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La ricerca di un luogo dell’anima: intervista a Caterina Bianco

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Essere donna, dentro la musica, dentro questo mondo, dentro Napoli. Sembra superfluo riflettere sul genere oggi, mentre la fluidità illude di aver sdoganato filtri e pregiudizi. Invece, non è così scontato muovere passi in libertà in territori dove il maschile ha ancora barricate radicate e “Suoni come un uomo” passa come un meritato complimento. Alle donne tocca sempre uno sforzo in più, purtroppo. Ho parlato di questo, e molto altro, con Caterina Bianco, musicista di grande caratura, immersa in svariati progetti e ricca di un bagaglio in equilibrio tra musica colta e extra-colta, dotata di un approccio contemporaneo, affamata di ricerca e crescita continua, animata dal puro di desiderio di spingere sempre oltre la propria curiosità. (Foto di Sabrina Cirillo)

Vorrei cominciare da quella che non dovrebbe essere una condizione, ma purtroppo lo è ancora oggi, soprattutto in alcuni ambiti. Vorrei partire dal tuo essere donna. Donna nella musica, donna nella scena di Napoli. Parlami dei limiti posti, se ne hai incontrati, e dei punti di forza a cui hai dovuto appellarti…
Non ho mai vissuto il mio essere donna come un limite, più che altro come il timore che fosse un filtro, che potesse creare un pregiudizio negli occhi e nelle orecchie di chi mi trovavo di fronte. L’unico modo per mettermi al riparo da questo pregiudizio è sempre stato fare del mio meglio e provare ad essere inattaccabile, in un contesto in cui sentirsi dire “suoni come un uomo” era da considerarsi un complimento.

Il tuo strumento principale è estremamente versatile. Quando hai scoperto il violino? Quando hai scelto di dedicare la tua vita alla musica?
Fino ai 10 anni il mio rapporto con la musica è stato solo di gioco. Cantavo e strimpellavo la chitarra che mio padre aveva a casa, ricordo di un passato negli scout. Era quello lo strumento con cui avevo più familiarità e che avrei preferito studiare. Alle scuole medie, però, fui ritenuta più idonea al violino e quindi spostata su quello strumento.
Da là possiamo dire che ho sempre seguito il flusso degli eventi, la musica mi piaceva e mi riusciva bene, ma nel frattempo studiavo danza e teatro. A un certo punto, tra le varie opzioni che avevo davanti, ho capito che la musica era quella più alla mia portata, che forse mi veniva meglio, e ho cominciato a lavorare in quella direzione.

Suoni il pianoforte, i synth e sai cantare. Hai dunque un bagaglio ricco che ti permette di mischiarti a progetti molto diversi tra loro. Mi parli del rapporto con questa versatilità e dunque delle varie strade che hai percorso e percorri?
Come ti dicevo, la passione per il canto è stata LA PRIMA cosa che mi ha fatto avvicinare alla musica, e da che ho memoria ho sempre cantato, prima per imitazione, poi nel coro polifonico della parrocchia in cui sono cresciuta, scoprendo il magico mondo delle armonizzazioni.
Poi è arrivato il violino, poi in conservatorio il pianoforte e la viola, insieme alle lezioni di armonia. Infine mi sono avvicinata al computer e da lì al mondo della sintesi e del sound design. Più che di versatilità, io parlerei di curiosità insaziabile. Mi interessa la musica, capire come funziona, come si ottiene un determinato risultato e quali sono i limiti miei e degli strumenti e sfruttarli, se possibile, in maniera creativa. Tutto questo trova uno sbocco nel lavoro di produzione artistica che svolgo insieme al mio compagno, Michele De Finis, che mi diverte e gratifica molto.

Se dovessi scegliere, tra le tue molte esperienze artistiche, la più intensa e coinvolgente dal punto di vista emotivo?
É veramente difficile, perché fare musica significa lavorare sempre a stretto contatto con le proprie emozioni. Se proprio devo sceglierne uno solo, devo necessariamente menzionare un’esecuzione meravigliosa dell’incompiuta di Schubert diretta dal Maestro Riccardo Muti qualche anno fa.

Hai una formazione classica, hai studiato al Conservatorio di San Pietro a Maiella, un luogo ricco di storia e di prestigio. Durante quegli anni avevi già chiara la direzione che avresti preso?
Assolutamente no. Non ho mai avuto chiaro niente! Quando studiavo in conservatorio in realtà ero convinta che avrei voluto perfezionarmi in Germania, terra che ha dato i natali ai miei miti musicali di sempre, Bach e  Beethoven, per suonare poi in una grande orchestra. Con il passare del tempo, invece, mi sono resa conto che le grandi formazioni non ti danno molto spazio per esercitare il tuo gusto, quindi mi sono orientata verso la musica da camera, in particolare cimentandomi per qualche anno con la formazione del quartetto d’archi. Contemporaneamente scoprivo però anche la musica extra-colta, già da subito divisa tra rock e folk. Finito il conservatorio, mi sono iscritta alla scuola di musica d’Insieme diretta da Valerio Silvestro, dove mi sono avvicinata al linguaggio Jazz.
Tutto quello che ho studiato negli anni, insieme agli interessi musicali coltivati al di fuori del mio percorso accademico, sono convinta che abbia contribuito a creare un approccio personale, prima di tutto mentale e poi musicale.

