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	<title>Lost Highways</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Un&#8217;alchemica rotta: Roberto Colella @ Feltrinelli di Piazza dei Martiri (NA)</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2026 14:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 10 Maggio, in una domenica di una confusa primavera, alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri di Napoli si è tenuto l’incontro di presentazione di Ce sta sempe na via (Full Heads), l’album che segna l’inizio della storia solista di Roberto Colella, già noto a critica e pubblico per le meravigliose avventure a capo de &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52303" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3176_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_3176_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il 10 Maggio, in una domenica di una confusa primavera, alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri di Napoli si è tenuto l’incontro di presentazione di <strong><em>Ce sta sempe na via</em></strong> (Full Heads), l’album che segna l’inizio della storia solista di Roberto Colella, già noto a critica e pubblico per le meravigliose avventure a capo de La maschera. Per l’occasione, al suo fianco Amedeo Colella, scrittore ed umorista che, attraverso le casse di risonanza di televisione, teatro, social, racconta con allegria e competenza la cultura napoletana, saltellando nelle curiosità e nelle profondità di filosofia, storia, gastronomia, arte, letteratura, linguistica. Roberto ed Amedeo condividono lo stesso cognome, ma non <em>si appartengono</em>, come si dice nella terra di Partenope. Non si appartengono per sangue, ma si appartengono per radici e amore verso la vita e la fierezza di essere nati dove <em>non si aggredisce, ma si accoglie</em>. Il dialogo tra i due si rivela quanto di più gradevole ed intenso si potesse immaginare per raccontare un disco che è Napoli e la sua periferia, e le sue magnificenze nutrite da un’eco lontana e, al tempo stesso, moderna che ricorda e rinnova l’apertura agli ultimi, ai fragili, fratelli di migrazioni nella geografia così come nel cuore. Napoli è come un palcoscenico universale da cui risuonano le 11 canzoni di Colella e da cui viaggiano verso chiunque le riconosca nella loro intensità lirica e nel loro senso estremamente schietto e verace: c’è sempre una speranza, per ogni storia personale e collettiva. Una speranza costruita con la consapevolezza e la comunione di intenti, con la resistenza e la disobbedienza civile. Siamo individui e siamo <em>stormo</em>. Non si tratta di politica definita da un colore, si tratta di politica nel senso filosofico del termine, si tratta di <em>restare umani</em>. Amedeo pesca a mani nude nelle lezioni di Viviani, di De Filippo, di Murolo, di Bruni, di Pino Daniele, delle dominazioni nei secoli, delle ribellioni durate qualche mese eppure epocali per offrire a Roberto lo spunto per entrare nel cuore dei suoi brani, raccontando aneddoti e processi di lavorazione al fianco di uno dei più sensibili ed ispirati produttori artistici in circolazione: Massimo Blindur De Vita, presente all’appuntamento con un mandolino magico che disegna nell’aria la sintonia straordinaria con Roberto.<br />
Si parla anche e soprattutto di Gaza, di Palestina libera e di sterminio di un popolo, chiamando le cose con il loro nome senza alcun timore di farlo perché non si può accettare la complicità del silenzio. Si parla di Muhammad Ali e dell’importanza dell’opposizione allo strapotere di qualunque imperialismo. Si parla delle storie dietro l’apparenza che spesso porta a giudizi sbagliati, come nel caso del pescatore Antonio Ventre e del suo mantra tatuato sul petto: <em>tutto passa</em>, al centro dell’ultimo brano del disco.<br />
Passando dal pianoforte a coda alla chitarra, Roberto si lascia andare a qualche brano che il pubblico in sala già conosce perfettamente, facendosi coinvolgere tra cori e ritmica. Si respira una gioia condivisa che è una forma di abbraccio tra un ragazzo pieno di entusiasmo e dotato di un talento commovente e le persone accorse in Feltrinelli. Lui è sulla scena con gli occhi che brillano di pienezza e gratitudine, sembra non riuscire a contenerle eppure trovano l’alchemica rotta quando canta e suona, quando guarda stupefatto la folla che, puntuale, è arrivata perché certa musica fa questo: unisce e lenisce in una bolla di leggera felicità.<br />
