Yayayi – Yayayi

 

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Gli anni ’10 del secondo millennio hanno offerto nuovi paradigmi e identificato luoghi nuovi in cui andare a ricercare gli avamposti dell’innovazione musicale. Il più fruttuoso di questi è la rete stessa, dove il confine tra l’indipendenza, l’autoproduzione e il grandissimo successo di pubblico ormai è labilissimo. Il Voyager3 ospita un lavoro che viene proprio dai meandri della rete e dalle esoteriche lande di H20$$$Sports$$$, crew (e label?) californiana (per quanto possano significare i confini geografici) che ha popolato Soundcloud tra il 2009 e il 2015 e tra cui milita l’autore di questo lavoro lunghissimo e stordente, Yayayi, al secolo Evan Yi (conosciuto anche con una sfilza di altri moniker sulla piattaforma, tra cui Ativan Corea ed Evany). Ad aumentare l’alone di mistero, la scomparsa, a un certo punto, di tutto il materiale legato a questa pseudo label, con l’eccezione di poche tracce, da qualunque piattaforma in rete. E poi la ricomparsa su Youtube qualche anno dopo e l’elevazione a feticcio rivoluzionario da tutta una parte di community di settore (in primis rateyourmusic.com). Ma passando alla ciccia, l’omonimo rinsavito album Yayayi, pubblicato in rete la prima volta nell’anno domini 2013 (di chissà quale era, verrebbe da dire a questo punto), è un disco dal profondo estro sperimentale, rannicchiato nell’alveo dell’hip-hop strumentale surrealista e di quello dei remix rallentati fino al paradosso di scuola DJ Screw, colui che diede l’abbrivio a un vero e proprio genere di culto nei primi anni ’90 (il Chopped and Screwed). Ma oltre a essere un disco di oltre due ore di durata e oltre ad avere titoli che sembrano venuti fuori da una conversazione tra androidi del 3013 d.C, vanta un’intro di tre oceanici brani strumentali, in cui l’arte del campionamento splafona in qualcosa a metà tra l’indeterminismo di John Cage e la post-tronica glitch degli Autechre. Poi un bagno psichedelico e drogatissimo in una tempesta di remix, dove la vaporwave incontra la trap e i dorsi più incerti e smodati dell’hip-hop americano.

Ascoltare questo lavoro dà la netta sensazione che produttori di primissimo piano e con un repertorio di idee innovative si possano nascondere nei meandri più nascosti  di Internet, e venir fuori addirittura per caso, quando incontrano le giuste sensibilità. La cosa bella della rete è anche questa, arricchire e, perché no, riscrivere la storia di certa musica partendo da ciò che i riflettori della discografia, della celebrità, persino dell’autostima a volte, non sono riusciti a illuminare. Pane davvero croccante per i denti dei tanti archeologi musicali, perché se il livello è questo, chissà quanto ancora attendersi rovistando i fondali.

GENERE: Chopped and Screwed, Glitch Hop, Experimental Hip Hop, Instrumental Hip Hop
PAESE: USA
LABEL: n/a (2013)

 

 

 

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