In cosa distingui tu il mondo della classica e il mondo degli altri generi in cui ti muovi. E dove ti senti maggiormente te stessa?
Le differenze sono soltanto di codice, di linguaggio, ma la musica è una e ostinarsi a classificarla credo sia una forzatura. Quello che ho imparato negli anni è proprio che esistono solo la musica fatta bene e quella fatta male, dunque è importante che sia nella musica colta (espressione che preferisco a “classica”, che ne identifica un piccolo sottoinsieme) che in quella cosiddetta “extra colta” (o popolare, leggera, etc) si faccia semplicemente del proprio meglio. Quanto a me, sto ancora cercando il mio luogo dell’anima, ma penso che sia una ricerca destinata a non esaurirsi mai. E meno male!

Raccontami della partecipazione a La Vita bugiarda degli adulti, la serie di Netflix tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante.
La Vita Bugiarda Degli Adulti è stata l’ultima esperienza professionale vissuta in seno agli ’E Zezi – Gruppo operaio, formazione storica, fondata nel 1973,  della musica popolare e di lotta di cui ho fatto parte come violinista e cantante per tanti anni. Siamo stati contattati dalla produzione per contribuire all’affresco della Napoli degli anni ’90 che De Angelis stava costruendo e siamo stati tutti felici di prendervi parte.

Sei dentro storie artistiche davvero importanti e dense di significato. Penso anche a Passione Live – Next Generation. Turturro ha inaugurato un nuovo sguardo sulla tradizione della canzone e dei costumi napoletani, trovo sia entusiasmante non perdere quel tipo di attitudine…
Assolutamente, Napoli ha un patrimonio letterario e musicale infinito ed è meraviglioso riscoprirlo ogni volta insieme ai miei compagni di palcoscenico.

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Veniamo a Fanali, il progetto che tu definisci di ricerca audio-visiva. Raccontami!
FANALI nasce dall’esigenza mia, di Michele e di Jonathan di fare musica sperimentandoci sia come compositori che come performer in un ambito già da subito associato alle immagini. In questo senso va letta la collaborazione con Sabrina Cirillo, che noi chiamiamo “gli occhi di Fanali” e che si occupa di tutto quello che è l’output visivo della nostra musica. Ne viene fuori un discorso che mi regala molte soddisfazioni e sempre più incognite affascinanti, invito i lettori ad ascoltare la nostra musica.

Ad un curriculum già così denso cosa può voler aggiungere una come te così assetata di libertà artistica?
Al momento non saprei dirlo, al momento mi sembra di aver appena soltanto cominciato. Di sicuro posso dirti che, se avessi la possibilità, mi piacerebbe riprendere un percorso accademico nell’ambito della direzione d’orchestra, della composizione o Musica Elettronica, per darmi più strumenti nella mia ricerca.

La band dei sogni (passata o presente) a cui mescolare il tuo violino?
Temo di essere tremendamente indecisa tra i Beatles o i Metallica. Ma forse vincerebbero i Radiohead.

L’artista che ti piacerebbe accompagnare con la tua musica?
Adoro tutto quello che viaggia sul confine tra musica colta ed extra colta, gli artisti che sanno dare un tocco “pop” ad una musica ricercata. In questo senso credo che chi ci è riuscito meglio negli ultimi decenni sia David Byrne, e sarebbe un sogno fare musica con lui.

Tornando alla condizione di cui sopra. Quali sono le donne del passato che ti hanno fatto da modello e quali quelle di oggi? Ovviamente mi riferisco all’ambito musicale…
Comincio dicendoti che non posso prescindere dall’esempio di Patti Smith, come donna, artista e musicista, mentre per parlare di un’artista più giovane potrei citare la compositrice Caroline Shaw.
Ti dico anche però che è stata una conquista recente, è da poco che si è manifestata in me la necessità di ricercare dei modelli femminili a me affini. Tutto quello che crescendo vedevo fare alle donne nello spettacolo mi piaceva poco, o comunque lo ritenevo riduttivo. Nella musica colta le donne mi venivano presentate come un’eccezione, ed in effetti è da poco che ci si sta impegnando perché certe posizioni siano accessibili senza restrizioni di genere.

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