<strong><em>La casa sull’albero</em></strong>, <strong><em>Canto dei soli</em></strong>, <strong><em>Ali, Bomaye</em></strong>, <strong><em>Tutto passa</em></strong> (con un testo di una poeticità disarmante, scritto a quattro mani con Alessio Sollo) scorrono con la luce dei puri e si fanno porte di accesso ad un disco che merita di incontrare un pubblico vasto, vastissimo che sappia riconoscersi nella nuda e <em>incisiva</em> verità delle cose<em>: ce sta sempe na via </em>per non essere soli e condividere una risposta nella coscienza collettiva, nonostante le fragilità e con tutto l’amore che possiamo, umani tra umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Foto di Adriana Adiletta</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52304" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3108_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_3108_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52305" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2771_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_2771_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52306" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2898_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_2898_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52307" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2886_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_2886_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52309" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3208_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_3208_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52310" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2685_wm-683x1024.jpg" alt="DSC_2685_wm" width="618" height="927" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52311" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3136_wm-683x1024.jpg" alt="DSC_3136_wm" width="618" height="927" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52314" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3145_wm-683x1024.jpg" alt="DSC_3145_wm" width="618" height="927" /></p>
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		<title>Tra ombre trip‑hop e spiritualità jazz: Intervista ai Kiiōtō (Lou Rhodes e Rohan Heath)</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 20:24:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Con Black Salt, il loro secondo lavoro in studio, i Kiiōtō tornano a incidere una scia profonda nella geografia emotiva del contemporary soul britannico. Un album più esposto, più viscerale, più umano: un viaggio che attraversa identità, perdita, fragilità e rivelazioni interiori, sospeso tra jazz‑noir, ombre trip‑hop e una spiritualità che pulsa sotto pelle. In &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52285" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/kiioto_in1_-1024x683.png" alt="kiioto_in1_" width="618" height="412" /><strong>Con <em><a href="https://www.losthighways.it/2026/04/26/black-salt-kiioto/" target="_blank">Black Salt</a></em>, il loro secondo lavoro in studio, i Kiiōtō tornano a incidere una scia profonda nella geografia emotiva del contemporary soul britannico. Un album più esposto, più viscerale, più umano: un viaggio che attraversa identità, perdita, fragilità e rivelazioni interiori, sospeso tra jazz‑noir, ombre trip‑hop e una spiritualità che pulsa sotto pelle. In occasione dell’uscita del disco, il duo è in tour ed approderanno anche in Italia. Un ritorno attesissimo, che promette di portare sul palco l’intensità rarefatta e cinematica di <em>Black Salt</em>, insieme alla complicità creativa che da sempre anima il loro progetto. Li abbiamo incontrati per una conversazione intima e profonda, in cui i Kiiōtō raccontano la genesi del nuovo album, il dialogo con <em>As Dust We Rise</em> e le traiettorie emotive che attraversano la loro musica.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Black Salt </em>appare come un lavoro più esposto e carico di tensione emotiva rispetto a <em>As Dust We Rise</em>. Quale cambiamento — personale o artistico — vi ha spinto verso un suono più vulnerabile e fondato sulla frizione creativa?</strong><br />
