavatina indica una particolare aria usata dagli operisti del 1700 e 1800 per presentare vocalmente e psicologicamente un personaggio. Qui il termine Cavatina è utilizzato come “suite” di brani, composti dopo che il compositore è rimasto affascinato dalla città di Venezia e dalla sua laguna, luogo in cui Tansman amava soggiornare spesso, in cui si mette ben in risalto le timbriche e la cantabilità della chitarra. Contemporaneo nell&#8217;armonizzazione, ma estremamente godibilissimo&#8230; come un film!<br />
Seguono due brani del compositore spagnolo Joaquin Rogrigo (1901-1999), <strong><em>En los trigales</em></strong><em> </em>e <strong><em>Fandango</em></strong>, in cui esce la Spagna del flamenco e dei sui locali. La chitarra assomiglia ad un&#8217;orchestra che si passa le frasi da una sezione all&#8217;altra, sfruttandone le caratteristiche timbriche.<br />
Il CD si chiude con la <strong><em>Sonata opus 47</em></strong><em> </em>unica composizione per chitarra del compositore argentino Albero Ginastera (1916-1983), apprezzato anche dal celebre Keith Emerson. Questa sonata, che ha segnato un&#8217;era importante per la chitarra per come sfrutta le sue caratteristiche, è quella che più ci porta su quella musica contemporanea di cui vi parlavo all&#8217;inizio. Come tutte le sonate è formata da quattro movimenti: Esordio, Scherzo, Canto e Finale, questi ultimi due pensati come un unicum, infatti occupano una sola traccia. In questo brano, scritto nel periodo neo-espressionista dell&#8217;autore, è possibile ascoltare tutte le peculiarità della chitarra, dalle note basse a quelle sovracute, fin oltre la tastiera, addirittura viene utilizzato anche il suono delle corde tirate appena prima del capotasto, quella barretta verticale dopo la quale è possibile premere le corde, per poi sfociare nella ritmica vorticosa dell&#8217;ultimo tempo, fatta di rasgueados e ritmi percussivi in contro tempo.<br />
Non cercate a tutti i costi delle melodie, apritevi ad un ascolto nuovo della musica e lasciatevi trasportare dalla magia che l&#8217;interprete crea con la sua visione del brano.</p>
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		<title>Afterhours: presentazione ufficiale di Padania</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 18:32:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piera Tedde</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra Piazzale Lodi e Porta Romana a Milano, poco fuori dalla circonvallazione esterna cantata in Non è per sempre, c’è una cascina che pare un luogo a sè stante rispetto alla città, un luogo che non ha nulla a che fare con il caotico traffico di un venerdì mattina milanese. La Cascina in questione è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/afterhours_conferenza01.jpeg" alt="" width="300" height="199" />Tra Piazzale Lodi e Porta Romana a Milano, poco fuori dalla <strong><em>circonvallazione esterna </em></strong>cantata in <strong><em>Non è per sempre</em></strong>, c’è una cascina che pare un luogo a sè stante rispetto alla città, un luogo che non ha nulla a che fare con il caotico traffico di un venerdì mattina milanese. La Cascina in questione è Cascina Cuccagna e oggi gli Afterhours presentano alla stampa il loro nuovo lavoro dal provocatorio titolo <strong><em>Padania</em></strong>. Con interesse e grande curiosità abbiamo partecipato ad un appuntamento stimolante e ricco di spunti di riflessione. Padania non è un luogo fisico, ma una metafora territoriale (come lo fu la Rimini di De André o la Paname di Leo Ferré) usata per indicare uno stato mentale, una condizione interiore dell’essere umano. <em>“E’ il nome che meglio rappresenta la disperazione di uomini che sanno di poter avere tutto tranne se stessi”</em>,<em> </em>come spiega Manuel Agnelli. Con un giorno di anticipo sulla data di uscita ufficiale, il nuovo lavoro sarà disponibile dal 16 aprile in tutte le FNAC in edizione di solo cd o Deluxe con all’interno le foto del set della cover e il libretto dei testi formato (il tutto in formato A4), una chiavetta usb da quattro giga contenente i brani in mp3+video esclusivo, il cd (con copertina alternativa), il coupon per ingresso gratuito ad un concerto del Summer Tour e quattro piccole boccette con “dentro l’anima degli Afterhours”.</p>
<p style="text-align: justify;">La foto di copertina, desolante immagine di un cancello aperto sul ghiaccio e di palazzi avvolti dalla nebbia, rimanda al freddo di quel luogo interiore in cui tutto il panico, la disperazione e l’odio che lo abitano ci fanno sentire soli e senza punti di riferimento sicuri. Ed è per questo che nasce <strong><em>Padania</em></strong> come ancora, spiega il leader Manuel Agnelli, <em>“con l’obiettivo di far sentire meno sole le persone, se riuscissimo a dare anche solo un po’ di conforto non sarebbe male”.</em> Nasce come concept album, non tanto nella narrazione, quanto nell’esigenza di far arrivare attraverso la musica <em>“le emozioni che avvertiamo intorno a noi come la paura, l’odio, il panico che le persone sentono in questo periodo”. <strong>Padania</strong></em> è un disco politico. Un disco politico in senso lato, perché il ruolo del musicista è quello di <em>“fare informazione, comunicare quanto non finisce sui giornali, o meglio in televisione. E non è soltanto la comunicazione il problema, ma anche di come la gente si sente. Ormai la gente sembra dissociata dai media. Compreso internet”. </em>Il musicista ha non solo il diritto ma il dovere di essere un punto di riferimento culturale. Non è il disco della rock band Afterhours, ma è il disco del più ampio progetto Afterhours che, dopo vent’anni, ambiscono ad essere un progetto culturale come riescono ad esserlo <em>“ad esempio, i Flaming Lips che hanno aperto la Womb Gallery a Oklahoma City, dove vengono organizzate performance, mostre, feste, rave e dove tutti possono entrare, dal più tamarro al primo ministro, tutto è organizzato dal gruppo che in sostanza si diverte, promuove ciò che preferisce”</em>, spiega Agnelli<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/afterhours_conferenza02.jpeg" alt="" width="300" height="199" />La conferenza stampa si conclude sul punto riguardante la presentazione di <strong><em>Padania</em></strong> nel circuito Fnac: si partirà da MIlano lunedì 16 aprile, si continuerà martedì 17 a Verona, mercoledì 18 a Torino, sabato 28 a Firenze, domenica 29 a Roma, martedì 3 maggio a Napoli (data in cui Losthighways modererà l’incontro).<br />
Così, dopo i primi assaggi (in streaming sul <a href="http://soundcloud.com/afterhours-official">SoundCloud</a> della band) ovvero i due brani <strong><em>La Tempesta</em></strong><strong><em> è in arrivo</em></strong> (con video-sigla della miniserie Sky Faccia d’angelo) e la titletrack,  <strong><em>Padania</em></strong> arriverà a tutti coloro che vorranno incontrare un lavoro discografico (e non solo) denso e profondo nelle sue articolazioni.<br />
Inoltre il 19 maggio gli Afterhours suoneranno a titolo totalmente gratuito all’Aquila per portare il loro sostegno alla popolazione e tenere alta l’attenzione sul dramma che l’Abruzzo vive ancora dopo il terremoto dell’arile del 2009.<br />
Il tour partirà il 7 giugno dall’Ippodromo delle Capannelle di Roma, dove gli Afterhourssi esibiranno con gli Afghan Whigs di Greg Dulli.</p>
<p style="text-align: justify;">(Foto di <a href="http://www.imlphotographer.com/">Ilaria Magliocchetti</a>; si ringraziano Francesco Carlucci &#8211; Fleisch Ufficio Stampa e Roberta Accettulli &#8211; Afterhours Management)</p>
