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	<title>Lost Highways &#187; Focus</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Datemi il Tempo &#8211; Claudio Luongo</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 08:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo La Sala</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Luongo_cover_2011_esec_OK.png" alt="" width="200" height="196" /><em>“L&#8217;eternità ha l&#8217;estensione di un palpito, il tempo di un respiro”</em>, con queste parole, della scrittrice Antonella Catini Lucente, ci accoglie il libretto del CD di Claudio Luongo, compositore ed interprete della musica che vi è incisa. <strong><em>Datemi il Tempo</em></strong> è il titolo del suo album prodotto nel luglio 2011 dall&#8217;etichetta indipendente SMC (Salvatore Mignano Comunication) e che porta anche il marchio delle edizioni  RaiTrade.<br />
Un&#8217;esigenza che ci accomuna tutti. <em>Datemi il tempo </em>di leggere, <em>Datemi il tempo di </em>poter ascoltare musica,  <em>Datemi il tempo</em> di vivere un respiro, un palpito della mia vita, della mia famiglia, dei miei amici,  <em>Datemi il tempo</em> di girare per il mondo e di soffermarmi sulle cose, <em>Datemi il tempo</em> per sognare e realizzare&#8230; scoprire&#8230; creare!<br />
Claudio Luongo, compositore ed interprete di se stesso.<br />
Quando si cerca di ritagliarci un po&#8217; di tempo, inevitabilmente esploriamo noi stessi, come ha fatto questo artista che ha messo a nudo il suo animo, i suoi pensieri, i suoi affetti, sia nelle partiture che altri leggeranno ed eseguiranno, sia, soprattutto, nell&#8217;interpretazione dei brani.<br />
Singolare la scelta del pianoforte, segnalato sulla copertina del CD come “Piano Vintage”, che dà all&#8217;incisione quel sapore di registrazione di una volta, con quel suono ogni tanto un po&#8217; “ferroso”, quasi a percepire il tipico rumore delle meccaniche che si attivano, il movimento del martello che sta per battere sulla corda e del pedale che si rilascia, che ti trasmette la sensazione di quell&#8217;umano gesto di chi si è seduto di fronte ad uno strumento e sta componendo e suonando nello stesso instante in cui pensa, che fa sembrare Claudio seduto a suonare davanti a chi ascolta. Una scelta coraggiosa e controcorrente, che impreziosisce ulteriormente questo CD e accende la curiosità di chi lo ha tra le mani.<br />
Nove brani che si alternano con una firma musicale ritrovabile nel “motore” che si percepisce in ogni composizione. Un motore che parte e che ti guida nei giochi di luce, portandoti su tra le nuvole, che ti fa conoscere persone ed atmosfere sognanti e riflessive, e che non ti lascia se non dopo averti donato l&#8217;esperienza di estraniarti dal tempo, insieme ad una voglia e frenesia di vita da vivere.<br />
A tal proposito vi dico: ATTENZIONE, non ascoltatelo mentre guidate, perché di sicuro qualcosa nella natura si muoverà perfettamente a tempo con il brano del CD che viene riprodotto in quel momento, e sembrerà che una migliore descrizione del mondo non ci possa essere. Questo vi rapirà talmente tanto da distogliere la vostra attenzione dalla guida, facendovi fare tratti di strada senza cognizione di tempo&#8230; tempo terrestre!<br />
Nove brani, dicevo, interpretati con un&#8217;intensità coinvolgente: <strong><em>Spiragli di luce</em></strong>, con un inizio delicatissimo, tanto da percepire il rumore delle meccaniche del pianoforte che assomiglia a quello di una finestra chiusa chissà da quanto e che ora si vuole aprire, con una nota acuta che sembra volere scandire il tempo, il giusto tempo che la luce si prende in queste situazioni per entrare e iniziare a giocare con quello su cui si rifrange. Quindi volare <strong><em>Come nuvole</em></strong>, guidati  dagli accordi iniziali che si muovono con quella leggerezza di un bimbo che sta capendo che può volare, e piano piano si alza e si lascia andare libero.<br />
Un&#8217;attenzione particolare alla terza traccia, <strong><em>Aspettando Godot</em></strong>, ispirata dalla famosa opera teatrale di Samuel Beckett, appartenente a quel genere di teatro dell&#8217;assurdo, dove la vita dell&#8217;uomo è apparentemente senza motivo, e dove l&#8217;incomunicabilità e la crisi di identità si manifestano nelle relazioni. Così come questo brano, un samba, che sviluppa i suoi ritmi variandoli, come alla ricerca di qualcosa, e portandosi verso un&#8217;accelerazione, ricreandosi ogni volta verso sonorità più tensive, chiudendo con ritmi incalzanti quasi contrastanti, a richiamare, forse, proprio la crisi di identità e la difficoltà di relazionarsi degli uomini.<br />
<em><strong>Piccolo Vulcano</strong>, <strong>Mine Vaganti</strong></em>, brani più intimi e riflessivi.<br />
<strong><em>Impressioni</em></strong>, per me il brano che, insieme ad <strong><em>Aspettando Godot</em></strong>, meglio rappresenta le intenzioni di questo CD, poiché con uno scorrere inesorabile, quasi drammatico, inevitabilmente scuote la parte interiore di chi ascolta, portandolo a riflettere sulle cose davvero importanti della vita per non lasciarsi prendere dal resto, ed evitare di perdere il nostro prezioso tempo.<br />
<strong><em>Gerry</em></strong>, un omaggio all&#8217;amico pittore Gerry Turano che ha prestato il soggetto per la foto di copertina. Un pittore descritto da un musicista, con sonorità che aprono la fantasia di chi ascolta e lo fanno vedere in fase creativa, che prende e mischia i colori dalla sua tavolozza.<br />
<strong><em>Rom</em></strong>, brano funambolico e virtuosistico che rimanda alle sonorità dei popoli balcanici.<br />
L&#8217;artista si congeda dall&#8217;ascoltatore con <strong><em>Una sera d&#8217;estate</em></strong>, dando la sensazione che il CD appena ascoltato sia già parte del passato e che le note che si stanno ascoltando sono solo il dolce cullarsi nel ricordo di quello che si pensa si stia vivendo adesso!<br />
Alla fine ci sono anche due bonus track, in cui vengono ripetuti due brani, <em><strong>Aspettando Godot</strong> </em>e <em><strong>Impressioni</strong>. </em>Il primo, trasformato quasi in un brano jazz, in trio col basso di Enrico Verrecchia e la batteria del giovanissimo Loreto Zullo, e l&#8217;altro in duo con la batteria, che bene evoca la sensazione di spazio e riflessione che vuole dare l&#8217;autore.<br />
Questo CD, poi, è diventato motore di uno spettacolo che vede protagonista il Maestro Luongo insieme ad un pittore, un attore e una scrittrice. Quattro persone che interagiscono intorno ad un pianoforte ed un quadro che sarà dipinto nel brave spazio del concerto-spettacolo.<br />
Carpe diem!</p>
<p style="text-align: justify;">Sito del M° Claudio Luongo<br />
<a href="http://www.claudioluongo.it/benvenuto.html">www.claudioluongo.it</a></p>
<h2 class="sectionhead">Video dello Spettacolo</h2>
<p><iframe width="500" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/bWYpgZmU1Ws?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Dallo spleen nelle stanze d&#8217;hotel agli inconsolabili disillusi: Non Voglio che Clara</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 07:36:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrica Errico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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		<description><![CDATA[Sdraiarsi sui prati a valle delle montagne bellunesi, ascoltare la voce di Luigi Tenco mentre si legge un romanzo di Pennac. E&#8217; in questo scenario, che può apparire così deliziosamente nostalgico, che prende vita la formazione dei Non Voglio che Clara. Il nome è preso in prestito da una frase de La prosivendola di Daniel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/nonvogliocheclara010212.jpg" alt="" width="300" height="200" />Sdraiarsi sui prati a valle delle montagne bellunesi, ascoltare la voce di Luigi Tenco mentre si legge un romanzo di Pennac. E&#8217; in questo scenario, che può apparire così deliziosamente nostalgico, che prende vita la formazione dei Non Voglio che Clara. Il nome è preso in prestito da una frase de <strong>La prosivendola</strong> di Daniel Pennac: <em>&#8220;Non voglio che Clara si sposi&#8221;</em>,  proclama con determinazione il protagonista del romanzo. E liriche appassionate, declaranti quel trasporto sentimentale che diventa struggente ostinazione e spasimo, caratterizzano il lavoro che la formazione di De Min si propone di andare a svolgere.<br />
