Home / Recensioni / Album / Heavy light – U.S. Girls

Heavy light – U.S. Girls

U.S. Gilrs - Heavy light - coverL’esplorazione, la ricerca, e magari la scoperta, sono parole che calzano a pennello per il settimo album delle U.S. Girls, alter-ego di Meg Remy. La musicista, di stanza a Toronto,  muovendo dall’intuizione messa su disco con Red Ford Radio, nell’album Go grey (2010), decide di esplorare a fondo le possibilità offerte dall’intreccio primordiale di percussioni e voci, con la collaborazione in fase di scrittura ed esecuzione di Basia Bulat e Maximilian ‘Twig” Turnbull (che abbiamo incontrato su queste pagine nei Badge Epoque Ensemble), autore anche del missaggio, assieme a Steve Chahley e Tony Price. Per conservare la vivida naturalezza del rapporto ritmo/voce, l’album è stato felicemente registrato dal vivo all’Hotel 2 Tango studio di Montreal assieme a 20 musicisti, con una precisa e multiforme direzione data dagli arrangiamenti orchestrali del percussionista Ed Squires e del vocal coach Kritty Uranowski. Un approccio che amplifica in tal modo la ruvida brutalità degli esperimenti condotti in questo campo dagli svedesi Wildbirds & Peacedrums, in cerca di una dimensione di inedito minimalismo, quasi sinfonico, e di affiatamento a tratti epico (non è un caso che Heavy light includa dunque ben tre riarrangiamenti: Statehouse (It’s A Man’s World), Red Ford Radio e Overtime). Generi e forme musicali diverse, alternate a intermezzi che montano dialoghi sovrapposti come in Civilization phaze third di Zappa, ricevono dunque un trattamento rigenerante, a partire da 4 American Dollars, che balla tra il soul melodico di Joan Armatrading e il pop dinamico di Joan as Policewoman, mentre voci e percussioni si sfidano in un groove sostenuto. Overtime porta in scena un sax brutale, affidato al fiato navigato di Jake Clemons della E Street Band. Ma la sigla vocale di Remy emerge prepotente in IOU, col suo acuto e tremulo timbro glam, che si lancia in uno sviluppo armonico degno di Kate Bush. Le radici sbucano dal terreno in State House (It’s A Man’s World), con la sua densa coralità gospel che risuona sotto le arcate di una volta maestosa, ricadendo su un tappeto di suoni da elettronica minimalista sferragliante; e ancora in Born To Lose, la cui trama riprende certi accenti roots di Nina Simone e poi si vaporizza tra uno xilofono dissonante e un fraseggio di voci che si rincorrono furtive in fuga dal set di Jesus Christ SuperstarAnd Yet It Moves / Y Se Mueve potrebbe essere un malizioso quanto innocuo pop latino radiofonico se non fosse per quelle salutari derive elettroniche che portano sotto traccia il segno degli ultimi Portishead. Denise, Don’t Wait è una morbida ninna nanna che scossa dai colpi di timpani orchestrali cresce lentamente fino ad un incitamento corale e avventuroso, pieno di promesse per l’alba in arrivo. Non solo per il titolo, Woodstock ‘99 rivisita la West Coast di una tipica ballata alla Joni Mitchell, sostituendo le percussioni con le note stoppate del piano verso aperture di romanticherie e tenerezze. La smielata è evitata con cura grazie alla discesa dark di The Quiver To The Bomb, che si insinua pericolosamente in oscuri anfratti, riemergendo alla luce di un moog proiettato nella notte da una valanga di percussioni rotolanti, mentre un drappello di creature magiche si allontana al ritmo di una festosa marcia vocale. Ma il rituale non è ancora finito e i tamburi di un’antica liturgia invocano il potere arcano di Red Ford Radio, con le sue sacerdotesse in trance che recitano senza sosta l’inebriante cantilena. Ed ecco che giunge la luce accecante a rischiarare l’alba.

Credits

Label: 4AD – 2020

Line-up: James Baley (voce) – Howard Bilerman (percussioni) – Basia Bulat (voce) – Evan Cartwright (batteria) – Jake Clemons (sassofono) – Amanda Crist (voce) – Marika Galea (basso) – Geordie Gordon (voce) – Tim Kingsbury (basso, chitarra, tastiere) – Rich Morel (voce) – Dan Morphy (percussioni) – Dorothea Paas (voce) – Doug Poplin (cello) – Rob Power (percussioni) – Michael Rault (voce, chitarra) – Meg Remy (collage, voce, tastiere) – Kassie Richardson (voce) – Ed Squires (arrangiamenti percussioni) – Maximilian Turnbull (voce) – Kritty Uranowski (arrangiamenti voci)

Tracklist:

  1.  4 American Dollars
  2.  Overtime
  3.  IOU
  4.  Advice To Teenage Self
  5. State House (It’s A Man’s World)
  6. Born To Lose
  7. And Yet It Moves / Y Se Mueve
  8. The Most Hurtful Thing
  9. Denise, Don’t Wait
  10. Woodstock ‘99
  11. The Color Of Your Childhood Bedroom
  12. The Quiver To The Bomb
  13. Red Ford Radio

Link: Sito Ufficiale Facebook

Ti potrebbe interessare...

color_theory_soccer_mommy

Color Theory – Soccer Mommy

Il “bedroom” pop di Sophia Regina Allison aka Soccer Mommy continua a distillare brutalità e …

Leave a Reply