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		<title>Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria: Anime Salve di Fabrizio De Andrè</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 10:06:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Concetta Botrugno</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sei solo quando sei tra la folla, ma il tuo silenzio fa più rumore di tutto il baccano intorno a te; sei solo quando sei a tu per tu con le tue paure e con il tuo dolore. Sei solo quando a scuola vieni deriso e maltrattato dal classico bulletto, perchè hai un colore di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/deandrè_2012.jpg" alt="" width="300" height="200" />Sei solo quando sei tra la folla, ma il tuo silenzio fa più rumore di tutto il baccano intorno a te; sei solo quando sei a tu per tu con le tue paure e con il tuo dolore. Sei solo quando a scuola vieni deriso e maltrattato dal classico bulletto, perchè hai un colore di pelle o gusti sessuali diversi dai suoi, come se scegliere chi amare fosse così semplice come scegliere il gusto di un gelato. Sei solo quando lasci la tua adorata terra natia e i tuoi cari e parti verso una meta che possa offrirti maggiori opportunità, al fine di reinventare la tua fortuna. Ancora oggi siamo soli, malgrado la virtualità abbia ridotto le distanze fisiche. Ancora oggi c&#8217;è chi è solo perchè non ce la fa ad arrivare a fine mese o perchè vittima dei pregiudizi, nonostante il progresso culturale che ci dovrebbe distinguere dai nostri antenati. Nel gennaio scorso ricorreva il tredicesimo anniversario della scomparsa del più grande cantautore italiano del nostro secolo, il genovese Fabrizio De Andrè. E con il presente articolo non si vuol far altro che rendere umilmente omaggio ad un uomo, il cui ricordo rimarrà indelebile nei nostri cuori e nelle nostre menti grazie alle sue opere. Le forme di solitudine descritte in apertura sono solo alcune di quelle raccontate nel concept album <strong><em>Anime Salve</em></strong> (BGM Ricordi, 1996), scritto assieme all&#8217;amico e conterraneo Ivano Fossati. Il disco è <em>una specie di elogio alla solitudine</em> poiché, come sosteneva lo stesso Faber, il rimanere soli con se stessi è una buona opportunità non solo per comprendere meglio il proprio io e gli altri esseri umani ma tutto l&#8217;universo in generale: <em>da una foglia che spunta di notte in un campo, fino alle stelle</em>. Il nostro scrigno schiude nove preziosissime tracce, che sembrano unire simbolicamente etnie differenti. In esso, infatti, convivono le sonorità tipiche della cultura musicale sudamericana, assieme a quelle proprie della musica balcanica e mediterranea. La <strong><em>Princesa</em></strong> Fernandiño narra la storia di uno dei tanti spiriti solitari rifiutati dalla nostra società, quello di un uomo che si trova più a suo agio nelle vesti di donna e che abbandona la campagna ed una mentalità gretta, per inseguire un sogno di libertà, ovvero operarsi e correggere l&#8217;errore fatto da madre natura. A smorzare i toni crudi, usati da De Andrè per raccontare questa realtà, intervengono le agili e armoniose note della fisarmonica e del mandolino, nonchè i cori finali in portoghese che sembrano invitare l&#8217;ascoltatore ad un piacevole ballo. Il pezzo successivo <strong><em>Khorakhanè – A Forza Di Essere Vento</em></strong> è di una bellezza disarmante e conquista col suo ritmo lento, scandito dolcemente ed elegantemente dal suono del violino e della chitarra, quasi a voler rivivere assieme al popolo rom ogni istante del suo viaggio senza fissa dimora e meta alcuna. La lirica si chiude con i versi struggenti in lingua rom, cantati dalla moglie Dori Ghezzi. E&#8217; la volta di <strong><em>Anime Salve</em></strong>, che presta il nome all&#8217;album. Su un tappeto di calde e morbide percussioni si adagiano le parole di De Andrè a raccontare l&#8217;alternanza di quiete e tempesta che caratterizza le giornate di queste anime smarrite e ai confini del mondo, parole interrotte qua e là dal suono della tastiera o  della cornamusa. L&#8217;intro e la chiusura in lingua genovese di <strong><em>Dolcenera</em></strong> delimitano un brano che scorre impetuoso come l&#8217;alluvione che colpì Genova negli anni &#8217;70, nel mentre si consumava l&#8217;amore immaginario tra il protagonista della canzone e la moglie di Anselmo. Il ritmo è incalzante e frenetico e a tenere banco sono soprattutto la fisarmonica, l&#8217;ukulele e lo shaker. <strong><em>Le Acciughe Fanno Il Pallone </em></strong>(tipica espressione ligure) e <strong><em>Disamistade</em></strong> (termine sardo che vuol dire inimicizia) hanno come protagonisti rispettivamente le acciughe, come metafora marina dell&#8217;uomo di oggi, e una faida tra due famiglie nemiche, tipica delle zone centro-meridionali italiane fino a qualche decennio fa. I suggestivi flauti e la gajda finale, nella prima, accompagnano l&#8217;uomo moderno, che cerca volutamente la solitudine per liberarsi da un&#8217;esistenza fatta di fatiche e disillusioni, allo stesso modo delle acciughe che attendono il momento migliore per liberarsi dalla rete e sfuggire ai loro predatori. Nella seconda, invece, un arrangiamento cupo e raffinato fatto di strumenti a fiato e percussioni, violino e tastiere accentua la solitudine innescata da quest&#8217;odio tra famiglie, che si tramanda inesorabile e doloroso da generazione in generazione. <strong><em>Smisurata Preghiera </em></strong>rappresenta un sunto dell&#8217;intero album, una sorta di invocazione ad un&#8217;entità più grande di noi, come affermava lo stesso Faber, affinchè si accorga dei torti subiti dalle minoranze da parte delle maggioranze che, essendo più numerose, si sentono in diritto di umiliarle.<br />
<strong><em>Anime Salve</em></strong>, premio Tenco nel 1997, è un capolavoro di musica e parole, una boa di salvataggio nei momenti di solitudine grazie alla calda e rassicurante voce del suo autore, che ancora una volta si rivolge ai perdenti, agli emarginati, agli ultimi che, con coraggio ed umiltà, prima o poi diventeranno i primi. Ognuno di noi vive la sua personale forma di solitudine e non può certo sperare di essere compreso da un suo simile, perchè siamo fatti di esperienze, sogni, paure ed emozioni differenti e si fa fatica a calarsi nei panni degli altri, soprattutto quando determinate situazioni non si vivono in prima persona. E allora non resta che rimboccarsi le maniche e trarre forza da sé da questa condizione, ricordandosi magari le parole pronunciate da Fabrizio, un&#8217;<em>anima salva</em> come noi:<br />
<em>“Gli ultimi saranno i primi, forse non voleva essere una profezia metafisica. Ieri cantavo i vinti, mentre oggi canto i futuri vincitori: quelli che coltivano la propria diversità con dignità e coraggio. I nomadi, per esempio, e tutti quelli che attraversano i disagi dell&#8217;emarginazione senza rinunciare ad assomigliare a se stessi. Sono loro, saranno loro, i vincenti. Perchè muovono la Storia. I perdenti sono le persone che più mi affascinano. Per me dietro ogni barbone si nasconde un eroe. E&#8217; la fuga dal branco che ci porta a maturare spiritualmente. Così la solitudine diventa una possibilità di riscatto. E forse la vita, più che una corsa verso la morte, è una fuga dalla nascita.”</em></p>