Dopo varie autoproduzioni, la band esce nel 2004 con il primo Lp <strong><em>Hotel Tivoli</em></strong> dove lampanti sono le peculiarità che li decreteranno come una rivelazione: testi ricercati, sonorità prevalentemente acustiche, cantautorato spiccatamente sixties. Brani come <strong><em>Quello con la telecamera</em></strong> e <strong><em>Le Paure</em></strong> rimarranno nella memoria degli affezionati, regalando ondeggiamenti d&#8217;animo tra i racconti di solitudine e timidi approcci tra i tasti di un pianoforte.<br />
Trascorrono due anni e nel 2006 il gruppo pubblica un disco dal titolo omonimo. I Non Voglio Che Clara proseguono sulla linea già tracciata, ma sviluppandola e maturando; la scrittura si fa più articolata e gli arrangiamenti più complessi. Abbandonate quindi le verdi vallate e immaginate di essere a New York, di passeggiare la notte tra le vie e le luci della città; per la strada echeggia una melodia dalle atmosfere retrò che vi trascina in uno di quei lounge-club dove si respira aria di musica d’autore e di sigarette. Si inizia con gli archi di <strong><em>Un nome da signora</em></strong> per poi proseguire con la struggente <strong><em>Ogni giorno di più</em></strong>, un’intensa lettera d’amore dove il pianoforte e i violini ti trasportano nei meandri dell’intimo; parole lancinanti che, come pennellate, dipingono sentimenti tenaci dai colori delicati, tenui e gentili. Nel mezzo dell’album <strong><em>Troppi calcoli</em></strong> dà la sferzata pop più spensierata che continua con <strong><em>In un giorno come questo</em></strong>, il lalalla finale sembra catapultarti in una serata di pioggia a cantare per le strade con l’ombrello e Fred Astaire, ma in modo meno stonatamente vivace. Con la nostalgica <strong><em>Questo</em></strong> <strong><em>lasciatelo dire</em></strong> si ritorna alle emozioni profonde che trascinano quel velo grigio con sè che rende il tutto più soffuso. Il picco di malinconia viene raggiunto con <strong><em>L’avaro</em></strong>, che senza alcuna remora si potrebbe inserire tra le creazioni italiane più belle degli ultimi anni degna della poesia di Piero Ciampi; una traccia dove si rincorrono cambiamenti stilistici esplodendo in un finale di archi, e il violoncello quasi sepolcrale e definitivo riporta al cuore la negazione di momenti profondi e il voler relegare a ricordi ferite ancora brucianti <em>in un presente che è amaro.</em> <strong><em>Non voglio Che Clara</em></strong> può essere considerato il lavoro di affermazione del gruppo nel panorama musicale indipendente di qualità. Delle note che riescono a pizzicare corde del profondo con non celato spleen, distinzione, ricercatezza; e che ci lasciano sognanti tra i viluppi di tormenti e passioni reali o solo agognate.<br />
Altri quattro anni di concerti, incontri, sperimentazioni che danno come frutto l&#8217;album <strong><em>Dei Cani </em></strong>pubblicato nell&#8217;ottobre del 2010. La co-produzione di Giulio Ragno Favero (One dimensional man, Il Teatro degli Orrori) e l&#8217;elettronica dei Port-Royal, che partecipano in alcuni pezzi dell&#8217;album, danno una deviazione al percorso sin ora intrapreso dal gruppo, tralasciando in alcuni episodi la vena cantautorale e planando verso sonorità tendenti alle strade già battute dell&#8217;indie pop più electro. Le chitarre abbandonano l&#8217;acustica e si fanno più imponenti, come ne <strong><em>Le guerre</em></strong>, e compaiono computer e synth, come ne <strong><em>Il tuo carattere e il mio</em></strong>. L&#8217;apertura de <strong><em>La mareggiata del &#8217;66</em></strong> è corale e trascinante tra la batteria imponente e le note gravi del pianoforte; <strong><em>L&#8217;inconsolabile</em></strong> è un&#8217;ottima traccia che si rifà alla leggerezza tipica dell&#8217;italianità anni 60, l&#8217;uso della seconda voce femminile dà un tocco fresco e ameno e riporta alla mente i primi Baustelle. Altro notevole episodio è <strong><em>Il dramma della gelosia</em></strong> dove torna la vecchia e cara impronta del gruppo, pianoforte e archi in primo piano, testo accorato trabordante intensità e tormento; così come <strong><em>L&#8217;amore ai tempi del kerosene</em></strong>, un addio sofferto, un urlo insopprimibile, commuovente e al tempo stesso rassegnato.<br />
E&#8217; come se Clara fosse cambiata, come se avesse perso per strada un po&#8217; della sua innocente speranza, del suo mondo ovattato dai languidi fumi di pianobar. Come se i segni del tempo e della vita avessero creato una corazza più ruvida; è cresciuta ed è inevitabilmente disillusa. Forse proprio per questo tanti inconsolabili disincantati si ritroveranno ancora di più nelle sue storie, nelle sue parole, ma in fondo un po&#8217; degli antichi candori vorremmo che rimanessero in noi sempre, rievocatori di memorie impolverate e di amori di gioventù.</p>
<h2 class="sectionhead">L&#8217;inconsolabile &#8211; Video</h2>
<p><iframe width="500" height="281" src="http://www.youtube.com/embed/KZtJpozxRtA?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Spiros Maresca e la verità della musica</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 16:19:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciana Manco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando ho ascoltato per la prima volta Liberar lo sguardo di Spiros Maresca ho subito pensato alla verità, alla purezza, all’autenticità. La sua voce delicata e nitida, un Battiato giovane che canta di momenti vissuti, di emozioni provate e mai più dimenticate. Spiros sceglie parole semplici ma preziose, piccole gemme che si posano dentro e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/spiros-maresca.jpg" alt="" width="230" height="312" />Quando ho ascoltato per la prima volta <strong><em>Liberar lo sguardo</em></strong> di Spiros Maresca ho subito pensato alla verità, alla purezza, all’autenticità. La sua voce delicata e nitida, un Battiato giovane che canta di momenti vissuti, di emozioni provate e mai più dimenticate. Spiros sceglie parole semplici ma preziose, piccole gemme che si posano dentro e restano. I suoi ricordi in note diventano i nostri.<br />
Nato a Barletta ventisette anni fa,  si avvicina allo studio della chitarra all&#8217;età di sei anni. Gli anni dell&#8217;adolescenza passano tra lezioni di solfeggio e chitarra classica con Umberto Cafagna, di jazz con Nico Acquaviva e suonando in diverse formazioni musicali, i cui generi andavano dal rock al funky al blues.<br />