LOU: <em><strong>As Dust We Rise</strong></em> è stato, per molti versi, una luna di miele. Era il prodotto del nostro entrare in sintonia con la nostra relazione appena nata, sia tra noi due che con la musica che avevamo iniziato a creare. Era anche ispirato da un primo viaggio on the road che facemmo insieme dal Messico a New Orleans e alle paludi della Louisiana. Al contrario, <em><strong>Black Salt</strong></em> ci ha trovati a casa, a Londra, a guardare il mondo intorno a noi e dentro la nostra relazione che si stava approfondendo. Nel suo processo, abbiamo sentito fosse importante essere viscerali nell’approccio ai testi e minimalisti nello stile musicale, spingendoci più a fondo nelle inclinazioni jazz che avevamo iniziato a esplorare nel nostro debutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;album vira al jazz‑noir, con ombre trip‑hop e richiami al jazz spirituale. Quanto avete cercato consapevolmente queste influenze e quanto, invece, è emerso in modo naturale durante la scrittura?</strong><br />
ROHAN: Tendenzialmente non pensiamo alle categorie in cui la nostra musica potrebbe o non potrebbe rientrare, anche se ci sono sicuramente inclinazioni verso il Jazz Noir e lo Spiritual Jazz. Inoltre, dato che <em><strong>Black Salt</strong> </em>è stato scritto nell’arco di un anno, la musica si è evoluta e trasformata durante quel periodo, e questo probabilmente si riflette nella varietà e nella tavolozza diversificata dei brani dell’album. Nessuna delle canzoni di <em><strong>Black Salt</strong></em> è stata scritta per “rientrare” in una categoria particolare: riflettono piuttosto ciò che stavamo ascoltando in un dato momento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il disco attraversa paesaggi emotivi molto diversi, dalla claustrofobia di <em>Butterfly</em> all’apertura cosmica di <em>Zero Gravity</em>. Come avete lavorato per mantenere coesione pur esplorando contrasti così forti?</strong><br />
LOU: È una bellissima descrizione di quei due brani così contrastanti! Non ci siamo posti l’obiettivo di creare paesaggi così diversi. È semplicemente successo. Spesso il nostro processo di scrittura parte da Rohan che mi suona un riff o qualche accordo, e lui spesso suggerisce titoli che mi tirano fuori dalla mia zona di comfort. Prima resistevo a questi suggerimenti, ma ora mi piace la sfida e il viaggio che mi portano a fare. Con <em><strong>Butterfly,</strong></em> Rohan mi fece ascoltare quella che ora è la linea di basso “hook”, che aveva registrato sul mio violoncello, e sono stata ispirata dalla sua oscurità angolare a scrivere di un classico narcisista. Con <em><strong>Zero Gravity</strong></em> avevamo entrambi appena letto <em><strong>Orbital,</strong></em> il romanzo di Samantha Harvey vincitore del Booker Prize e incentrato su un equipaggio in intorno alla Terra. Siamo stati ispirati a scrivere una canzone sull’effetto trasformativo di osservare il nostro pianeta dallo spazio. Siamo sempre alla ricerca di temi per le nostre canzoni. Praticamente tutto ciò che ci circonda è una potenziale ispirazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Identità, perdita e sovraccarico digitale sono temi ricorrenti in <em>Black Salt</em>. Queste narrazioni nascono da esperienze personali o sono riflessioni sul mondo contemporaneo che vi circonda?</strong><br />
ROHAN: Le narrazioni su identità, perdita e sovraccarico digitale derivano assolutamente da esperienze personali. <em><strong>Lost Map</strong></em> affronta direttamente i risultati di un test del DNA che abbiamo fatto entrambi per scoprire di più sulle nostre radici. Mentre l’eredità di Lou si è rivelata quasi totalmente britannica, la mia includeva linee familiari provenienti da Nigeria, Ghana, Sierra Leone, Germania e persino un 3% di ascendenza italiana! La perdita è affrontata in <em><strong>Five Eight</strong></em>, che descrive il momento in cui ero seduto accanto a mia madre sul suo letto di morte, proprio nell’istante in cui è venuta a mancare. Per questo motivo è una canzone molto difficile da suonare dal vivo. <strong><em>White Noise</em></strong> affronta il sovraccarico digitale del mondo in cui viviamo oggi e la lotta costante per evitare che ci travolga.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua voce, in questo album, sembra più nuda, fragile, quasi confessionale. È stata una scelta artistica deliberata o sono state le canzoni stesse a richiedere un approccio vocale diverso?</strong><br />