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		<title>Dal battello ebbro musicavamo il mondo: Il Teatro degli Orrori</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Feb 2012 10:42:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Des Dorides</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una qualche leggenda con fonte sconosciuta, forse meglio sconosciuta come istinto, narra che i migliori gruppi musicali della storia all’inizio suonassero in sale prove dismesse. I Clash, si riunivano in un edificio abbandonato, ad esempio. Il Teatro degli Orrori si trovavano in una sala prove non deluxe di Maghera. Pierpaolo Capovilla, voce, Gionata Mirai, chitarra, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/teatro-degli-orrori_focus01.jpg" alt="" width="300" height="209" />Una qualche leggenda con fonte sconosciuta, forse meglio sconosciuta come istinto, narra che i migliori gruppi musicali della storia all’inizio suonassero in sale prove dismesse. I Clash, si riunivano in un edificio abbandonato, ad esempio. Il Teatro degli Orrori si trovavano in una sala prove non deluxe di Maghera. Pierpaolo Capovilla, voce, Gionata Mirai, chitarra, Francesco-Franz-Valente, batteria e Giulio Ragno Favero, bassista, nel 2007 danno vita al loro primo album: <strong><em>Dell’Impero Delle Tenebre</em></strong>, per l’etichetta indipendente La Tempesta Dischi. Incuriosiscono e sorprendono fin da subito. E’ un meteorite caduto di schianto su un territorio musicale italiano semidesertico. <strong>Il Teatro Della Crudeltà</strong> di Artaud è portato da Capovilla come vanto d’ispirazione per il nome del gruppo. Ed in effetti le tinte forti e drammatiche sono proprio ciò che coinvolge e turba. Crudeltà non sta per violenza ma per ricerca ed espressione della verità. Andare in fondo, abissarsi in se stessi, nelle cose che ci circondano ed elaborare un modo per urlarne le ombre, i mostri più oscuri, dilanianti, esaltanti. E sul palco, ai loro concerti, c’è trasposizione di tutto questo: la mimica facciale di Capovilla, i gesti liberatori del corpo. La parola ad enunciare il sentire, ad inchiodare la realtà ed il suono a pioggia sullo spettacolo nudo. Carmelo Bene echeggia dietro l’impostazione della voce di Pierpaolo in <strong><em>E lei venne!</em></strong> Ispirata a <strong>Il vino dell’assassino</strong> di Baudelaire. Poesia declamata in salsa rock noise forgiato di dissonanze ed asprezze. Pegno di rispetto e amore alla memoria con <strong><em>Compagna Teresa</em></strong> dove chitarra e batteria hanno la mole di mitragliate shock. L’uomo ed il divino, dissacrato e umanizzato. <em>“Tu così vicino a Dio ma tanto lontano che io non ti riconosco più”</em>: <strong><em>Maria Maddalena</em></strong> è la canzone che chiude il primo album e crea un ponte col secondo.<br />
Nel 2008 lo split con gli Zu, gruppo math rock a fusione grindcore/punk jazz, contiene <strong><em>Fallo!</em></strong> e <strong><em>Nostalgia</em></strong>. Le ritmiche in continua evoluzione degli Zu si ingolfano e si amalgamano con quelle de Il Teatro degli Orrori. Detonazioni allusive e disorientanti, questo è il risultato.<br />
In occasione di Sanremo, nel 2009, gli Afterhours danno vita al progetto <strong>Il Paese È Reale</strong>, una raccolta di brani di artisti italiani, emergenti e non. Una sorta di manifesto musicale per ricordare che la canzone in Italia non è solo quella con la poltrona sotto al deretano. Il Teatro degli Orrori esce con <strong><em>Refusenik</em></strong>, un pezzo giustamente non diplomatico per parlare dei  militari israeliani che si rifiutano di combattere nei territori occupati della Palestina.<br />
Un tour di un centinaio di date li vede girare un po’ tutta l’Italia. E poi di nuovo sala prove. Entra nel gruppo Nicola Manzan, chitarra, tastiera e violino. Riemergono con <strong><em>A Sangue Freddo</em></strong>. Ora spopolano, in alcuni casi sono quasi venerati, portatori di un verbo. C’è una sorta di cordone ombelicale con <strong><em>Dell’Impero Delle Tenebre</em></strong>. Vino e caffè mentre si attende ancora qualcuno, siamo ancora sprofondati nell’inevitabile quotidianità insidiosa e macabra. Le tematiche si evolvono, questo è il desiderio principale del gruppo: narrare, portare alla luce. Le tenebre sembrano essersi diradate per mostrare interamente lo scenario di ipocrisie, ingiustizie, soprusi. Il linguaggio si fa più lapidario, risoluto, beffardo. Ed il suono è più lineare, preciso, sempre denso. Chitarre che solcano il terreno delle tragedie da notiziario in prima serata, il basso che gratta il fondo che non si vede mai nella liricità di un Majakovskij.<br />
Tumulti all’interno del gruppo, riportati sul web, non sembrano scalfire la volontà di fare musica. I componenti sembrano più attivi e creativi che mai. Giulio e Pierpaolo lavorano al nuovo album dei One Dimensional Man, <strong><em>A Better Man</em></strong>. Gionata Mirai, invece, dà alla luce il suo progetto da solista <strong><em>Allusioni</em></strong>. Non solo: Capovilla, Richard Tiso, collaboratore di vecchia data de Il Teatro degli Orrori, al contrabbasso, e Kole Laga dei 2 Pigeons, al pianoforte, creano <strong>Eresia</strong>, reading di versi del poeta Majakovskij. E poi il terzo atto de Il Teatro degli Orrori. Nel Gennaio 2012 <strong><em>Il mondo nuovo</em></strong> si impone all’attenzione dei molti, seguaci e non. Una lente d’ingrandimento sul pianeta Terra  articolata in suono e parola che lascia il suo affresco distopico dei giorni nostri.<br />
<img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/il-teatro-degli-orrori_focus02.jpeg" alt="" width="300" height="213" />Non deve essere facile essere degli artisti pessimi ma neanche bravi se, ad ogni uscita del tuo lavoro, stanno tutti col fucile puntato aspettando di misurare il livello di capolavoro che raggiungi. Le grandi aspettative oggi, in musica, pregiudicano l&#8217;ascolto, non lo aiutano a quanto pare. Parrà quel che parrà ma c&#8217;è di fatto che il<strong> </strong>carrarmatorock è ancora in pista. In copertina Face Cancel di Roberto Coda Zabetta, artista di Biella. Il ritratto di una, cento, mille esistenze tumefatte da tutte le cose che si desiderano separate da noi da oceani. L&#8217;uomo solo <em>nel ventre della marea</em>. <strong><em>Il mondo nuovo</em></strong> ha la matrice sonora che distingue il gruppo: corposa, febbrile, dove chitarra e batteria si rincorrono e scontrano fino a rendere difficile il respiro<strong>. <em>Rivendico</em>, <em>Io cerco te</em>, <em>Non vedo l&#8217;ora</em></strong> rispecchiano a pieno questa nevrosi musicale corteggiata da pesanti bolle di basso. Risoluto e citazionista, Il Teatro degli Orrori apre il sipario su scenari inquietanti affilando la lama con nomi come Pasolini, Zizek, Asor Rosa.  