Durante gli anni dell’università trascura un po’ la musica, ma  nel marzo del 2008, subito dopo la laurea in Marketing e Comunicazione presso l&#8217;Università degli studi di Bari, comincia una fase della sua vita che avrà molta influenza circa la sua crescita artistica. Con uno zaino e la chitarra classica, parte per Parigi e inizia con  l&#8217;arte di strada. Sono mesi straordinari, il suo genere varia dal bossanova nei giorni di sole a musica cantautoriale italiana e francese in quelli nuvolosi.  Dopo qualche tempo Spiros riparte, sempre con lo zaino, ma senza chitarra, per l&#8217;Islanda. È il viaggio più importante, quello della ricerca di se stesso e della natura. Questo viaggio influenzerà anche la sua musica in maniera determinante, avendo portato con sé i silenzi dei grandi ghiacciai, il frastuono delle cascate e la pazienza dell&#8217;autostop. La tappa successiva è Londra. Qui Spiros continua a suonare in strada e in alcuni locali di Camden Town. È in questo periodo che comincia a scrivere la sua musica in maniera più decisa, spinto anche dal florido movimento musicale che si respira in città. Per diversi mesi suona nel Bossanova Cafè a Portobello road ed è in quel periodo che nascono e si consolidano amicizie fondamentali per il suo cammino: è qui infatti che incontra il direttore generale dello studio di registrazione Maxfold Ldt Production, Makoto Sakamoto ed è con lui che comincia a registrare i propri pezzi musicali. Fa esperienza per circa un anno all&#8217;interno di questo studio, che diventa quasi una seconda casa, e nel frattempo comincia ad interessarsi più assiduamente anche al flamenco, ne studia la tecnica e decide di trasferirsi a Barcellona nel giugno del 2010 per prendere lezioni private dal professor Alberto Marín. Attualmente è iscritto al corso di chitarra flamenca presso la Fundación Cristina Heeren de Arte Flamenco di Siviglia.<br />
Eternamente in viaggio, affamato di luoghi, profumi, contatti umani, Spiros mette ogni sfumatura della sua vita nei suoi brani. Su MySpace è possibile ascoltarne quattro, forse troppo pochi per la dipendenza che sa creare, ma sicuramente sufficienti per evadere e raggiungere posti altissimi dove potersi perdere.</p>
<p style="text-align: justify;">A voi: <a href=" http://www.myspace.com/spirosmaresca">MySpace</a></p>
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		<title>Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach: Glenn Gould</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 16:06:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo La Sala</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per inaugurare la nuova rubrica di cd di musica classica ho pensato di consigliarvi quello di un pianista che è stato un “appassionato” della registrazione audio – video, il grande Glenn Gould.  Mi riferisco a quel disco contenente l&#8217;esecuzione delle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach. Parlare di un’opera della musica classica non è così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/gould-by-hunstein0001.jpg" alt="" width="300" height="186" />Per inaugurare la nuova rubrica di cd di musica classica ho pensato di consigliarvi quello di un pianista che è stato un “appassionato” della registrazione audio – video, il grande Glenn Gould.  Mi riferisco a quel disco contenente l&#8217;esecuzione delle <strong>Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach</strong>.<br />
Parlare di un’opera della musica classica non è così facile, soprattutto poi, se si tratta di incisioni che sono entrate nella storia della musica.<br />
Cominciamo dall&#8217;autore del brano, Johan Sebastian Bach. Una volta un musicista mi disse: “c&#8217;è la musica e un po&#8217; più su c&#8217;é Bach”. Cosa dire di più? Credo che, per i più pigri, wikipedia narri bene la sua vita e le sue opere!<br />
Il brano inciso: Variazioni Goldberg BWV988.<br />
Sì, un solo brano, ma che dura 51 minuti, almeno nella versione incisa da Gould nel 1981. Non vi spaventate, è vero, la sigla BWV988 rimanda un po&#8217; ai nomi dati a quei pianeti lontani dal nostro Sistema Solare, ma non è altro che l&#8217;acronimo di Bach-Werke-Verzeichnis=Elenco delle Opere di Bach fatta dal musicologo austriaco Wolfgang Schmieder (1901 – 1990).<br />
Ho pensato di proporre un tema e variazioni perché alle volte sento dire che la musica classica annoia, ma forse sentire un brano per ascoltare come viene variato, trasformato, cercando di ritrovare ogni volta il tema in ogni variazione, per poi scoprire, caso mai con più ascolti, cosa avviene “sotto”, può incuriosire e aiutare a capire e ad appassionare di più all&#8217;ascolto.<br />
Trovo che ascoltare per comprendere, e intendo in generale, ogni cosa, sia davvero difficile, dovremmo esserne indirizzati fin da piccoli.<br />
Le Variazioni Goldberg è un opera scritta per clavicembalo (uno strumento diffusissimo prima dell&#8217;avvento del pianoforte, al cui studio il conservatorio fa accedere dopo il diploma di pianoforte, e differisce da quest&#8217;ultimo per il fatto che le corde vengono pizzicate anziché martellate), ed è la più geniale composizione mai scritta per questo strumento, sia dal punto di vista tecnico, sia per la ricerca musicale e matematica.<br />
Si narra che le variazioni furono composte da Bach per un bravissimo giovane clavicembalista di nome Johann Gottlieb Goldberg che le suonava per tenere compagnia al suo mecenate durante le notti insonni. Sono formate da un&#8217;aria e trenta variazioni e la ripresa dell&#8217;aria come finale, talmente ben strutturate da non avere uguali nella storia della composizione.<br />
In seguito sono state trascritte per altri strumenti ed ensemble; qualche anno fa è stata anche realizzata l&#8217;incisione e l&#8217;esecuzione per duo di chitarre, dal duo tutto italiano Caputo-Pompilo.<br />
Il pianista, come detto, è il canadese Glenn Gould (1932 &#8211; 1982), diventato una vera leggenda, e per alcuni un vero è proprio culto! Quest&#8217;artista, morto a soli cinquanta anni, dalla personalità davvero particolare, ha deciso di ritirarsi presto dalle scene per dedicarsi all&#8217;incisione e alle riprese audio-video. Ricordo che quando ero piccolo Rai 3 e poi Telepiù tre in chiaro trasmettevano qualcosa di musica classica, e dopo la scuola mi fiondavo a vedere i video di questo pianista. Per un giovane vedere ed ascoltare un interprete di tale livello è un vero toccasana per idealizzare il mondo della musica in cui anela ad entrare. Quando Gould suonava si lasciava talmente andare che non riusciva a stare fermo, si muoveva, si alzava, cantava delle parti del brano, sempre insieme a quella sua sedia pieghevole, cosi particolare, con i piedi regolabili singolarmente, alla quale non rinunciava in nessuna occasione. L&#8217;interpretazione coinvolgeva tutto l&#8217;uomo.<br />
Di queste variazioni lui ne fece una prima incisione nel 1955, che poi fu anche la sua prima registrazione ufficiale, e poi un’altra nel 1981, che in queste righe vi consiglio di ascoltare.<br />
La differenza delle due incisioni è da esplorare; per esempio, si può avvertire la differenza di uno studio profondo  mosso dalla grinta della gioventù da quello dettato da una rilettura più attenta ed assorta. Naturalmente non voglio assolutamente dare ad intendere che l&#8217;una è meglio dell&#8217;altra, anzi, sarebbero da ascoltare in parallelo.<br />
Nella musica classica non è raro che un interprete incida più volte uno stesso brano, poiché il continuo studiarlo porta ad una maggiore profondità di esecuzione e interpretazione.<br />
Nel CD della Sony Music, quello della collana Masterworks Expanded Edition, si può gustare questa magnifica esecuzione che arriva dritta all&#8217;animo di chi ascolta, facendogli trovare pace e gioia, facendo scoprire un pianoforte che trascende dalla sua fisicità per farsi musica e piegarsi all&#8217;idea che l&#8217;interprete si è fatto dell&#8217;opera di Bach. Secondo me, conviene riascoltare più volte il CD, per seguire tutti i giochi polifonici che Bach fa fare alle voci che si muovono contemporaneamente. A questo, se si è in possesso di un buon impianto stereofonico, si aggiunge, rimanendone rapiti, Gould che intona quasi ininterrottamente una delle voci, mentre l&#8217;aria iniziale trasforma la sua armonia inanellandosi nelle trenta variazioni fino ad essere ripresa daccapo per il finale.<br />
Questa è una delle magie delle incisioni di Gould, che per fortuna i tecnici non sono riusciti ad eliminare. Si sente il suo respiro, la sua voce uscire naturalmente come rapita da ciò che in quel momento sta suonando. Elementi splendidi che rendono l&#8217;esecutore uomo, interprete, non macchina o freddo artista che in una incisione non deve far sentire neanche che respira, come fosse un computer che esegue un brano attraverso un sequencer senza sbagliare una nota!<br />
