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Aladdin Sane – David Bowie

Bowie Aladdin saneEssere Ziggy Stardust. Alieno sceso sulla Terra ad annunciare il glam rock, licenziando uno dei capolavori del ‘900, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (16 giugno 1972). Essere venerati come una divinità. Portare il proprio personaggio trionfalmente in tour sulle due sponde dell’Atlantico. Essere un alieno inglese in America, prima che Sting ne facesse una delle migliori canzoni degli anni ’80. Guardare con occhi fanciulleschi alle radici del rock’n’roll, del blues, del jazz e tutta la musica di contaminazione proveniente dal sogno americano, quindici anni prima che lo facesse anche una band irlandese. Come spesso accade all’apice della popolarità (pensate ai Beatles di Get Back), pressioni e aspirazioni generano una detonazione creativa incontenibile e ovviamente difficile da gestire. E così, mentre gira gli States, concerto dopo concerto, Bowie scrive le canzoni di un nuovo album (ciascuna città di “ispirazione” sarà accuratamente annotata sulle note di copertina), registrandone anche alcune nelle pause dal palco (The Jean Genie viene registrata già il 6 ottobre ’72 agli RCA Studios di New York); rientrato a Londra dà gli ultimi ritocchi e il 14 aprile 1973 pubblica il suo sesto lavoro in studio Aladdin Sane, il sano Aladino, leggibile anche come “a lad insane“, ragazzo pazzo: sintomatico gioco di parole che contrappone una realtà di follia a una normalità immaginaria. Binomio di ambiguità iconicamente rappresentato dalla magnifica cover, con la foto a mezzo busto di Bowie Aladdin Stardust, scattata da Brian Duffy nel suo studio londinese: chioma rossa dal futuro, pallore argenteo del corpo nudo e quella saetta glitterata rossa e blu che solca il viso e ne tradisce le origini extraterrestri, colpo di maestro di Pierre Laroche, che curerà il make-up anche per la copertina di Pin Ups. Come dichiarato dallo stesso David, “in my mind, it was Ziggy Goes to Washington“, l’album era intenzionalmente una rappresentazione della sua idea di rock’n’roll americano, messa in chiaro proprio in quei giorni anche con la co-produzione di due capisaldi del decennio: Transformer di Lou Reed e Raw Power degli Stooges. Ed è proprio dalle vivide suggestioni della visione live del grezzo proto punk messo in scena dalle New York Dolls che prende le mosse la ruvida Watch That Man, posta programmaticamente in apertura del disco, con Bowie che rifà il glam americano che a sua volta rifà i Rolling Stones, che per uno strano paradosso sono la principale band di riferimento del nuovo repertorio, per struttura dei brani, sound distorto ma non troppo saturo delle chitarre, fiati rithm’n’blues e cori che discendono direttamente da You can’t always get what you want. Tutt’altra atmosfera pervade l’ambiziosa title track, Aladdin Sane (1913–1938–197?), ispirata da un racconto di Evelyn Waugh, Vile Bodies, satira dell’aristocrazia britannica dopo la vittoria nel primo conflitto mondiale. La parte del leone è interpretata dal pianista Mike Garson, che dà forma compiuta alle precise indicazioni di Bowie trovando un suono immaginifico ed esotico, sospeso tra la dinamica del rag-time e il cromatismo della Belle Epoque, per poi lanciarsi nel lungo assolo improvvisato (buona la prima!), che diverge dal contemporaneo virtuosismo progressive di un Keith Emerson o di un Rick Wakeman, scardinando scale e accenti mediorientali spingendosi ai confini della musica concreta e dello sperimentalismo più estremo e delle avanguardie jazz, duettando sul finale col sax impetuoso di Ken Fordham. Drive-In Saturday recupera la coralità innodica di Moonage daydream, Five years e Quicksand, muovendosi in un lessico ben noto, mentre è la seguente Panic in Detroit, ispirata dal racconto ascoltato da Iggy Pop in persona dei disordini scoppiati a Detroit nel 1967 legati alle contestazioni del White Panther Party, a segnare uno dei vertici del disco. Riff scarnificato preso in prestito a Bo Diddley, ritmica tribale, selvaggi cori urlati di contro a un voce di David mai così sottile e distante, sviluppo armonico crescente e l’assolo blues infuocato di Mick Ronson rendono irresistibile l’epopea del fondatore del movimento, John Sinclair, che Bowie paragona a Che Guevara: un grosso rischio nell’America di quegli anni (e forse ancora oggi) ma senza una reale analisi politica, che non è nelle corde