Un&#8217;acustica <strong><em>Ion</em> </strong>si chiede:<em>“ma  perché mai una vita onesta finisce così”</em>,<em> </em>forse per una legge del contrappasso dove non c&#8217;è peccato ma solo pena. Ion Cazaku era un rumeno bruciato vivo dal suo datore di lavoro. Tra le macerie di una città c&#8217;è un soldato che lamenta gli orrori della guerra all&#8217;amico in <strong><em>Cleveland-Baghdad</em></strong>. Le sonorità sono particolarmente fedeli a quelle degli album precedenti e le parole, come sempre, lapidarie:<em>“io non voglio più vivere”</em>. <strong><em>Cuore d&#8217;oceano</em></strong> è un&#8217;odissea di qualcuno che tenta la fortuna, odissea  smangiata e divorata dal rap-core di Caparezza<strong> </strong>col tocco ipnotico e sintetico degli Aucan. Rime e campionature per un incedere tragico e fatale. Una <strong><em>Doris</em></strong> neorealista sfila tra le disillusioni quotidiane e quasi ha il sapore di una poetica montaliana. Un album ricco di nomi: migranti e dispersi, oppressi e repressi. Un tributo musicale alla realtà. <strong><em>Gli Stati Uniti D’Africa</em></strong> è un brano giocato sulle ritmiche e cori simil africani, si canta di fughe e clandestinità disumane, carceri prima di tutto mentali dell’Occidente capitalista e militarista. Tessitura complessa, ascolto che implica volontà di tuffarvisi. Gli spazi della sperimentazione vanno percorsi e qui lo si fa con la parola che lambisce i fiordi del rock hardcore. Fine concept album: protagonista, in <strong><em>Vivere e morire a Treviso</em></strong>, la voce di Capovilla interpreta una lunga lenta decadenza della banalità sul filo di un beat ripetitivo, stile catena di montaggio lavorativa, e con sciabordii sullo sfondo. Il viaggio, ispirato a  Voyage au bout de la nuit di Céline, termina ma prosegue, magari oltre il cinismo dell’opera francese. <em>“Dentro di te c&#8217;è così tanto amore da rifare il mondo intero”. </em></p>
<h2 class="sectionhead">Io cerco te &#8211; Video</h2>
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		<title>Datemi il Tempo &#8211; Claudio Luongo</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 08:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo La Sala</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“L&#8217;eternità ha l&#8217;estensione di un palpito, il tempo di un respiro”, con queste parole, della scrittrice Antonella Catini Lucente, ci accoglie il libretto del CD di Claudio Luongo, compositore ed interprete della musica che vi è incisa. Datemi il Tempo è il titolo del suo album prodotto nel luglio 2011 dall&#8217;etichetta indipendente SMC (Salvatore Mignano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Luongo_cover_2011_esec_OK.png" alt="" width="200" height="196" /><em>“L&#8217;eternità ha l&#8217;estensione di un palpito, il tempo di un respiro”</em>, con queste parole, della scrittrice Antonella Catini Lucente, ci accoglie il libretto del CD di Claudio Luongo, compositore ed interprete della musica che vi è incisa. <strong><em>Datemi il Tempo</em></strong> è il titolo del suo album prodotto nel luglio 2011 dall&#8217;etichetta indipendente SMC (Salvatore Mignano Comunication) e che porta anche il marchio delle edizioni  RaiTrade.<br />
Un&#8217;esigenza che ci accomuna tutti. <em>Datemi il tempo </em>di leggere, <em>Datemi il tempo di </em>poter ascoltare musica,  <em>Datemi il tempo</em> di vivere un respiro, un palpito della mia vita, della mia famiglia, dei miei amici,  <em>Datemi il tempo</em> di girare per il mondo e di soffermarmi sulle cose, <em>Datemi il tempo</em> per sognare e realizzare&#8230; scoprire&#8230; creare!<br />
Claudio Luongo, compositore ed interprete di se stesso.<br />
Quando si cerca di ritagliarci un po&#8217; di tempo, inevitabilmente esploriamo noi stessi, come ha fatto questo artista che ha messo a nudo il suo animo, i suoi pensieri, i suoi affetti, sia nelle partiture che altri leggeranno ed eseguiranno, sia, soprattutto, nell&#8217;interpretazione dei brani.<br />
Singolare la scelta del pianoforte, segnalato sulla copertina del CD come “Piano Vintage”, che dà all&#8217;incisione quel sapore di registrazione di una volta, con quel suono ogni tanto un po&#8217; “ferroso”, quasi a percepire il tipico rumore delle meccaniche che si attivano, il movimento del martello che sta per battere sulla corda e del pedale che si rilascia, che ti trasmette la sensazione di quell&#8217;umano gesto di chi si è seduto di fronte ad uno strumento e sta componendo e suonando nello stesso instante in cui pensa, che fa sembrare Claudio seduto a suonare davanti a chi ascolta. Una scelta coraggiosa e controcorrente, che impreziosisce ulteriormente questo CD e accende la curiosità di chi lo ha tra le mani.<br />
Nove brani che si alternano con una firma musicale ritrovabile nel “motore” che si percepisce in ogni composizione. Un motore che parte e che ti guida nei giochi di luce, portandoti su tra le nuvole, che ti fa conoscere persone ed atmosfere sognanti e riflessive, e che non ti lascia se non dopo averti donato l&#8217;esperienza di estraniarti dal tempo, insieme ad una voglia e frenesia di vita da vivere.<br />
A tal proposito vi dico: ATTENZIONE, non ascoltatelo mentre guidate, perché di sicuro qualcosa nella natura si muoverà perfettamente a tempo con il brano del CD che viene riprodotto in quel momento, e sembrerà che una migliore descrizione del mondo non ci possa essere. Questo vi rapirà talmente tanto da distogliere la vostra attenzione dalla guida, facendovi fare tratti di strada senza cognizione di tempo&#8230; tempo terrestre!<br />
Nove brani, dicevo, interpretati con un&#8217;intensità coinvolgente: <strong><em>Spiragli di luce</em></strong>, con un inizio delicatissimo, tanto da percepire il rumore delle meccaniche del pianoforte che assomiglia a quello di una finestra chiusa chissà da quanto e che ora si vuole aprire, con una nota acuta che sembra volere scandire il tempo, il giusto tempo che la luce si prende in queste situazioni per entrare e iniziare a giocare con quello su cui si rifrange. Quindi volare <strong><em>Come nuvole</em></strong>, guidati  dagli accordi iniziali che si muovono con quella leggerezza di un bimbo che sta capendo che può volare, e piano piano si alza e si lascia andare libero.<br />
Un&#8217;attenzione particolare alla terza traccia, <strong><em>Aspettando Godot</em></strong>, ispirata dalla famosa opera teatrale di Samuel Beckett, appartenente a quel genere di teatro dell&#8217;assurdo, dove la vita dell&#8217;uomo è apparentemente senza motivo, e dove l&#8217;incomunicabilità e la crisi di identità si manifestano nelle relazioni. Così come questo brano, un samba, che sviluppa i suoi ritmi variandoli, come alla ricerca di qualcosa, e portandosi verso un&#8217;accelerazione, ricreandosi ogni volta verso sonorità più tensive, chiudendo con ritmi incalzanti quasi contrastanti, a richiamare, forse, proprio la crisi di identità e la difficoltà di relazionarsi degli uomini.<br />
<em><strong>Piccolo Vulcano</strong>, <strong>Mine Vaganti</strong></em>, brani più intimi e riflessivi.<br />
<strong><em>Impressioni</em></strong>, per me il brano che, insieme ad <strong><em>Aspettando Godot</em></strong>, meglio rappresenta le intenzioni di questo CD, poiché con uno scorrere inesorabile, quasi drammatico, inevitabilmente scuote la parte interiore di chi ascolta, portandolo a riflettere sulle cose davvero importanti della vita per non lasciarsi prendere dal resto, ed evitare di perdere il nostro prezioso tempo.<br />
<strong><em>Gerry</em></strong>, un omaggio all&#8217;amico pittore Gerry Turano che ha prestato il soggetto per la foto di copertina. Un pittore descritto da un musicista, con sonorità che aprono la fantasia di chi ascolta e lo fanno vedere in fase creativa, che prende e mischia i colori dalla sua tavolozza.<br />
<strong><em>Rom</em></strong>, brano funambolico e virtuosistico che rimanda alle sonorità dei popoli balcanici.<br />
L&#8217;artista si congeda dall&#8217;ascoltatore con <strong><em>Una sera d&#8217;estate</em></strong>, dando la sensazione che il CD appena ascoltato sia già parte del passato e che le note che si stanno ascoltando sono solo il dolce cullarsi nel ricordo di quello che si pensa si stia vivendo adesso!<br />