Ecco, se si riesce a farsi rapire da quello che è il pensiero di Gould, si arriva ad emozionarsi insieme a lui con questo brano che, sono certo, scalderà il vostro cuore e toccherà la vostra sensibilità.<br />
Poi, quando l&#8217;ultima nota si spegne, all&#8217;improvviso, una sorpresa: si materializza Gould che parla della sua incisione, l&#8217;uomo che torna al centro dell&#8217;attenzione, l&#8217;umano che cerca di fermare un piccolo periodo della sua vita, un suo pensiero su un nastro, oggi cristallizzato in chissà quale formato audio e “fotografato” su un CD!</p>
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		<title>Le nostre classifiche del 2011! Vota anche tu!</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 08:26:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Interzone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche per questo 2011 la redazione si è consultata, ha votato, ha stilato le sue due classifiche. Una per le venti migliori uscite italiane e una per le venti migliori uscite straniere. Sui nostri due podi: VERDENA e FLEET FOXES! La novità consiste nella possibilità per i lettori di stravolgere tutto, partecipando al sondaggio. Fatevi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Anche per questo 2011 la redazione si è consultata, ha votato, ha stilato le sue due classifiche. Una per le venti migliori uscite italiane e una per le venti migliori uscite straniere.<br />
Sui nostri due podi: <strong>VERDENA</strong> e <strong>FLEET FOXES</strong>!<br />
La novità consiste nella possibilità per i lettori di stravolgere tutto, partecipando al sondaggio.<br />
Fatevi sotto e dite la vostra!</p>
<p style="text-align: center;"><strong>CLASSIFICA ITALIANA</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/verdena_top.jpg" alt="" width="300" height="203" /><br />
1.  <strong><em>Wow</em></strong> – Verdena<br />
2.  <em><strong>Hermann</strong></em> &#8211; Paolo Benvegnù<br />
3.  <em><strong>Io tra di noi</strong></em> – Dente<br />
4.  <strong><em>Marinai, Profeti e Balene</em></strong> &#8211; Vinicio Capossela<br />
5.  <strong><em>Torno a casa a piedi</em></strong> – Cristina Donà<br />
6.  <em><strong>Io?</strong></em> &#8211; Marco Notari<br />
7.  <strong><em>Elephants at the door</em></strong> &#8211; Dumbo gets mad<br />
8.  <strong><em>Vol.2 poveri Cristi</em></strong> &#8211; Brunori S.a.s.<br />
9.  <strong><em>Nati per subire</em></strong> &#8211; Zen Circus<br />
10.  <em><strong>Allusioni</strong></em> &#8211; Gionata Mirai<br />
11.  <strong><em>I racconti dell&#8217;amore malvagio</em></strong> &#8211; N.A.N.O<br />
12.  <strong><em>Il rumore della luce</em></strong> &#8211; Gnut (Claudio Domestico)<br />
13.  <strong><em>Make me a picture of the sun</em></strong> &#8211; Carlot-ta<br />
14.  <strong><em>La stessa barca</em></strong> – 24 Grana<br />
15.  <em><strong>Cattivi guagliuni</strong></em> – 99 Posse<br />
16.  <em><strong>Waterloo</strong></em> – Fabrizio Coppola<br />
17.  <strong><em>Rooms</em></strong> &#8211; Fabrizio Cammarata &amp; The Second Grace<br />
18.  <em><strong>s/t</strong></em> – Pineda<br />
19.  <strong><em>Il sorprendente album d’esordio de I Cani</em></strong> &#8211; I Cani<br />
20.  <strong><em>Ghost trees where to disappear</em></strong> &#8211; JoyCut</p>
<p style="text-align: center;"><strong>**********</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>CLASSIFICA STRANIERA</strong></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/fleet-foxes_top.jpg" alt="" width="300" height="241" /></p>
<ol style="text-align: center;">
<li><strong><em>Helplessness blues</em></strong> &#8211; Fleet Foxes</li>
<li> <strong><em>The king of limbs</em></strong> – Radiohead</li>
<li> <em><strong>s/t</strong></em> &#8211; Bon Iver</li>
<li> <strong><em>Let England Shake</em></strong> &#8211; PJ Harvey</li>
<li> <strong><em>Grace for Drowning</em></strong> &#8211; Steven Wilson</li>
<li> <strong><em>Rome</em></strong> &#8211; Danger Mouse &amp; Daniele Luppi</li>
<li> <strong><em>The deep field</em></strong> &#8211; Joan as Police Woman</li>
<li> <strong>s/t</strong> &#8211; James Blake</li>
<li> <strong><em>The whole love</em></strong> – Wilco</li>
<li> <strong><em>s/t</em></strong> &#8211; Anna Calvi</li>
<li> <strong><em>Strange Mercy</em></strong> &#8211; St. Vincent</li>
<li> <strong><em>Metals</em></strong> – Feist</li>
<li> <strong><em>Tomboy</em></strong> &#8211; Panda bear</li>
<li> <strong><em>Conatus</em></strong> &#8211; Zola Jesus</li>
<li> <strong><em>The rip tide</em></strong> – Beirut</li>
<li> <strong><em>Velociraptor!</em></strong> – Kasabian</li>
<li> <strong><em>The Graduation Ceremony</em></strong> – Joseph Arthur</li>
<li> <em><strong>Perfect Darkness</strong></em> &#8211; Fink</li>
<li> <strong><em>Five </em></strong>– Lamb</li>
<li style="text-align: center;"> <strong><em>Build a Rocket Boys!</em></strong> – Elbow</li>
</ol>
<h2 class="sectionhead" style="text-align: left;">Migliore Album Italiano 2011 &#8211; Sondaggio</h2>
<p style="text-align: left;">Note: There is a poll embedded within this post, please visit the site to participate in this post's poll.</p>
<h2 class="sectionhead" style="text-align: left;">Migliore Album Straniero 2011 &#8211; Sondaggio</h2>
<p style="text-align: left;">Note: There is a poll embedded within this post, please visit the site to participate in this post's poll.</p>
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		<title>Berlin Session: Marco Notari &amp; Madam</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 08:21:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amalia Dell'Osso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[Sapevo del viaggio di Marco Notari e dei suoi Madam a Berlino. Non ne conoscevo i dettagli. E non mi aspettavo dei contenuti in esclusiva per LostHighways. Una presentazione di Marco, delle foto e due video (Le stelle ci cambieranno pelle, Disarm – cover Smashing Pumpkins). Quando ho visionato il tutto mi sono fermata qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/notari_berlin01.jpg" alt="" width="300" height="227" />Sapevo del viaggio di Marco Notari e dei suoi Madam a Berlino. Non ne conoscevo i dettagli. E non mi aspettavo dei contenuti in esclusiva per LostHighways. Una presentazione di Marco, delle foto e due video (<strong><em>Le stelle ci cambieranno pelle</em></strong>, <strong><em>Disarm</em></strong> – cover Smashing Pumpkins). Quando ho visionato il tutto mi sono fermata qualche momento a pensare.<br />
Un italiano che si mette a cantare nella metro. Questo è un bene. Si percepisce leggerezza in una città che finalmente respira libera ed è stata capace di scardinare un fermento culturale che la rende una delle capitali più stimolanti. Penso a Notari. Penso ai suoi Madam. Ormai li conosco bene. Li incontrai la prima volta nel 2006, e fu chiaro e lampante che quel progetto non sarebbe stato una meteora. Aveva, in sé, come caratteristiche sane: spontaneità, purezza, slancio, talento. Nulla è andato perso, anzi tutto è cresciuto. Penso alla voce. Musicale. Penso che sia davvero bella, così in mezzo al rumore metropolitano. Penso che la nudità sia la condizione ideale per certi artisti. Penso che scegliere di condividere un momento così meriti un’occasione. Quella che i nostri lettori potranno lasciar accadere.</p>
<p style="text-align: justify;">Marco Notari è uno di quegli artisti che abbiamo scelto di seguire nel tempo. Perché noi siamo così. Ci crediamo e puntiamo luce, per quella che possiamo, sui nomi che ci smuovono certe emozioni dentro. La freddezza e la fiera dei progetti consumati in qualche ora di ascolto non ci appartengono. Un certo G.G dice che LH ha una sua “poetica”. E’ strano per un sito che si occupa di musica? Può essere. Ma fatevene una ragione!<br />