LOU: Con la musica dei Kiiōtō, in generale, vogliamo che ci sia la minore distanza o artificio possibile tra la nostra musica e l’ascoltatore. Le canzoni di <em><strong>Black Salt</strong></em>, come hai già notato, hanno una sorta di crudezza, un’onestà, e se c’è un filo conduttore in tutto ciò che affrontano, potrebbe essere riassunto come un’esplorazione dell’essere umano in tutte le sue sfaccettature. Quindi, ovviamente, nel raccontare queste storie, è importante che la mia voce sia il più “nuda” e cruda possibile. Volevo che le persone sentissero come se stessi letteralmente cantando nel loro orecchio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il suono dei Kiiōtō si colloca in una linea affascinante che va da Portishead e Massive Attack a Khruangbin, Alice Coltrane e persino Carole King. Come vivi questi paragoni e dove senti che il progetto appartenga sia solo tuo stilisticamente?</strong><br />
LOU: Non pensiamo molto al nostro stile quando scriviamo. Il processo è piuttosto organico, ma è ovviamente influenzato dalla musica che ci ispira (o ci ha ispirati), sia del passato che del presente. Gli artisti che menzioni fanno sicuramente parte di quell&#8217;insieme. È meraviglioso ritrovarsi a riflettere aspetti diversi della musica che ha nutrito la tua creatività, e allo stesso tempo renderla completamente tua. Kiiōtō, come progetto, è nato in un mondo che usciva dal lockdown, quando ciascuno di noi aveva trascorso lunghi periodi in isolamento e introspezione. La nostra connessione, oltre che personale, era attraverso la musica in cui ci eravamo immersi in quel periodo, e questo si è fuso con i suoni che abbiamo creato in una sorta di osmosi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guardando indietro a <em>As Dust We Rise</em>, cosa senti di aver portato con te in <em>Black Salt</em> e cosa, invece, avete scelto consapevolmente di lasciare andare per evolvere?</strong><br />
ROHAN: Non credo ci sia stata una decisione consapevole nell’evoluzione musicale tra <em><strong>As Dust We Rise e Black Salt</strong></em>: ogni cambiamento è stato parte di una trasformazione naturale. Ma se c’è stata una decisione, è stata quella di mantenere le canzoni di <em><strong>Black Salt</strong></em> più organiche, da qui l’uso di più batteria e chitarre suonate dal vivo. Guardando avanti, penso che continueremo probabilmente su questa traiettoria, perché lavorare con musicisti dal vivo è una delle cose che ci piace di più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’album ospita musicisti straordinari come Hawi Gondwe, Andy Hamill, Myke Wilson e persino David Arnold. In che modo la loro presenza ha influenzato l’identità sonora del disco?</strong><br />
ROHAN: Siamo stati abbastanza fortunati da lavorare con alcuni dei musicisti più talentuosi del Regno Unito per la registrazione di <em><strong>Black Salt</strong></em>. Ogni musicista ha il proprio stile, e quindi ciascuno aggiunge un grado di imprevedibilità al mix sonoro. È proprio questa combinazione di personalità musicali e interpretazioni individuali che ha portato alla nascita di <em><strong>Black Salt</strong></em>, un album di cui siamo immensamente orgogliosi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se <em>Black Salt</em> dovesse diventare la colonna sonora di un film del passato, a quale pellicola senti che apparterrebbe?</strong><br />
LOU: Credo che dovrebbe essere <em><strong>Night on Earth</strong></em> di Jim Jarmusch. C’è una vera risonanza tra le diverse storie di vite umane raccontate nel suo film; si collega perfettamente ai temi di <em><strong>Black Salt</strong></em>. Ovviamente, le storie sono diverse (nelle nostre canzoni abbiamo il racconto di un narcisista in <em><strong>Butterfly</strong></em>, l’esperienza dell’essere donna in un mondo dominato dagli uomini in <em><strong>Warpaint</strong></em>, il crescere ragazzi tra i potenziali pericoli della vita urbana in <em><strong>Little Axe</strong></em>, il gestire differenze e diversità in <em><strong>Walking Backwards</strong></em>, l’esplorare radici genetiche disparate in <em><strong>Lost Map</strong></em>, la morte di un genitore amatissimo in <em><strong>Five Eight</strong></em>, e così via…), ma sia nel nostro album che nel film di Jarmusch c’è una riflessione dolce e intima su cosa significhi essere umani che risuona in modo simile.</p>