Alla fine ci sono anche due bonus track, in cui vengono ripetuti due brani, <em><strong>Aspettando Godot</strong> </em>e <em><strong>Impressioni</strong>. </em>Il primo, trasformato quasi in un brano jazz, in trio col basso di Enrico Verrecchia e la batteria del giovanissimo Loreto Zullo, e l&#8217;altro in duo con la batteria, che bene evoca la sensazione di spazio e riflessione che vuole dare l&#8217;autore.<br />
Questo CD, poi, è diventato motore di uno spettacolo che vede protagonista il Maestro Luongo insieme ad un pittore, un attore e una scrittrice. Quattro persone che interagiscono intorno ad un pianoforte ed un quadro che sarà dipinto nel brave spazio del concerto-spettacolo.<br />
Carpe diem!</p>
<p style="text-align: justify;">Sito del M° Claudio Luongo<br />
<a href="http://www.claudioluongo.it/benvenuto.html">www.claudioluongo.it</a></p>
<h2 class="sectionhead">Video dello Spettacolo</h2>
<p><iframe width="500" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/bWYpgZmU1Ws?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Dallo spleen nelle stanze d&#8217;hotel agli inconsolabili disillusi: Non Voglio che Clara</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 07:36:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrica Errico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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		<description><![CDATA[Sdraiarsi sui prati a valle delle montagne bellunesi, ascoltare la voce di Luigi Tenco mentre si legge un romanzo di Pennac. E&#8217; in questo scenario, che può apparire così deliziosamente nostalgico, che prende vita la formazione dei Non Voglio che Clara. Il nome è preso in prestito da una frase de La prosivendola di Daniel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/nonvogliocheclara010212.jpg" alt="" width="300" height="200" />Sdraiarsi sui prati a valle delle montagne bellunesi, ascoltare la voce di Luigi Tenco mentre si legge un romanzo di Pennac. E&#8217; in questo scenario, che può apparire così deliziosamente nostalgico, che prende vita la formazione dei Non Voglio che Clara. Il nome è preso in prestito da una frase de <strong>La prosivendola</strong> di Daniel Pennac: <em>&#8220;Non voglio che Clara si sposi&#8221;</em>,  proclama con determinazione il protagonista del romanzo. E liriche appassionate, declaranti quel trasporto sentimentale che diventa struggente ostinazione e spasimo, caratterizzano il lavoro che la formazione di De Min si propone di andare a svolgere.<br />
Dopo varie autoproduzioni, la band esce nel 2004 con il primo Lp <strong><em>Hotel Tivoli</em></strong> dove lampanti sono le peculiarità che li decreteranno come una rivelazione: testi ricercati, sonorità prevalentemente acustiche, cantautorato spiccatamente sixties. Brani come <strong><em>Quello con la telecamera</em></strong> e <strong><em>Le Paure</em></strong> rimarranno nella memoria degli affezionati, regalando ondeggiamenti d&#8217;animo tra i racconti di solitudine e timidi approcci tra i tasti di un pianoforte.<br />
Trascorrono due anni e nel 2006 il gruppo pubblica un disco dal titolo omonimo. I Non Voglio Che Clara proseguono sulla linea già tracciata, ma sviluppandola e maturando; la scrittura si fa più articolata e gli arrangiamenti più complessi. Abbandonate quindi le verdi vallate e immaginate di essere a New York, di passeggiare la notte tra le vie e le luci della città; per la strada echeggia una melodia dalle atmosfere retrò che vi trascina in uno di quei lounge-club dove si respira aria di musica d’autore e di sigarette. Si inizia con gli archi di <strong><em>Un nome da signora</em></strong> per poi proseguire con la struggente <strong><em>Ogni giorno di più</em></strong>, un’intensa lettera d’amore dove il pianoforte e i violini ti trasportano nei meandri dell’intimo; parole lancinanti che, come pennellate, dipingono sentimenti tenaci dai colori delicati, tenui e gentili. Nel mezzo dell’album <strong><em>Troppi calcoli</em></strong> dà la sferzata pop più spensierata che continua con <strong><em>In un giorno come questo</em></strong>, il lalalla finale sembra catapultarti in una serata di pioggia a cantare per le strade con l’ombrello e Fred Astaire, ma in modo meno stonatamente vivace. Con la nostalgica <strong><em>Questo</em></strong> <strong><em>lasciatelo dire</em></strong> si ritorna alle emozioni profonde che trascinano quel velo grigio con sè che rende il tutto più soffuso. Il picco di malinconia viene raggiunto con <strong><em>L’avaro</em></strong>, che senza alcuna remora si potrebbe inserire tra le creazioni italiane più belle degli ultimi anni degna della poesia di Piero Ciampi; una traccia dove si rincorrono cambiamenti stilistici esplodendo in un finale di archi, e il violoncello quasi sepolcrale e definitivo riporta al cuore la negazione di momenti profondi e il voler relegare a ricordi ferite ancora brucianti <em>in un presente che è amaro.</em> <strong><em>Non voglio Che Clara</em></strong> può essere considerato il lavoro di affermazione del gruppo nel panorama musicale indipendente di qualità. Delle note che riescono a pizzicare corde del profondo con non celato spleen, distinzione, ricercatezza; e che ci lasciano sognanti tra i viluppi di tormenti e passioni reali o solo agognate.<br />
Altri quattro anni di concerti, incontri, sperimentazioni che danno come frutto l&#8217;album <strong><em>Dei Cani </em></strong>pubblicato nell&#8217;ottobre del 2010. La co-produzione di Giulio Ragno Favero (One dimensional man, Il Teatro degli Orrori) e l&#8217;elettronica dei Port-Royal, che partecipano in alcuni pezzi dell&#8217;album, danno una deviazione al percorso sin ora intrapreso dal gruppo, tralasciando in alcuni episodi la vena cantautorale e planando verso sonorità tendenti alle strade già battute dell&#8217;indie pop più electro. Le chitarre abbandonano l&#8217;acustica e si fanno più imponenti, come ne <strong><em>Le guerre</em></strong>, e compaiono computer e synth, come ne <strong><em>Il tuo carattere e il mio</em></strong>. L&#8217;apertura de <strong><em>La mareggiata del &#8217;66</em></strong> è corale e trascinante tra la batteria imponente e le note gravi del pianoforte; <strong><em>L&#8217;inconsolabile</em></strong> è un&#8217;ottima traccia che si rifà alla leggerezza tipica dell&#8217;italianità anni 60, l&#8217;uso della seconda voce femminile dà un tocco fresco e ameno e riporta alla mente i primi Baustelle. Altro notevole episodio è <strong><em>Il dramma della gelosia</em></strong> dove torna la vecchia e cara impronta del gruppo, pianoforte e archi in primo piano, testo accorato trabordante intensità e tormento; così come <strong><em>L&#8217;amore ai tempi del kerosene</em></strong>, un addio sofferto, un urlo insopprimibile, commuovente e al tempo stesso rassegnato.<br />
E&#8217; come se Clara fosse cambiata, come se avesse perso per strada un po&#8217; della sua innocente speranza, del suo mondo ovattato dai languidi fumi di pianobar. Come se i segni del tempo e della vita avessero creato una corazza più ruvida; è cresciuta ed è inevitabilmente disillusa. Forse proprio per questo tanti inconsolabili disincantati si ritroveranno ancora di più nelle sue storie, nelle sue parole, ma in fondo un po&#8217; degli antichi candori vorremmo che rimanessero in noi sempre, rievocatori di memorie impolverate e di amori di gioventù.</p>