In nome di quella poetica oggi tra le nostre pagine diamo spazio a <strong>Berlin Session</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Presentazione: Marco Notari</strong><br />
<strong>Fotografie, video e montaggio: Maddalena Di Santo </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Berlino – Kreuzberg – 10 settembre 2011 – ore 00:35</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragazzo afgano dietro il bancone mi guarda storto mentre addento uno dei falafel più buoni che abbia assaggiato in vita mia. Sono appena stato nel bar accanto al suo chiosco a comprarmi una birra, che lui da buon musulmano non consuma né vende. Dobbiamo sbrigarci, fra meno di mezz’ora chiude la metro e dobbiamo ancora attraversare tutta la città per tornare nel nostro albergo a Berlino Ovest. Al tavolo con noi anche Simone, un amico di Torino che da diversi anni vive a Berlino, e Davide Tomat dei N.A.M.B., qui da qualche giorno per masterizzare il suo primo disco solista. Oggi è stata una giornata lunga.<br />
Questa mattina siamo arrivati al PopKomm, uno dei più importanti eventi musicali a livello mondiale ed uno dei tanti esempi di come i berlinesi sappiano riadattare magistralmente gli edifici e gli spazi. La fiera si tiene all’interno dell’ex-aereoporto nazista di Tempelhof, realizzato da Hitler nella seconda metà degli anni ’30. Su quella che un tempo era la pista di atterraggio stanno allestendo un gigantesco palco per l’evento finale del Berlin Music Week, in cui si esibiranno tra gli altri Primal Scream, Mogway, Beirut e Suede.<br />
Quanto a noi, dopo un veloce giro tra gli stand provenienti da tutto il mondo ed un pranzo troppo tedesco e poco commestibile è il momento di uno showcase acustico per gli addetti ai lavori. Il pubblico ascolta attento, ed alla fine del set un paio di radio berlinesi si avvicinano per farci i complimenti e chiederci una copia del disco da trasmettere sulle loro frequenze.<br />
E’ già ora di partire con la metro alla volta dell’NBI, teatro del nostro concerto serale all’interno dell’Italian Music Night. La città è enorme e dobbiamo attraversarla tutta con diversi cambi di metro (il nostro pass ci garantisce l’utilizzo gratuito di tutti i mezzi pubblici e l’accesso a tutti gli eventi della settimana). Non ci perdiamo solo grazie a Simone.<br />
Il club è molto accogliente: a dividere il palco con noi ci sono Heike has the giggles, Sycamore age e Management del dolore post-operatorio. Superati i prevedibili problemi di soundcheck legati alle dimensioni di un palco troppo piccolo per quattro band, il concerto fila via veloce e divertente, con il pubblico tedesco che si rivela ancora una volta molto attento e partecipe.<br />
Scesi dal palco però la fame è arrivata a livelli insopportabili. “Vi porto a Kreuzberg” – annuncia Simone “a mangiare il miglior falafel di Berlino”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho finito il mio falafel ripieno di formaggio fritto in due minuti netti. Una goduria. E’ quasi ora di andare, se no restiamo a piedi. Domani abbiamo la giornata libera, il nostro aereo per Torino partirà alle nove di sera. Qualcuno al tavolo la butta lì: “Potremmo portarci dietro una chitarra e improvvisare qualche canzone in giro per la città mentre la visitiamo”. “Perché no” – rispondo – “mi sembra una bella idea”. “Ok” – interviene Simone, che è già partito in trip organizzativo – “Allora ci vediamo alle undici a Savignyplatz e poi vi porto in giro per la città. Ci penso io”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre torniamo verso la fermata della metro con in mano l’ultima birra della giornata mi rendo conto per l’ennesima volta di quanto sia affascinante questa città.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gallery: Clicca <a href="http://www.losthighways.it/lost-gallery-2/2011/Berlin%20Session/">QUI</a></strong></p>
<h2 class="sectionhead">Berlin Session Videos</h2>
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<div id="jwplayer-2"></div>
</div>
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		<title>Un giorno color arancio: Il favoloso mondo di Amélie (colonna sonora) – Yann Tiersen</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 16:06:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Concetta Botrugno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[Montmartre, agosto 1997. Protagonista di questo C&#8217;era una volta è Amélie Poulain (interpretata da Audrey Tautou). Non una biancaneve invidiata dalla matrigna per la sua bellezza e coinquilina di sette buffissimi nani, neanche una cenerentola vittima delle angherie delle due sorellastre cattive, ma una cameriera del bar-ristorante “Les Deux Moulins”. Amélie ha 23 anni, una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/amelie21.jpg" alt="" width="300" height="200" />Montmartre, agosto 1997. Protagonista di questo <em>C&#8217;era una volta</em> è Amélie Poulain (interpretata da Audrey Tautou). Non una biancaneve invidiata dalla matrigna per la sua bellezza e coinquilina di sette buffissimi nani, neanche una cenerentola vittima delle angherie delle due sorellastre cattive, ma una cameriera del bar-ristorante “Les Deux Moulins”. Amélie ha 23 anni, una pelle di porcellana, occhi grandi e sinceri. Il ritrovamento di uno scrigno dei giochi e ricordi d&#8217;infanzia, nascosto una quarantina di anni fa da un bambino che abitava nello stesso appartamento in cui oggi vive Amélie, darà a quest&#8217;ultima l&#8217;input per aiutare chi le sta intorno. Perchè molto spesso è più semplice ed appagante dedicarsi agli altri piuttosto che a se stessi, soprattutto quando si vuole sfuggire ai propri problemi! Ha così inizio una di quelle fiabe moderne da raccontare ai propri figli, ma anche da auto-raccontarsi per addolcire questa amara realtà. Una fiaba che continua tutt&#8217;oggi a ricevere consensi, nonostante siano trascorsi circa dieci anni dalla distribuzione nelle sale francesi, a prova del fatto che ancora in tanti decidono di <em>appellarsi al sogno per una gioia che dura </em>(Max Gazzè). I fattori di successo di questa pellicola sono molteplici, a cominciare dai colori caldi con cui viene presentato l&#8217;accogliente paesino francese che fa da sfondo alle diverse vicende, sino ad arrivare all’eccentricità dei suoi abitanti e soprattutto al candore e all’arguzia dell’interprete femminile. Ed ancora, la suspense che ruota attorno alla storia d&#8217;amore tra Nino (Mathieu Kassovitz) ed Amélie e l’ironia con cui vengono trattate tematiche quotidiane quali la solitudine, le paure, la gelosia e le diversità, senza sminuirne l’importanza. A legare insieme tutti questi tasselli è l’importante contributo dato dal compositore e polistrumentista minimalista francese Yann Tiersen, al quale il regista Jeunet decide di affidare l&#8217;intera colonna sonora del film. La maestria del primo e l&#8217;estro creativo del secondo rappresentano il connubio perfetto per delineare i tratti caratteriali dei personaggi, descritti attraverso fobie e desideri, strane manie, virtù e difetti. Le venti tracce che compongono l&#8217;album, vincitore del disco di platino nel 2005 in Canada, attingono sia dal vecchio repertorio del musicista che da nuove idee sviluppate appositamente per l&#8217;opera cinematografica. Solo due di esse non rientrano tra le produzioni di Tiersen e sembrano spuntar fuori da un vecchio grammofono, ovvero <strong><em>Guilty</em></strong> di Russ Columbo e <strong><em>Si Tu N&#8217;ètais Pas Là </em></strong>di Frèhel, che suggella il primo ed insolito incontro tra la romantica Amélie e il timido Nino. La quotidianità di questa “paladina degli emarginati” è come un giro di valzer, talvolta entusiasta e frenetico come ne <strong><em>La Valse