<h2>Zero Gravity – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/Pj4E6BLo4so?si=BPkZQG9J3-Y9O-6X" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><strong>21/5/2026 BOLOGNA – BRAVO CAFFE info e prenotazioni: Tel. +39 3335973089/ 051 266112<br />
22/5/2026 NAPOLI – AUDITORIUM NOVECENTO</strong> Biglietti: <a href="https://www.etes.it/sale/event/96952/kiioto%20feat.%20lou%20rhodes%20of%20lamb?idProdotto=96952">ETES</a></p>
<p><img class="aligncenter size-large wp-image-52297" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/locandina0526-819x1024.jpg" alt="locandina0526" width="618" height="773" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il manifesto della fragilità: intervista ad Emil Moonstone</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 14:47:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Sodi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Emil Moonstone, cantante e musicista polistrumentista con un bagaglio ricco di esperienze ormai trentennali con diversi gruppi, torna con Human Error, un lavoro solista intenso e affascinante di cui abbiamo il piacere di parlare insieme. Iniziamo da Human Error, definito “il manifesto della fragilità”. Seguendo i testi ho notato come, pur descrivendo il senso di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="Standard" style="text-align: justify;"><img class=" size-full wp-image-52280 alignnone" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/emil-moonstone.jpeg" alt="emil-moonstone" width="960" height="702" /></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Emil Moonstone, cantante e musicista polistrumentista con un bagaglio ricco di esperienze ormai trentennali con diversi gruppi, torna con <em><b><a href="https://www.losthighways.it/2026/05/08/human-error-emil-moonstone/">Human Error</a></b></em>, un lavoro solista intenso e affascinante di cui abbiamo il piacere di parlare insieme.</span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Iniziamo da <em>Human Error</em>, definito <em>“il manifesto della fragilità”</em>. Seguendo i testi ho notato come, pur descrivendo il senso di solitudine e imperfezione, in qualche modo questo non sia mai totalmente apocalittico, quasi a suggerire che anche quando tutto sembra svanire nelle ombre dell&#8217;incertezza vale la pena ricordare anche la bellezza di essere umani e attraversare la vita nelle sue ombre e nelle sue luci. Anche nelle atmosfere più cupe si percepisce un senso di equilibrio e consapevolezza: è il frutto maturo della tua ricerca iniziata con gli album precedenti, <em>Disappointed</em> e <em>Naked is a man upon the Earth</em>, o è un lavoro che apre nuove prospettive?</span></b><br />
Mi fa piacere che tu abbia colto questa sfumatura, perché è proprio lì che risiede il cuore pulsante dell’album. <em><b>Human Error</b></em> non è un punto di arrivo, ma un’evoluzione necessaria.<br />
Se in passato ho scavato nel fallimento e nella fragilità, qui scelgo di accettare l’errore come l’unica vera forma di resistenza all&#8217;algoritmica perfezione moderna. Non è un disco apocalittico, ma una ricerca di bellezza autentica tra le macerie. La fragilità diventa forza nel silenzio (<em><b>Alive</b></em>), la tenerezza si fa atto politico contro la follia (<em><b>War is a mistake</b></em>), la solitudine si trasforma in un santuario di libertà (<em><b>Prison</b></em>) e così via. Ho smesso di combattere contro le mie crepe: ora guardo la luce che ci passa attraverso.<b></b></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;"><em>Human Error</em> celebra l&#8217;errore e l&#8217;imperfezione come ciò che effettivamente ci rende umani, e mi ha ricordato Montale: <em>“Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!”</em>. Nel tuo disco quello squarcio nella rete è un&#8217;apertura in sé stessi, si fugge e si ritorna in sé stessi, un tema che torna spesso nei tuoi testi e che decisamente stride col mondo iperconnesso in cui viviamo che, probabilmente, ci restituisce una libertà effimera. Come vivi e osservi tu questa dimensione di iperconnessione dei nostri tempi?</span></b><br />
