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Masseduction – St. Vincent

St_Vincent_-_MasseductionSe può valere l’equazione St. Vincent = David Bowie, difficile valutare il quinto album di Annie Clark come un nuovo Let’s Dance, siamo semmai di fronte ad un nuovo e differente Diamond Dogs.  La Seduzione delle masse equivale all’Educazione delle Masse attraverso una plastificazione della donna e del sesso, oggi più che mai strumento di controllo nelle mani del potere. In tal senso l’album è inscindibile dalla ricercata estetica che ha accompagnato la campagna promozionale e che ora si ripropone nel tour appena iniziato, dove St. Vincent si presenta sola sul palco a dispetto delle numerose partecipazioni presenti nell’album. Una ricchezza che emerge sin dalle sonorità sintetiche di Hang on Me, fatte di schiaffi sul rullante, il basso legato e la programmazione di Jack Antonoff, che ne fanno una versione solare della tragica Signal to noise di Gabriel, scivolosa come un sapone profumato e ariosa come un musical. La sequenza di due accordi ansiogeni di Pills mette insieme una band di musicisti e programmatori, ancora Antonoff, qui anche alla sezione ritmica, aiutato al computer da Adam Pickrell e Sounwave. Uno scioglilingua ossessivo con un’inedita Jenny Lewis, attaccato da incursioni di chitarre dai riff a trottola, fiati memori dell’album con David Byrne, e i gemiti convulsi  di un’umanità assuefatta a nevrosi che solo la ‘cura’ imposta dalla società può guarire. Assunto il farmaco, tutto si stempera e si distende nella lenta cadenza di una chitarra pulita come nella Rain song dei Led Zeppelin, per chiudere con un sassofono d’antico timbro distorto, che in Italia ricorda gli zingari felici di Lolli. Un loop scattoso di voci infantili introduce una titletrack scandita da una ripetizione robotica, filtrata da un phaser. Colori vividi e acidi di una coregrafia seducente e angosciante, che imprigiona spietatamente i partecipanti (I can’t turn off what turns me on) proprio come il professore di The Wall gettava studenti nel tritacarne, masseduction diventa mass destruction. Una distruzione che giunge come un rantolo anche in Sugarboy, un electro accellerato tutto synth e coretti ammiccanti, che pare un video anni ’80, una festa degenerata in una fragorosa deflagrazione di chitarre distorte e feedback.
Los Ageless è sensuale disperazione d’amore, climax incredulo dell’amante deluso tra urla di rabbioso funky e lick di chitarra presi in prestito alle stilettate di Reeves Gabrels in Earthling di Bowie. E dopo lo sfogo il sussurro mesto della rassegnazione accompagna una coda psichedelica fatta di frasi sconnesse e dense, risucchi e dissonanze, organi sbilenchi e parlate misteriose come in una moderna Tomorrow never knows. In Happy Birthday, Johnny la voce appassionata e fratta di Annie galleggia sulla gelatina che riverbera dalla pedal steel di Greg Leisz per un momento di intima tenerezza. Nella successiva Savior Tuck & Patti, zii della Clark, presenti anche in altre parti dell’album, lasciano un contributo più evidente mettendo per un attimo da parte chitarra jazz e calda voce nera per adattarsi allo stile della nipote assieme al basso sinuoso di un session man navigato come Pino Palladino che accompagna la frase calante della coda. New York potrebbe essere una lenta ballata al piano, ma l’arrangiamento in tumultuoso crescendo, che mostra qualche affinità con la bizzaria dei Fiery Furnaces, la trasforma in un caldo inno pop corale. Fear the Future è forse l’episodio più glam, dalle chitarre aggressive dell’intro fino alla glitterata chiusura, e le chitarre si fanno sentire anche in Young Lover, dove acuti vertiginosi s’innalzano dalle esplosioni trionfali dei tom. Poi l’etereo frammento strumentale Dancing with a Ghost introduce l’intensa Slow Disco, in cui un basso fluido rinforza la linea vocale accentuando il pathos commovente di St. Vincent, mentre un violino riporta alle collaborazioni con Andrew Bird grazie all’arrangiamento ed esecuzione dell’eccentrica CallMeMargot. Il coro finale potrebbe essere di Antony ma non è ancora il commiato, affidato, invece, a Smoking Section, teatrale e visionaria rappresentazione di smarrimento e perdita (And sometimes I feel like an inland ocean/ Too big to be a lake, too small to be an attraction), finché una voce di cristallo sottile scala la cima della speranza, tra boati e fischi lontani, per ricordare a se stessa e al mondo it’s not the end.

Credits

Label: Loma Vista Recordings

Line-up: Annie Clark (guitar, vocals, synth, bass) – Patti Andress (vocals) – Tuck Andress (guitar) – Jack Antonoff (programming, synth, bass, drums, string arrangement, mellotron, piano) – Thomas Bartlett (piano, synth) – Mike Elizondo (bass) – Timothy Garland (violin) – Rich Hinman (pedal steel) – Kid Monkey (vocals) – Greg Leisz (pedal steel) –  Jenny Lewis (vocals) – Margot (strings) – Daniel Mintseris (synth) – Pino Palladino (bass) – Philip A. Peterson (cello) – Adam Pickrell (programming) – Evan Smith (saxophone) – Sounwave (programming) – Bobby Sparks (keyboards) – Lars Stalfors (synth, programming) – Kamasi Washington (saxophone) – Toko Yasuda (vocals)

 

Tracklist:

  1. Hang on Me
  2. Pills
  3. Masseduction
  4. Sugarboy
  5. Los Ageless
  6. Happy Birthday, Johnny
  7. Savior
  8. New York
  9. Fear the Future
  10. Young Lover
  11. Dancing with a Ghost
  12. Slow Disco
  13. Smoking Section


Link: Sito Ufficiale, Facebook

 

 

Loss ageless – Video

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