D&#8217;Amélie</em></strong>, <strong><em>L&#8217;Autre Valse D&#8217;Amélie</em></strong> e <strong><em>La  Valse Des</em></strong><strong><em> Monstres</em></strong>, talvolta triste e commovente come nella versione solo piano de <strong><em>La Valse D&#8217;Amélie</em></strong>. Nei primi tre brani appena citati, le fanciullesche note del toy piano e del vibrafono, l&#8217;eleganza del violino e la naturalezza del banjo, assieme alla sobria onnipresenza (ora lenta ora più ritmata) della fisarmonica, rievocano l&#8217;astuzia e la sensibilità con cui Amélie risolve i pasticci altrui. Nell&#8217;ultimo, invece, le dita di Yann tra il bianco e il nero del pianoforte raccontano con delicatezza il dolore della ragazza nel credere che il suo uomo si sia invaghito di un&#8217;altra. E&#8217; il piano a prenderci ancora per mano nella malinconica <strong><em>Comptine D&#8217; Un Autre E&#8217;tè: L&#8217;Après-Midi</em></strong>, evocando immagini della solitaria infanzia di Amélie, come il suo sguardo infelice quando la madre getta nel fiume il suo unico amico reale: il pesciolino Capodoglio. Contrariamente a quanto indicato dal titolo, <strong><em>Les Jours Tristes</em></strong> è un trionfo di sonorità briose e leggere, una festa a cui sembrano partecipare tutti gli strumenti di un&#8217;orchestra. Il pezzo è un risveglio per tutti e cinque i sensi, poiché suggerisce di guardare al mondo con la fantasia del fanciullo che è in ognuno di noi. Invita a viaggiare con la mente lungo le rive della Senna ed ascoltare il rumore delle onde, mentre da lontano giunge il fragrante profumo di baguette, così come ricorda di gustare ogni attimo di questa esistenza, anche se molto spesso non è come noi la vorremmo. Infine, per alleviare la tristezza di talune giornate, è importante toccare con mano anche i dettagli più insignificanti (come tuffare la mano in un sacco di legumi), per assaporare la libertà e riscoprire i piccoli piaceri della vita. Struggenti ed inesorabili sono i lenti passi mossi da melodica e fisarmonica ne <strong><em>La Dispute</em></strong>, le quali ammutoliscono poco prima di giungere a metà del brano per lasciare spazio al raffinato suono del piano. In chiusura dello stesso, a sorpresa, la ruota di una bici che gira. Atmosfere armoniose e caramellose si assaporano in <strong><em>Soir De Fête</em></strong>, grazie al clapping e ad un cinguettio che fanno da sottofondo a fisarmonica e mandolino, prima di lasciarsi cullare dal dolce carillon nella parte finale della track.<br />
Un giorno color arancio in cui ognuno stringe tra le mani ciò che desidera. Il volto del proprio partner appisolato sul petto, la libertà, la figlia appena ritrovata dopo anni di silenzio, la forza per superare le proprie paure come fa l&#8217;uomo di vetro che ritrova nuovamente un contatto con l&#8217;esterno. Dedico questo lieto fine, poco frequente nella realtà, a chi sa che Amélie è un personaggio surreale ma in lei si riconosce sotto diversi aspetti, a chi ancora arrossisce di fronte alla purezza dell&#8217;amore, a chi preferisce scorgere da lontano la felicità del proprio compagno/a davanti alla realizzazione di un desiderio, a cui si è contribuito tacitamente. A chi non riesce ad innamorarsi perchè non incontra la persona giusta o ha paura a lasciarsi andare, perchè stanco di continue delusioni. A tutti voi buon ascolto, buona visione e tante emozioni!</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Virgin Records &#8211; 2001</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up:</span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;"> Yann Tiersen</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>J&#8217;Y Suis Jamais Allè</li>
<li>Les Jours Tristes</li>
<li>La Valse D&#8217;Amélie</li>
<li>Comptine D&#8217;Un Autre E&#8217;tè: L&#8217;Après Midi</li>
<li>La Noyée</li>
<li>L&#8217;Autre Valse D&#8217;Amélie</li>
<li>Guilty</li>
<li>A&#8217; Quai</li>
<li>Le Moulin</li>
<li>Pas Si Simple</li>
<li>La Valse D&#8217;Amélie (versione orchestrale)</li>
<li>La Valse Des Vieux os</li>
<li>La Dispute</li>
<li>Si Tu N&#8217;E'tais Pas Là</li>
<li>Soir De Fête</li>
<li>La Redècouverte</li>
<li>Sur Le Fil</li>
<li>Le Banquet</li>
<li>La Valse D&#8217;Amélie (versione piano)</li>
<li>La Valse Des Monstres</li>
</ol>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p><iframe width="500" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/OUvPczjcxkw?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Such imagination seems to help the feeling slide: Without you I’m nothing &#8211; Placebo</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 08:38:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Arduini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[La musica ci illude: ci fa credere che siamo noi a scegliere quale cd mettere nel lettore, quale video guardare, ma in realtà è lei che ci sta chiamando e che guida le nostre mani, le nostre orecchie e fa in modo che ci mettiamo in ascolto. Così accade che intorno ai 22/23 anni sei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/placebo_011110.jpg" alt="" width="300" height="225" />La musica ci illude: ci fa credere che siamo noi a scegliere quale cd mettere nel lettore, quale video guardare, ma in realtà è lei che ci sta chiamando e che guida le nostre mani, le nostre orecchie e fa in modo che ci mettiamo in ascolto. Così accade che intorno ai 22/23 anni sei lì che segui un programma musicale e il tuo sguardo viene attirato da un video: una persona (probabilmente un ragazzo, vista la voce, ma l’aspetto e il trucco lo rendono alquanto ambiguo…) sta camminando lungo le pareti di un grattacielo mentre la folla sotto lo guarda attonita. Lì per lì non ci dai tanto peso, ma qualche anno più tardi esce un album, <strong><em>Black market music </em></strong>dei Placebo e te ne innamori definitivamente e totalmente. Allora vai a scavare, a ricercare gli album vecchi di questa band che sta cambiando il tuo modo di <em>sentire</em> inesorabilmente. Così ti capita tra le mani <strong><em>Without you I’m nothing</em></strong>, un album meraviglioso, che ti entra dentro e ti ritorna alla mente quel video visto qualche anno prima. Ecco come è nato il mio amore per i Placebo, una band che mi ha aperto un mondo, e adesso sono qua per proporvi un viaggio, un viaggio attraverso i brani che compongo <strong><em>Without you I’m nothing</em></strong>, album che si può tranquillamente catalogare tra i migliori della band di Brian Molko. Vi va di seguirmi?<br />
<strong><em>Without you I’m nothing</em></strong> arriva dopo quattro anni dalla formazione dei Placebo ed è il loro secondo lavoro in studio, anticipato da un cambio nella line-up: fuori Robert Shulzberg, dietro la batteria arriva Steve Hewitt (da qualche anno sostituito da Steve Forrest) e la band ci guadagna con un salto di qualità, sia dal punto di vista compositivo che tecnico. Il risultato è un album più elaborato rispetto alla ruvida immediatezza di quello omonimo d’esordio, che mostra Molko e compagni come una band eclettica, vellutata nell’immagine e molto introspettiva nella musica. Suoni a metà tra il dark degli anni ’80 e il grunge degli anni ’90, un look che, almeno in un primo momento, pesca a piene mani dal glam anni ’70, testi malinconici e un frontman carismatico, quel Brian Molko che divide la platea tra chi lo osanna e chi lo detesta, sono gli elementi che contribuiscono a creare il <em>fenomeno Placebo</em>, destinato a durare negli anni.<br />