<h2 class="sectionhead">L&#8217;inconsolabile &#8211; Video</h2>
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		<title>Spiros Maresca e la verità della musica</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 16:19:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciana Manco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando ho ascoltato per la prima volta Liberar lo sguardo di Spiros Maresca ho subito pensato alla verità, alla purezza, all’autenticità. La sua voce delicata e nitida, un Battiato giovane che canta di momenti vissuti, di emozioni provate e mai più dimenticate. Spiros sceglie parole semplici ma preziose, piccole gemme che si posano dentro e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/spiros-maresca.jpg" alt="" width="230" height="312" />Quando ho ascoltato per la prima volta <strong><em>Liberar lo sguardo</em></strong> di Spiros Maresca ho subito pensato alla verità, alla purezza, all’autenticità. La sua voce delicata e nitida, un Battiato giovane che canta di momenti vissuti, di emozioni provate e mai più dimenticate. Spiros sceglie parole semplici ma preziose, piccole gemme che si posano dentro e restano. I suoi ricordi in note diventano i nostri.<br />
Nato a Barletta ventisette anni fa,  si avvicina allo studio della chitarra all&#8217;età di sei anni. Gli anni dell&#8217;adolescenza passano tra lezioni di solfeggio e chitarra classica con Umberto Cafagna, di jazz con Nico Acquaviva e suonando in diverse formazioni musicali, i cui generi andavano dal rock al funky al blues.<br />
Durante gli anni dell’università trascura un po’ la musica, ma  nel marzo del 2008, subito dopo la laurea in Marketing e Comunicazione presso l&#8217;Università degli studi di Bari, comincia una fase della sua vita che avrà molta influenza circa la sua crescita artistica. Con uno zaino e la chitarra classica, parte per Parigi e inizia con  l&#8217;arte di strada. Sono mesi straordinari, il suo genere varia dal bossanova nei giorni di sole a musica cantautoriale italiana e francese in quelli nuvolosi.  Dopo qualche tempo Spiros riparte, sempre con lo zaino, ma senza chitarra, per l&#8217;Islanda. È il viaggio più importante, quello della ricerca di se stesso e della natura. Questo viaggio influenzerà anche la sua musica in maniera determinante, avendo portato con sé i silenzi dei grandi ghiacciai, il frastuono delle cascate e la pazienza dell&#8217;autostop. La tappa successiva è Londra. Qui Spiros continua a suonare in strada e in alcuni locali di Camden Town. È in questo periodo che comincia a scrivere la sua musica in maniera più decisa, spinto anche dal florido movimento musicale che si respira in città. Per diversi mesi suona nel Bossanova Cafè a Portobello road ed è in quel periodo che nascono e si consolidano amicizie fondamentali per il suo cammino: è qui infatti che incontra il direttore generale dello studio di registrazione Maxfold Ldt Production, Makoto Sakamoto ed è con lui che comincia a registrare i propri pezzi musicali. Fa esperienza per circa un anno all&#8217;interno di questo studio, che diventa quasi una seconda casa, e nel frattempo comincia ad interessarsi più assiduamente anche al flamenco, ne studia la tecnica e decide di trasferirsi a Barcellona nel giugno del 2010 per prendere lezioni private dal professor Alberto Marín. Attualmente è iscritto al corso di chitarra flamenca presso la Fundación Cristina Heeren de Arte Flamenco di Siviglia.<br />
Eternamente in viaggio, affamato di luoghi, profumi, contatti umani, Spiros mette ogni sfumatura della sua vita nei suoi brani. Su MySpace è possibile ascoltarne quattro, forse troppo pochi per la dipendenza che sa creare, ma sicuramente sufficienti per evadere e raggiungere posti altissimi dove potersi perdere.</p>
<p style="text-align: justify;">A voi: <a href=" http://www.myspace.com/spirosmaresca">MySpace</a></p>
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		<title>Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach: Glenn Gould</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 16:06:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo La Sala</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[Per inaugurare la nuova rubrica di cd di musica classica ho pensato di consigliarvi quello di un pianista che è stato un “appassionato” della registrazione audio – video, il grande Glenn Gould.  Mi riferisco a quel disco contenente l&#8217;esecuzione delle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach. Parlare di un’opera della musica classica non è così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/gould-by-hunstein0001.jpg" alt="" width="300" height="186" />Per inaugurare la nuova rubrica di cd di musica classica ho pensato di consigliarvi quello di un pianista che è stato un “appassionato” della registrazione audio – video, il grande Glenn Gould.  Mi riferisco a quel disco contenente l&#8217;esecuzione delle <strong>Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach</strong>.<br />
Parlare di un’opera della musica classica non è così facile, soprattutto poi, se si tratta di incisioni che sono entrate nella storia della musica.<br />
Cominciamo dall&#8217;autore del brano, Johan Sebastian Bach. Una volta un musicista mi disse: “c&#8217;è la musica e un po&#8217; più su c&#8217;é Bach”. Cosa dire di più? Credo che, per i più pigri, wikipedia narri bene la sua vita e le sue opere!<br />
Il brano inciso: Variazioni Goldberg BWV988.<br />
Sì, un solo brano, ma che dura 51 minuti, almeno nella versione incisa da Gould nel 1981. Non vi spaventate, è vero, la sigla BWV988 rimanda un po&#8217; ai nomi dati a quei pianeti lontani dal nostro Sistema Solare, ma non è altro che l&#8217;acronimo di Bach-Werke-Verzeichnis=Elenco delle Opere di Bach fatta dal musicologo austriaco Wolfgang Schmieder (1901 – 1990).<br />
Ho pensato di proporre un tema e variazioni perché alle volte sento dire che la musica classica annoia, ma forse sentire un brano per ascoltare come viene variato, trasformato, cercando di ritrovare ogni volta il tema in ogni variazione, per poi scoprire, caso mai con più ascolti, cosa avviene “sotto”, può incuriosire e aiutare a capire e ad appassionare di più all&#8217;ascolto.<br />
Trovo che ascoltare per comprendere, e intendo in generale, ogni cosa, sia davvero difficile, dovremmo esserne indirizzati fin da piccoli.<br />
Le Variazioni Goldberg è un opera scritta per clavicembalo (uno strumento diffusissimo prima dell&#8217;avvento del pianoforte, al cui studio il conservatorio fa accedere dopo il diploma di pianoforte, e differisce da quest&#8217;ultimo per il fatto che le corde vengono pizzicate anziché martellate), ed è la più geniale composizione mai scritta per questo strumento, sia dal punto di vista tecnico, sia per la ricerca musicale e matematica.<br />
Si narra che le variazioni furono composte da Bach per un bravissimo giovane clavicembalista di nome Johann Gottlieb Goldberg che le suonava per tenere compagnia al suo mecenate durante le notti insonni. Sono formate da un&#8217;aria e trenta variazioni e la ripresa dell&#8217;aria come finale, talmente ben strutturate da non avere uguali nella storia della composizione.<br />
In seguito sono state trascritte per altri strumenti ed ensemble; qualche anno fa è stata anche realizzata l&#8217;incisione e l&#8217;esecuzione per duo di chitarre, dal duo tutto italiano Caputo-Pompilo.<br />
