Pet Sounds – The Beach Boys

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Nei solchi di ogni narrazione c’è sempre stato l’uomo, con le sue aspirazioni, la sua vita, il suo peregrinare dalla nascita alla morte. Cosa merita d’esser concesso all’eternità se non il racconto dei sospiri dell’uomo nelle varie stagioni della sua esistenza? Pet Sounds è in ordine sparso: 1) un concept-album sul tema del cammino dell’uomo, dalla primavera dei sospiri all’inverno delle disillusioni; 2) il punto esatto in cui il pop diventa un genere adulto, nella sua piena metamorfosi da forma di intrattenimento ad opera d’avanguardia; 3) uno dei dischi più influenti della storia della musica. Ed è la creatura quasi esclusiva di Brian Wilson, voce, basso, autore e deus-ex-machina dei Beach Boys, frutto della sua personalissima opera di introspezione e di una cura maniacale per i dettagli. Lo è perché virgulto di una spiritualità personale e applicata, di una voglia di creare e trasformarsi in capolavoro che non poteva che essere corale soltanto di facciata. Ma facciamo un passo indietro: i Beach Boys sono sin dai primi anni ‘60 il più grande gruppo pop americano, cantori della middle class e bandiera di tutta quella generazione che si rispecchia nel sogno dell’estate californiana, fatta di innocenza, leggerezza, luce viva e spensieratezza. Lo fanno servendosi del mito del surf (pur non avendo mai imbracciato una tavola per davvero) e anche la loro musica ne conserva i connotati, tra contagi rock’n’roll, coretti, armonie vocali e melodie accattivanti. Ma quella stagione sta per finire, perché di lì a poco l’America tutta avrebbe conosciuto le vertigini del Vietnam, e poi l’assassinio di Kennedy e tutti i mutamenti che ne conseguirono. Brian, che sogna Phil Spector e i suoi esperimenti colti e guarda al fenomeno Beatles con tanta attenzione, rispetto e voglia di rivalsa, ha già in mente il suo capolavoro, che chiuderà la prima fase discografica della band. Ci pensa con un’attitudine taumaturgica: “l’idea di comporre musica che potesse far star meglio le persone era diventata come una missione“, dirà di lui il fratello Carl. Così nel maggio del 1966 nasce Pet Sounds, la chiave introspettiva che si realizza e il surf pop che diventa qualcos’altro. Diventa orchestrale, si concede l’uso di strumenti mai prima d’ora così ben amalgamati in un contesto pop e soprattutto fa la scoperta dell’ultimo degli strumenti possibili: lo studio di registrazione, perché la ricerca del suono perfetto è al contempo intuizione e ingegneria. Il disco da Wouldn’t It Be Nice a Caroline, No è la strada che passa tra la giovinezza e la voglia di raggiungere la maturità e il rimpianto dei tempi andati. In mezzo c’è la vita, quella che non si posa, che rifulge il presente perché non riesce proprio a farne parte (I Just Wasn’t Made for These Times). Paul McCartney e Brian Wilson, rivali eppure amici, si rincorreranno e sfideranno a suon di capolavori, ma ciascuno stimando la grandezza dell’altro. Ciascuno cambiando a suo modo, irreversibilmente, il corso della musica.
Pet Sounds, apprezzato molto dalla critica inglese, venne accolto quasi con indifferenza dal pubblico americano dell’epoca e persino la Capitol, etichetta discografica di allora si dimostrò scettica a riguardo, preoccupata dal suo mood un po’ malinconico e dal suo appeal decisamente meno commerciale dei precedenti. L’eco di questo disco sulla storia del pop sarà destinata a crescere esponenzialmente negli anni.

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GENERE: Baroque Pop
PAESE: USA
LABEL: CAPITOL (1966)

 

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