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All Born Screaming – St. Vincent

All Born Screaming

Gli U2 pubblicano un singolo intitolato Discothèque e Pop diventa l’album della svolta techno. Beyoncé indossa un cappello bianco da cow-boy e la sua ultima fatica discografica viene incoronata da Pitchfork come album folk. St. Vincent registra due brani con Dave Grohl e immediatamente ha fatto un disco grunge, malgrado la camicia in fiamme della copertina non sia di flanella a quadroni. Sarà opportuno mettere da parte ogni tentazione di etichettare, catalogare e hashtaggare questo settimo album di Annie Clark, artista con una visione troppo complessa e mutevole, di album in album, per poter essere inserita in un calderone da smerciare sui social. Bowie, col suo essere un camaleonte musicale, resta l’idolo più venerato dalla musicista, primo di un pantheon di riferimenti assimilati e mostrati quasi con orgoglio e contestualmente reinventati con la genialità di chi di quella schiera fa parte a pieno diritto. E lo dimostra sin dai rintocchi di tamburi che preparano una battaglia all’inizio di Hell is Near, dove il campo viene invece spazzato, e l’ascoltatore spiazzato, dal vento di un pad anni ’80 e di un basso macinante che regge la trama sinuosa di un pop elegante che si scompone in cremoso ribollire di balsami e sirene, echi della decadenza di un mondo mitico che ritorna negli accordi grevi di piano della lenta introduzione di Reckless, struttura da gospel venato di blues al rallentatore, come un lunghissimo respiro che prelude allo spericolato salto nel centro vorticoso del tornado, squarciato da lampi e saette laceranti in cui svanire con sprezzo. Dalle macerie lasciate a terra dalla tempesta sale il ruvido, teatrale rock di Broken Man nutrito da rimbombi di tuono, complice la batteria di Dave Grohl, e fischi degli amplificatori che si fondono in un riff brutale degno dei Big Black del compianto Steve Albini, citati da Annie nelle interpretazioni live di Kerosene: una sequenza di note tanto graffiante da costringerla a urlare, invocando il finale per un’intera misura. Le algide suggestioni digitali dell’album omonimo St. Vincent si fondono in Flea coi coretti funky del precedente Daddy’s home, per poi aprirsi in un gustoso intreccio strumentale che porta il finale di Here comes the sun a una session di soul e fusion, dopo la quale anche il fraseggio iniziale ne uscirà rinvigorito e cangiante. Scritta assieme a Cate Le Bon, che altrove presta anche basso e cori, Big Time Nothing è una versione funkadelica di Numb degli U2 come riletta dai Prodigy, energicamente scossa da fiati tolti dalla quasi omonima Big Time di Peter Gabriel, giocando a tagliuzzare l’impianto ossessivo del loop vischioso di basso mediante incursioni di chitarre ritmiche elettrizzate, appuntiti soli in controcanto, manopole impazzite di un vecchio Moog. La seta lucida di un vecchio noir veste il fraseggio elegante di Violent Times in cui il timbro seducente di Annie scava ferite profonde nel ventre di chi ascolta, voce incantevole incorniciata da fiati detonanti che innescano l’incendio di acuti vertiginosi da diva solitaria e irraggiungibile, moderna Regina della notte mozartiana. Per questo The Power’s Out recupera invece una dimensione di ballata intima e sofferta che risale a Happy birthday, Johnny, sebbene tradotta nelle forme elettriche del Bowie più estetico di Low. Il ritmo tribale della successiva Sweetest Fruit ci ricorda che Clark ha condiviso un album con David Byrne, imparando un eclettismo multietnico che dà nuova linfa alle strutture del pop e della psichedelia, la stessa che illumina radiosa l’intro di So Many Planets, un reggae calante e infatti quella sensazione di déjà-vu è dovuta all’analogo attacco di I shot the sheriff, ma poi il brano prende a navigare in un mare di turbolenze radioattive in cui la flemma caraibica è un ricordo lontano, filtrato da vetri colorati e densi vapori. Dalle stesse latitudini sembra arrivare il ritmo della sei corde pulita e affilata della title-track All Born Screaming, che annega dopo appena due minuti la sua spensieratezza orecchiabile in un naufragio noise che sotto i colpi di un drumming esotico risale addirittura all’Hendrix di …And the gods made love (del resto parte dell’album è stato registrato nei suoi Electric Lady Studios a New York, con la produzione diretta della stessa Annie). Ma dal fondo degli abissi krautrock sale il coro epico che intona in loop la massima del titolo, tutti nascono urlando, e in ciclo tempestoso alla distruzione segue sempre la rinascita, mentre il ritmo della nuova esistenza cresce correndo a rotta di collo, in estasi d’esaltazione e slancio vitalistico. Ancora una volta St. Vincent si conferma un faro abbagliante nella notte scura della musica degli ultimi vent’anni.

Credits

Label: Total Pleasure Records / Virgin Music Group – 2024

Line-up: Annie Clark (lead vocals, synthesizer: 1–3, 5–8, 10; bass: 1, 4–8; 12-string guitar, acoustic guitar, electric piano: 1; drum programming: 2–10; guitar: 3–10; modular synthesizer: 3, 6; background vocals: 4; organ: 4; contrabass: 6; theremin: 9) – Justin Meldal-Johnsen (bass: 1–4, 6, 8–10; synthesizer: 1, 9; drum programming, guitar: 2, 10; electric upright bass: 2; background vocals: 4; contrabass: 6; percussion: 7; effects: 9; tambourine: 10) – Rachel Eckroth (upright piano: 1; keyboards: 2, 9; organ, piano: 2) – Josh Freese (drums: 1, 9) – Dave Grohl (drums: 3, 4) – Cian Riordan (drums: 3, 5; bass: 6–8) – Mark Guiliana (drums: 3, 6) – David Ralicke (saxophone: 3; horns: 5, 6, 8, 9) – Cate Le Bon (bass: 7, 10; background vocals: 10) – Stella Mozgawa (drums: 10)

Tracklist:

  1. Hell is near
  2. Reckless
  3. Broken man
  4. Flea
  5. Big time nothing
  6. Violent times
  7. The power’s out
  8. Sweetest fruit
  9. So many planets
  10. All born screaming

Link: Sito Ufficiale
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