del nostro, affascinato esclusivamente dal caos della ribellione. Una devastazione da cui fatica ad emergere il sanguigno riff hard di Cracked Actor, rock’n’roll malato e decadente a raccontare il declino inesorabile e angosciato di una star del cinema, versione glam di Viale del tramonto, “I’m stiff on my legend, the films that I made / Forget that I’m fifty ’cause you just got paid“. La fine, la disillusione, il senso di disfacimento conducono alla riflessione esistenziale di Time, che tradisce il contributo di Bowie a Transformer di Lou Reed e getta le basi per tutta la produzione dei Queen a venire, con l’istrionica teatralità di un autentico mattatore, Fenice che risorge dalle sue ceneri e guida la band e  il pubblico in sala verso un mistico risveglio, “we should be on by now“, per non dire della chitarra lisergica e lirica di Ronson che ha non poco aiutato Brian May a mettere a fuoco il suo stile. E spetta ancora a Ronson il compito di far decollare The Prettiest Star, già pubblicato come singolo nel 1969 con un’aria trasognata in linea con le atmosfere di acustica magia cosmica di quel periodo, sostituendo  con grinta e trasporto viscerale l’originale fraseggio di Marc Bolan. Si gioca sulla velocità e allora vale la pena schiacciare ancora l’acceleratore per una cover apparentemente caciarona, da ballare sui tavoli di un saloon, di Let’s Spend the Night Together dei Rolling Stones (1967), ma fondamentalmente in linea con le sonorità proto punk che maturano proprio allora in America, sulla scia del garage rock sixties, grazie soprattutto a band brutali come gli MC5 e gli Stooges di Iggy Pop, alter ego animalesco del Bowie più rock. E la tensione sale ancora con il riff ostinato della seguente The Jean Genie, non a caso scritta sulla strada tra Cleveland e Memphis, in cui Bowie si confronta a viso aperto col british blues revival  degli Yardbirds di I’m a Man e Smokestack Lightning, risalendo alla matrice di Bo Diddley per il ritmico riff di chitarra e il tremolante solo che si dimena come la coda di un serpente a sonagli, alimentando un certo tipo di iconografia machista del rock e contemporaneamente smentendola con l’ambiguità di un look funzionale al racconto di un personaggio di spessore inarrivabile, miseramente e forse anche inconsapevolmente scimmiottato da schiere di fantocci di plastica contemporanei. Bowie è irrequieto, non ama stare troppo a lungo in un posto, così anziché chiudere l’album con questa trilogia rock s’inventa in extremis la ballata retrò Lady Grinning Soul con la sua epica decadenza, premonizione di un addio inaspettato. Mentre la critica lo ha generalmente salutato come un fratello minore Ziggy Stardust, la risposta del pubblico è stata invece entusiasta segnando un clamoroso record di vendite. Non basta, lo spirito eclettico di David teme di restare intrappolato in una maschera e allora, senza che nessuno se lo aspetti, neppure i suoi compagni di palco (ad esclusione di Ronson), durante il concerto di chiusura del tour inglese seguito all’uscita dell’album, tenuto la scioccante sera del 3 luglio 1973 all’Hammersmith Odeon di Londra, annuncia che quello sarà “the last show that we’ll ever do“. È la fine di Ziggy, documentata dal documentarista rock D. A. Pennebaker, ma non certo di Bowie che dopo aver congedato il suo personaggio anche in studio con la bizzarra raccolta di cover Pin Ups (uscita il 19 ottobre) inizia il meraviglioso gioco camaleontico di trasformazioni, cambiamenti, morti e reinvenzioni che lo accompagneranno fino all’ultimo drammatico colpo di scena di Black Star, che ha chiuso idealmente il cerchio della saga galattica di un immenso artista alieno.

Credits

Label: RCA Records – 1973

Line-up: David Bowie (lead vocals, guitar, harmonica, saxophone, synthesizer, mellotron) – Mick Ronson (guitar, piano, backing vocals) – Trevor Bolder – bass guitar) – Mick “Woody” Woodmansey (drums) – Mike Garson (piano) – Ken Fordham (saxophone) – Brian “Bux” Wilshaw (saxophone, flutes) – Juanita “Honey” Franklin (backing vocals) – Linda Lewis (backing vocals) – G.A. MacCormack (backing vocals)

Tracklist:

    1. Watch That Man
    2. Aladdin Sane (1913–1938–197?)
    3. Drive-In Saturday
    4. Panic in Detroit
    5. Cracked Actor
    6. Time
    7. The Prettiest Star
    8. Let’s Spend the Night Together
    9. The Jean Genie
    10. Lady Grinning Soul


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