Il nostro viaggio parte proprio con <strong><em>Pure Morning</em></strong>, il brano che mi ha fatto entrare nel mondo dei Placebo. Il pezzo è diventato da subito una hit, anche grazie al bellissimo video. Una batteria martellante, chitarre distorte e tanta elettronica per un mix che incanta. Il testo fondamentalmente è una filastrocca dal significato ambiguo (“<em>Day’s dawning, skins crawling / Pure Morning</em>”). A completare il quadro arriva la voce di Molko, sicuramente una voce non comune che ammalia e contribuisce a creare quel velo di mistero che accompagnerà la band anche nel prosieguo della carriera. Il viaggio continua con <strong><em>Brick Shithouse</em></strong>, brano che cambia decisamente l’atmosfera. Distorsioni, continui saliscendi, batteria veloce, al limite del punk. Ed ecco il turno di <strong><em>You Don’t Care About Us</em></strong>, altro singolo estratto dall’album. Nel video vediamo la band gettata in pasto agli squali mentre un gruppo di bambini con sguardi poco rassicuranti si gode la scena. Il brano è coinvolgente, per una di quelle melodie che ti entrano in testa subito. Il nostro viaggio rallenta e incontriamo la dolcissima <strong><em>Ask for Answers</em></strong>, pezzo quasi acustico, con basso, chitarra e voce a farla da padrone. La batteria è una sorta di accompagnamento, un sottofondo che non vuole disturbare la meraviglia creata dagli altri strumenti. La prossima tappa è quella che mi tocca l’anima più di tutte: <strong><em>Without You I’m Nothing</em></strong>, brano che dà il titolo all’album. Il pezzo è di una bellezza disarmante, tanto da aver attirato pure l’attenzione di David Bowie che ne ha inciso una versione in cui duetta con Brian Molko. Arrangiamenti di chitarra straordinari, basso e batteria che pulsano ed un’interpretazione che incanta. Molko canta “<em>I&#8217;m unclean, a libertine/ And every time you vent your spleen,/ I seem to lose the power of speech,/ Your slipping slowly from my reach./ You grow me like an evergreen,/ You never see the lonely me at all</em>” e lo stomaco si contorce seguendo le suggestioni di un testo che è pura poesia. <strong><em>Allergic (To thoughts of mother earth)</em></strong> è un brano potente, che si muove tra distorsioni e feedback per poi lasciare spazio a <strong><em>The Crawl</em></strong>, altro momento di quiete. Basso, pianoforte, synth e spazzole sul rullante sono gli strumenti che accompagnano un brano triste, scuro, reso ancora più profondo dall’interpretazione di Molko. Segue un’altra di quelle hit che si riconoscono già dalle prime note: <strong><em>Every You Every Me</em></strong>. Il pezzo, diventato famoso anche grazie al fatto che è stato incluso nella colonna sonora del film <strong>Cruel Intentions</strong>, inizia con una chitarra per poi esplodere dopo pochi minuti all’ingresso degli altri strumenti. Il brano è semplicissimo, gira per lo più su tre, quattro accordi, ma i Placebo riescono a renderlo davvero unico. Il nostro viaggio emozionale procede verso <strong><em>My Sweet Prince</em></strong>. Parte con un tappeto elettronico che lascia spazio alla batteria, che entra delicata. Pianoforte, chitarre appena accennate, basso che segna la strada sulla quale si muove la voce, ancora una volta perfetta, emozionante, che penetra l’anima. <strong><em>Summer’s Gone</em></strong> è un’altra meravigliosa tappa del nostro viaggio. Il brano si muove su sonorità morbide che coccolano l’ascoltatore trasportandolo verso <strong><em>Scared of Girl</em></strong>, ultimo brano energico dell’album. Ancora chitarre rumorose, ancora batteria che picchia, ancora il sound dei Placebo che colpisce. Chiude il nostro viaggio <strong><em>Burger Queen</em></strong>, brano che parla di un travestito lussemburghese malato di Aids. La voce di Molko, questa volta delicata, si lascia accompagnare dal suono della chitarra, dal basso e dalla batteria che ricamano emozioni e le incidono nell’anima. E quando siamo pronti per scendere dal treno, per riporre le valige, ecco arrivare <strong><em>Evil Dildo</em></strong>, la ghost track. Distorsioni, feedback a fare da sottofondo a minacce di morte registrate direttamente dalla segreteria telefonica di Brian Molko. L’effetto è abbastanza inquietante, ma colpisce dritto nel segno.<br />
I Placebo sono tra le band che hanno segnato la musica dell’ultimo ventenno. Non avranno inventato niente di nuovo, ma hanno sicuramente la capacità di scavare dentro ognuno di noi con parole e musica per accendere l’interruttore della dolcezza, della rabbia, della trasgressione, della solarità o della cupezza e <strong><em>Without you I’m nothing</em></strong> è un album che racchiude splendidamente tutte queste caratteristiche.</p>
<h2 class="sectionhead">Pure Morning &#8211; Video</h2>
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		<title>Revolver – The Beatles</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 08:10:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrica Errico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tornate indietro di 45 anni, mettete sul piatto il vinile che avete appena acquistato oggi 5 agosto 1966 e vi ritroverete ad ascoltare una delle opere più futuristiche e più innovative per l&#8217;epoca e per la musica che verrà. Fate un balzo avanti negli anni attuali, riascoltate lo stesso disco e rimanete pure estasiati nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/beatles_revolver01.jpg" alt="" width="300" height="206" />Tornate indietro di 45 anni, mettete sul piatto il vinile che avete appena acquistato oggi 5 agosto 1966 e vi ritroverete ad ascoltare una delle opere più futuristiche e più innovative per l&#8217;epoca e per la musica che verrà. Fate un balzo avanti negli anni attuali, riascoltate lo stesso disco e rimanete pure estasiati nel constatare quanto quelle note abbiano pesato in quasi mezzo secolo di cultura con i loro stravolgimenti schematici e intuizioni visionarie.<br />
Nella probabile impossibilità di stabilire con esattezza quale sia l&#8217;effettiva migliore opera dei Beatles, <strong><em>Revolver</em></strong> va di certo ad incastonarsi tra le loro fondamentali e quella che, con <strong><em>Rubber Soul</em></strong>, segna la netta demarcazione della maturità artistica dei Fab Four. Qui trovano spazio la crescita e le sperimentazioni personali di Lennon, McCartney ed Harrison creando così un album per niente monotono, ma al contrario caratterizzato da singole tracce completamente differenti tra loro che vanno ad esplorare gusti e terreni variegati.<br />
George Harrison inizia con il firmare la prima traccia <strong><em>Taxman</em></strong> in cui si evince quanto la parte più acida sia d&#8217;ora in poi una componente assidua della creatività del quartetto. Un pezzo sul blues questo di apertura in cui padroneggia l&#8217;assolo di chitarra di McCartney. La creatività di Harrison trova in questo disco la definitiva conferma del proprio talento compositivo andando a realizzare anche <strong><em>I want to tell you </em></strong>e <strong><em>Love you to</em></strong>, dove, in un viaggio impalpabile tra le sonorità indiane da cui è rimasto folgorato dopo aver appreso il suono del sitar, l&#8217;andamento vorticoso e le atmosfere sognanti terminano in un turbinio accelerato.<br />
Un clima tetro e malinconico viene ad incombere con <strong><em>Eleonor Rigby</em></strong>, dove Paul McCartney affronta il tema della solitudine e dell&#8217;anzianità. Gli archi presenti evidenziano l&#8217;influenza della musica classica che in quel periodo Paul approfondiva; i cori e la ripetuta “<em>Look at all the lonely people”, </em>a rimarcare lo sconforto per lo stato di desolazione, fanno della traccia una delle più celebri del gruppo e uno dei gioielli più sperimentali di McCartney. La sua creatività sigla nell&#8217;album la dolce <strong><em>Here, There and Everywhere</em></strong>, con note che sembrano evocare quelle da torpore da spiaggia dei cugini americani Beach Boys e la solare <strong><em>Good day sunshine</em></strong> che ammicca notevolmente alle sonorità dei Kinks. Altra vetta artistica è <strong><em>For no one</em></strong><em> </em>dove da sfondo spicca il suono del corno francese e il ritmo, sempre a rilevare la classicità da cui l&#8217;autore è fortemente contagiato, che è cadenzato come quello di un&#8217;antica ballata. L&#8217;allegra <strong><em>Got to get you into my life</em></strong> canta dell&#8217;uso di marijuana a cui McCartney era dedito, le trombe sono in perfetto stile chansonnier francese mentre la coda è un guizzo di puro soul. La famigerata <strong><em>Yellow submarine</em></strong> è un&#8217;allegra filastrocca per bambini, piacevole e leggera, scritta da Paul e cantata da Ringo Starr.<br />