Il pianista, come detto, è il canadese Glenn Gould (1932 &#8211; 1982), diventato una vera leggenda, e per alcuni un vero è proprio culto! Quest&#8217;artista, morto a soli cinquanta anni, dalla personalità davvero particolare, ha deciso di ritirarsi presto dalle scene per dedicarsi all&#8217;incisione e alle riprese audio-video. Ricordo che quando ero piccolo Rai 3 e poi Telepiù tre in chiaro trasmettevano qualcosa di musica classica, e dopo la scuola mi fiondavo a vedere i video di questo pianista. Per un giovane vedere ed ascoltare un interprete di tale livello è un vero toccasana per idealizzare il mondo della musica in cui anela ad entrare. Quando Gould suonava si lasciava talmente andare che non riusciva a stare fermo, si muoveva, si alzava, cantava delle parti del brano, sempre insieme a quella sua sedia pieghevole, cosi particolare, con i piedi regolabili singolarmente, alla quale non rinunciava in nessuna occasione. L&#8217;interpretazione coinvolgeva tutto l&#8217;uomo.<br />
Di queste variazioni lui ne fece una prima incisione nel 1955, che poi fu anche la sua prima registrazione ufficiale, e poi un’altra nel 1981, che in queste righe vi consiglio di ascoltare.<br />
La differenza delle due incisioni è da esplorare; per esempio, si può avvertire la differenza di uno studio profondo  mosso dalla grinta della gioventù da quello dettato da una rilettura più attenta ed assorta. Naturalmente non voglio assolutamente dare ad intendere che l&#8217;una è meglio dell&#8217;altra, anzi, sarebbero da ascoltare in parallelo.<br />
Nella musica classica non è raro che un interprete incida più volte uno stesso brano, poiché il continuo studiarlo porta ad una maggiore profondità di esecuzione e interpretazione.<br />
Nel CD della Sony Music, quello della collana Masterworks Expanded Edition, si può gustare questa magnifica esecuzione che arriva dritta all&#8217;animo di chi ascolta, facendogli trovare pace e gioia, facendo scoprire un pianoforte che trascende dalla sua fisicità per farsi musica e piegarsi all&#8217;idea che l&#8217;interprete si è fatto dell&#8217;opera di Bach. Secondo me, conviene riascoltare più volte il CD, per seguire tutti i giochi polifonici che Bach fa fare alle voci che si muovono contemporaneamente. A questo, se si è in possesso di un buon impianto stereofonico, si aggiunge, rimanendone rapiti, Gould che intona quasi ininterrottamente una delle voci, mentre l&#8217;aria iniziale trasforma la sua armonia inanellandosi nelle trenta variazioni fino ad essere ripresa daccapo per il finale.<br />
Questa è una delle magie delle incisioni di Gould, che per fortuna i tecnici non sono riusciti ad eliminare. Si sente il suo respiro, la sua voce uscire naturalmente come rapita da ciò che in quel momento sta suonando. Elementi splendidi che rendono l&#8217;esecutore uomo, interprete, non macchina o freddo artista che in una incisione non deve far sentire neanche che respira, come fosse un computer che esegue un brano attraverso un sequencer senza sbagliare una nota!<br />
Ecco, se si riesce a farsi rapire da quello che è il pensiero di Gould, si arriva ad emozionarsi insieme a lui con questo brano che, sono certo, scalderà il vostro cuore e toccherà la vostra sensibilità.<br />
Poi, quando l&#8217;ultima nota si spegne, all&#8217;improvviso, una sorpresa: si materializza Gould che parla della sua incisione, l&#8217;uomo che torna al centro dell&#8217;attenzione, l&#8217;umano che cerca di fermare un piccolo periodo della sua vita, un suo pensiero su un nastro, oggi cristallizzato in chissà quale formato audio e “fotografato” su un CD!</p>
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		<title>Le nostre classifiche del 2011! Vota anche tu!</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 08:26:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Interzone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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		<description><![CDATA[Anche per questo 2011 la redazione si è consultata, ha votato, ha stilato le sue due classifiche. Una per le venti migliori uscite italiane e una per le venti migliori uscite straniere. Sui nostri due podi: VERDENA e FLEET FOXES! La novità consiste nella possibilità per i lettori di stravolgere tutto, partecipando al sondaggio. Fatevi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Anche per questo 2011 la redazione si è consultata, ha votato, ha stilato le sue due classifiche. Una per le venti migliori uscite italiane e una per le venti migliori uscite straniere.<br />
Sui nostri due podi: <strong>VERDENA</strong> e <strong>FLEET FOXES</strong>!<br />
La novità consiste nella possibilità per i lettori di stravolgere tutto, partecipando al sondaggio.<br />
Fatevi sotto e dite la vostra!</p>
<p style="text-align: center;"><strong>CLASSIFICA ITALIANA</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/verdena_top.jpg" alt="" width="300" height="203" /><br />
1.  <strong><em>Wow</em></strong> – Verdena<br />
2.  <em><strong>Hermann</strong></em> &#8211; Paolo Benvegnù<br />
3.  <em><strong>Io tra di noi</strong></em> – Dente<br />
4.  <strong><em>Marinai, Profeti e Balene</em></strong> &#8211; Vinicio Capossela<br />
5.  <strong><em>Torno a casa a piedi</em></strong> – Cristina Donà<br />
6.  <em><strong>Io?</strong></em> &#8211; Marco Notari<br />
7.  <strong><em>Elephants at the door</em></strong> &#8211; Dumbo gets mad<br />
8.  <strong><em>Vol.2 poveri Cristi</em></strong> &#8211; Brunori S.a.s.<br />
9.  <strong><em>Nati per subire</em></strong> &#8211; Zen Circus<br />
10.  <em><strong>Allusioni</strong></em> &#8211; Gionata Mirai<br />
11.  <strong><em>I racconti dell&#8217;amore malvagio</em></strong> &#8211; N.A.N.O<br />
12.  <strong><em>Il rumore della luce</em></strong> &#8211; Gnut (Claudio Domestico)<br />
13.  <strong><em>Make me a picture of the sun</em></strong> &#8211; Carlot-ta<br />
14.  <strong><em>La stessa barca</em></strong> – 24 Grana<br />
15.  <em><strong>Cattivi guagliuni</strong></em> – 99 Posse<br />
16.  <em><strong>Waterloo</strong></em> – Fabrizio Coppola<br />
17.  <strong><em>Rooms</em></strong> &#8211; Fabrizio Cammarata &amp; The Second Grace<br />
18.  <em><strong>s/t</strong></em> – Pineda<br />
19.  <strong><em>Il sorprendente album d’esordio de I Cani</em></strong> &#8211; I Cani<br />
20.  <strong><em>Ghost trees where to disappear</em></strong> &#8211; JoyCut</p>
<p style="text-align: center;"><strong>**********</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>CLASSIFICA STRANIERA</strong></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/fleet-foxes_top.jpg" alt="" width="300" height="241" /></p>
<ol style="text-align: center;">
<li><strong><em>Helplessness blues</em></strong> &#8211; Fleet Foxes</li>
<li> <strong><em>The king of limbs</em></strong> – Radiohead</li>
<li> <em><strong>s/t</strong></em> &#8211; Bon Iver</li>
<li> <strong><em>Let England Shake</em></strong> &#8211; PJ Harvey</li>
<li> <strong><em>Grace for Drowning</em></strong> &#8211; Steven Wilson</li>
<li> <strong><em>Rome</em></strong> &#8211; Danger Mouse &amp; Daniele Luppi</li>
<li> <strong><em>The deep field</em></strong> &#8211; Joan as Police Woman</li>
<li> <strong>s/t</strong> &#8211; James Blake</li>
<li> <strong><em>The whole love</em></strong> – Wilco</li>
<li> <strong><em>s/t</em></strong> &#8211; Anna Calvi</li>
<li> <strong><em>Strange Mercy</em></strong> &#8211; St. Vincent</li>