Se Harrison viaggia verso vie mistiche e McCartney è orientato alla classicità, Lennon da sfogo alla sua inventiva qui caratterizzata dalla componente psichedelica e che della futura psichedelia musicale sarà la base. In <strong><em>I&#8217;m only sleeping</em></strong> è evidente la spirale lisergica da cui John è affascinato e che riproduce con toni soffusi, cori e con il geniale inserimento del risultato del suono di alcune parti del nastro fatto girare al contrario. L&#8217;effetto della beata indolenza, dell&#8217;abbandono volontario a esperienze allucinogene è perfettamente reso in una delle tracce più belle dell&#8217;album. <strong><em>She Said she said</em></strong> è un viaggio acido così come dichiarato da Lennon stesso, uno dei primi brani in assoluto in cui si comincia a dare una nuova definizione di rock accostando aggettivi come psichedelico e, appunto, acido. <strong><em>Doctor Robert</em></strong> è briosa e fresca, sempre dominante è il tema delle droghe; così come brillante è <strong><em>And your bird can sing</em></strong> considerata però dall&#8217;autore Lennon la meno valida di quelle da lui composte.<br />
La finale <strong><em>Tomorrow never knows</em></strong> può essere considerata come il sunto conclusivo di tutte le  esperienze empiriche presenti nell&#8217;album. C&#8217;è l&#8217;apice lisergico di Lennon che in una spirale ipnotica canta <em>“Turn off your mind, relax and float down stream” </em>citando il libro <strong>The Psychedelic Experience</strong> da cui è stato pesantemente influenzato accompagnato dal sitar di Harrison. Sonorità primordiali vanno a braccetto con sperimentazioni sonore e tape loops andando a comporre il brano-manifesto del disco.<br />
Riconosciuto sin da subito il valore artistico dell&#8217;album e l&#8217;innovatività presente in esso, 45 anni dopo <strong><em>Revolver</em></strong> è più che attuale nel suo precorrere tempi e sonorità da cui si trae ispirazione tuttora e incastonandosi già da decenni tra le pietre miliari della musica che abbiano mai visto la luce.</p>
<h2 class="sectionhead">Tomorrow Never Knows</h2>
<p><object width="500" height="375"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/6a3NcwfOBzQ?version=3&#038;feature=oembed"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/6a3NcwfOBzQ?version=3&#038;feature=oembed" type="application/x-shockwave-flash" width="500" height="375" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Campi di fragole per sempre: quei Beatles</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 16:03:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Catia Manna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Focus]]></category>

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		<description><![CDATA[Strawberry Fields Forever fu scritta da Lennon nel 1966 e pubblicata all’inizio dell’anno successivo. Doveva essere inserita nell’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ma uscì solo come singolo insieme a Penny Lane di McCartney. I critici lo considerano il miglior 45 giri della storia, ma, incredibilmente, in Inghilterra non arrivò mai al primo posto. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/beatles-196701.jpg" alt="" width="300" height="211" />Strawberry Fields Forever</em></strong> fu scritta da Lennon nel 1966 e pubblicata all’inizio dell’anno successivo. Doveva essere inserita nell’album <strong><em>Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band</em></strong>, ma uscì solo come singolo insieme a <strong><em>Penny Lane</em></strong> di McCartney. I critici lo considerano il miglior 45 giri della storia, ma, incredibilmente, in Inghilterra non arrivò mai al primo posto. Tra modifiche e arrangiamento, particolarmente complesso, ci volle circa un mese per completarla. L’atmosfera onirica creata dalla ricercata costruzione musicale, testimonianza della capacità del quartetto di utilizzare tutte le potenzialità della sala di registrazione, si adatta benissimo al testo, uno dei vertici lirici di Lennon. Come <strong><em>Penny Lane</em></strong>, che è una strada di Liverpool, anche <strong><em>Strawberry Field</em></strong> è un posto reale. Si trattava, per la precisione, di un orfanotrofio vicino alla casa d’infanzia di Lennon. <strong><em>Strawberry Field</em></strong> è diventata un’immagine.</p>
<p><em><strong>Campi di fragole per sempre</strong></em></p>
<p><em>Lasciati portare, sto andando nei campi di fragole<br />
Niente è reale e non c&#8217;è nulla per cui stare in ansia<br />
Campi di fragole per sempre</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>È facile vivere con gli occhi chiusi</em> <em><br />
senza capire ciò che si vede<br />
Diventa difficile essere qualcuno<br />
ma poi tutto si risolve<br />
e non mi preoccupo più di tanto</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Lasciati portare, sto andando nei campi di fragole</em> <em><br />
Niente è reale e non c&#8217;è nulla per cui stare in ansia<br />
Campi di fragole per sempre</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Penso che non ci sia nessuno sul mio albero</em> <em><br />
voglio dire, deve essere alto o basso<br />
cioè, lo sai, tu non puoi metterti in sintonia<br />
ma è tutto a posto<br />
cioè, penso che non vada troppo male</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Lasciati portare, sto andando nei campi di fragole</em> <em><br />
Niente è reale e non c&#8217;è nulla per cui stare in ansia<br />
Campi di fragole per sempre</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Sempre, no, a volte, penso di essere io</em> <em><br />
ma tu sai che io so quando sto sognando<br />
Voglio dire un &#8220;no&#8221;, penso un &#8220;sì&#8221;<br />
ma è tutto sbagliato<br />
cioè, penso di non essere d&#8217;accordo</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Lasciati portare, sto andando nei campi di fragole</em> <em><br />
Niente è reale e non c&#8217;è nulla per cui stare in ansia<br />
Campi di fragole per sempre<br />
Campi di fragole per sempre</em></p>
<p>I campi di fragole sono l’immagine a cui dobbiamo ricorrere quando determinate circostanze ci angosciano. Situazioni che non ci appartengono, comportamenti a noi sgraditi, non sono reali, non possono determinarci. Reale è ciò che desideriamo, che siamo o vorremmo essere, anche se a volte le condizioni ce lo fanno dimenticare. (<em>Diventa difficile essere qualcuno</em>). Solo noi sul nostro albero, con la parte intima, senza ansie nei campi di fragole. Qui si perdono le coordinate, dell’alto e del basso e le certezze, ma la sensazione è di stare bene (<em>ma è tutto a posto, cioè, penso che non vada troppo male</em>). Non tutti arriviamo a questo stato, a toccare noi stessi, perché <em>è</em> più <em>facile vivere con gli occhi chiusi senza capire ciò che si vede</em>. Lasciamoci trasportare verso ciò che siamo veramente, campi di fragole per sempre.</p>
<p>La traduzione è di Vincenzo Del Core e di Catia Manna</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p><object width="500" height="281"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/S7uBrx5aJ20?version=3&#038;feature=oembed"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/S7uBrx5aJ20?version=3&#038;feature=oembed" type="application/x-shockwave-flash" width="500" height="281" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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