<li> <strong><em>Metals</em></strong> – Feist</li>
<li> <strong><em>Tomboy</em></strong> &#8211; Panda bear</li>
<li> <strong><em>Conatus</em></strong> &#8211; Zola Jesus</li>
<li> <strong><em>The rip tide</em></strong> – Beirut</li>
<li> <strong><em>Velociraptor!</em></strong> – Kasabian</li>
<li> <strong><em>The Graduation Ceremony</em></strong> – Joseph Arthur</li>
<li> <em><strong>Perfect Darkness</strong></em> &#8211; Fink</li>
<li> <strong><em>Five </em></strong>– Lamb</li>
<li style="text-align: center;"> <strong><em>Build a Rocket Boys!</em></strong> – Elbow</li>
</ol>
<h2 class="sectionhead" style="text-align: left;">Migliore Album Italiano 2011 &#8211; Sondaggio</h2>
<p style="text-align: left;">Note: There is a poll embedded within this post, please visit the site to participate in this post's poll.</p>
<h2 class="sectionhead" style="text-align: left;">Migliore Album Straniero 2011 &#8211; Sondaggio</h2>
<p style="text-align: left;">Note: There is a poll embedded within this post, please visit the site to participate in this post's poll.</p>
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		<title>Berlin Session: Marco Notari &amp; Madam</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 08:21:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amalia Dell'Osso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[Sapevo del viaggio di Marco Notari e dei suoi Madam a Berlino. Non ne conoscevo i dettagli. E non mi aspettavo dei contenuti in esclusiva per LostHighways. Una presentazione di Marco, delle foto e due video (Le stelle ci cambieranno pelle, Disarm – cover Smashing Pumpkins). Quando ho visionato il tutto mi sono fermata qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/notari_berlin01.jpg" alt="" width="300" height="227" />Sapevo del viaggio di Marco Notari e dei suoi Madam a Berlino. Non ne conoscevo i dettagli. E non mi aspettavo dei contenuti in esclusiva per LostHighways. Una presentazione di Marco, delle foto e due video (<strong><em>Le stelle ci cambieranno pelle</em></strong>, <strong><em>Disarm</em></strong> – cover Smashing Pumpkins). Quando ho visionato il tutto mi sono fermata qualche momento a pensare.<br />
Un italiano che si mette a cantare nella metro. Questo è un bene. Si percepisce leggerezza in una città che finalmente respira libera ed è stata capace di scardinare un fermento culturale che la rende una delle capitali più stimolanti. Penso a Notari. Penso ai suoi Madam. Ormai li conosco bene. Li incontrai la prima volta nel 2006, e fu chiaro e lampante che quel progetto non sarebbe stato una meteora. Aveva, in sé, come caratteristiche sane: spontaneità, purezza, slancio, talento. Nulla è andato perso, anzi tutto è cresciuto. Penso alla voce. Musicale. Penso che sia davvero bella, così in mezzo al rumore metropolitano. Penso che la nudità sia la condizione ideale per certi artisti. Penso che scegliere di condividere un momento così meriti un’occasione. Quella che i nostri lettori potranno lasciar accadere.</p>
<p style="text-align: justify;">Marco Notari è uno di quegli artisti che abbiamo scelto di seguire nel tempo. Perché noi siamo così. Ci crediamo e puntiamo luce, per quella che possiamo, sui nomi che ci smuovono certe emozioni dentro. La freddezza e la fiera dei progetti consumati in qualche ora di ascolto non ci appartengono. Un certo G.G dice che LH ha una sua “poetica”. E’ strano per un sito che si occupa di musica? Può essere. Ma fatevene una ragione!<br />
In nome di quella poetica oggi tra le nostre pagine diamo spazio a <strong>Berlin Session</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Presentazione: Marco Notari</strong><br />
<strong>Fotografie, video e montaggio: Maddalena Di Santo </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Berlino – Kreuzberg – 10 settembre 2011 – ore 00:35</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragazzo afgano dietro il bancone mi guarda storto mentre addento uno dei falafel più buoni che abbia assaggiato in vita mia. Sono appena stato nel bar accanto al suo chiosco a comprarmi una birra, che lui da buon musulmano non consuma né vende. Dobbiamo sbrigarci, fra meno di mezz’ora chiude la metro e dobbiamo ancora attraversare tutta la città per tornare nel nostro albergo a Berlino Ovest. Al tavolo con noi anche Simone, un amico di Torino che da diversi anni vive a Berlino, e Davide Tomat dei N.A.M.B., qui da qualche giorno per masterizzare il suo primo disco solista. Oggi è stata una giornata lunga.<br />
Questa mattina siamo arrivati al PopKomm, uno dei più importanti eventi musicali a livello mondiale ed uno dei tanti esempi di come i berlinesi sappiano riadattare magistralmente gli edifici e gli spazi. La fiera si tiene all’interno dell’ex-aereoporto nazista di Tempelhof, realizzato da Hitler nella seconda metà degli anni ’30. Su quella che un tempo era la pista di atterraggio stanno allestendo un gigantesco palco per l’evento finale del Berlin Music Week, in cui si esibiranno tra gli altri Primal Scream, Mogway, Beirut e Suede.<br />
Quanto a noi, dopo un veloce giro tra gli stand provenienti da tutto il mondo ed un pranzo troppo tedesco e poco commestibile è il momento di uno showcase acustico per gli addetti ai lavori. Il pubblico ascolta attento, ed alla fine del set un paio di radio berlinesi si avvicinano per farci i complimenti e chiederci una copia del disco da trasmettere sulle loro frequenze.<br />
E’ già ora di partire con la metro alla volta dell’NBI, teatro del nostro concerto serale all’interno dell’Italian Music Night. La città è enorme e dobbiamo attraversarla tutta con diversi cambi di metro (il nostro pass ci garantisce l’utilizzo gratuito di tutti i mezzi pubblici e l’accesso a tutti gli eventi della settimana). Non ci perdiamo solo grazie a Simone.<br />
Il club è molto accogliente: a dividere il palco con noi ci sono Heike has the giggles, Sycamore age e Management del dolore post-operatorio. Superati i prevedibili problemi di soundcheck legati alle dimensioni di un palco troppo piccolo per quattro band, il concerto fila via veloce e divertente, con il pubblico tedesco che si rivela ancora una volta molto attento e partecipe.<br />
Scesi dal palco però la fame è arrivata a livelli insopportabili. “Vi porto a Kreuzberg” – annuncia Simone “a mangiare il miglior falafel di Berlino”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho finito il mio falafel ripieno di formaggio fritto in due minuti netti. Una goduria. E’ quasi ora di andare, se no restiamo a piedi. Domani abbiamo la giornata libera, il nostro aereo per Torino partirà alle nove di sera. Qualcuno al tavolo la butta lì: “Potremmo portarci dietro una chitarra e improvvisare qualche canzone in giro per la città mentre la visitiamo”. “Perché no” – rispondo – “mi sembra una bella idea”. “Ok” – interviene Simone, che è già partito in trip organizzativo – “Allora ci vediamo alle undici a Savignyplatz e poi vi porto in giro per la città. Ci penso io”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre torniamo verso la fermata della metro con in mano l’ultima birra della giornata mi rendo conto per l’ennesima volta di quanto sia affascinante questa città.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gallery: Clicca <a href="http://www.losthighways.it/lost-gallery-2/2011/Berlin%20Session/">QUI</a></strong></p>
<h2 class="sectionhead">Berlin Session Videos</h2>
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