Questa è una riflessione profonda che tocca il nervo scoperto della nostra epoca. La &#8220;maglia rotta&#8221; di Montale in <em><b>Human Error</b> </em>è esattamente quella fallibilità che cerco di celebrare: l&#8217;errore come unica forma di resistenza all&#8217;algoritmica perfezione moderna. <span class="citation-277">Spesso l&#8217;iperconnessione ci restituisce una libertà effimera che in realtà ci incatena a schemi sociali</span>. <span class="citation-276">In brani come <em><b>Prison</b></em>, descrivo la necessità di rifugiarsi in una &#8220;gabbia di cemento&#8221; interiore per ritrovare il silenzio, lontano dal rumore infinito e dalle lotte costanti del mondo esterno</span>. In <em><b>Alive</b></em> indico che la vera fuga fuori avviene nel silenzio della natura, che definisco come la mia beatitudine e funzionalità, luogo dove non esistono sguardi indiscreti e dove posso sentirmi ed essere veramente me stesso. Viviamo in un mondo che cerca di nascondere ogni crepa sotto filtri digitali. <span class="citation-273">Al contrario, credo che siamo come &#8220;vasi fragili&#8221;, facilmente danneggiabili</span>. <span class="citation-272">Ma è proprio in quel momento in cui qualcosa si rompe che diventiamo finalmente autentici</span>. <span class="citation-271">Nonostante l&#8217;oscurità di un &#8220;domani sbiadito&#8221; e di un futuro che sembra perduto</span><span class="citation-270">, la ricerca di una &#8220;stella guida&#8221; o di un &#8220;amore sacro&#8221; rimane l&#8217;unico modo per rompere l&#8217;oscurità della notte</span>. <span class="citation-269">In definitiva, osservo questa iperconnessione come un labirinto caotico</span>. <span class="citation-268">La mia musica è l&#8217;invito a trovare quella &#8220;maglia rotta&#8221; non per scappare dal mondo, ma per tornare finalmente a sé stessi, accettando la propria natura di &#8220;errore umano&#8221;</span>.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La nostra generazione è cresciuta in anni in cui ascoltare musica era un’esperienza lenta e privata, non avevamo a disposizione l&#8217;abbondanza di mezzi che ora talvolta sembra relegare il tutto ad un rumore di sottofondo: <em>Human Error</em> non è un disco immediato, è ricco di sfumature che ti obbligano quasi a fermarti, a lasciarti coinvolgere a tutto tondo. In qualche modo, è un&#8217;ancora di salvezza che getti al tuo pubblico, per ritrovare quella dimensione più intima che ci riporta a noi stessi?</span></b><br />
La verità è che oggi siamo circondati da un rumore bianco costante. Le parole e le canzoni, forse, un tempo riuscivano davvero a smuovere le coscienze, a essere il centro di una rivoluzione personale o collettiva. Oggi la musica è diventata per pochi, almeno se la intendiamo come un’esperienza che ti attraversa davvero. Il resto è, purtroppo, puro intrattenimento. Se ascolti un brano distrattamente in macchina, tra uno scaffale e l’altro del supermercato, o come sottofondo veloce a un video di gatti su TikTok, c&#8217;è ben poco spazio per l&#8217;introspezione. La musica in quei casi non ti parla, ti tiene solo compagnia mentre fai altro. Io non ho la pretesa di fare il profeta. Non voglio insegnare niente a nessuno, né tantomeno guidare qualcuno verso una &#8220;verità&#8221;. Mi piace semplicemente dire quello che penso, con onestà. <em><b>Human Error</b></em> non è nato per essere un disco immediato o rassicurante. È un lavoro pieno di sfumature, un po’ spigoloso, che ti chiede, quasi gentilmente, di fermarti a pensare. A me basta questo: se anche una sola persona, ascoltando l’album, sente di condividere lo stesso sentire, allora significa che nel mondo c&#8217;è una frequenza in più compatibile con la mia. E in questo mare di algoritmi e perfezione artificiale, ritrovare un po&#8217; di &#8220;errore umano&#8221; in qualcun altro è già un gran bel risultato.</p>
<p style="margin: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Come ti aspetti che il pubblico recepisca oggi questo tuo terzo lavoro solista, decisamente dinamico nelle dieci tracce che compongono <em>Human Error</em>?</span></b><br />
Considerando che viviamo nell&#8217;era degli algoritmi che decidono pure quando dobbiamo andare in bagno, mi aspetto che<em> <b>Human Error</b></em> venga accolto come un bug nel sistema. Scherzi a parte, questo è il mio terzo lavoro solista e, sì, è decisamente più dinamico: spero che il pubblico lo riceva per quanto detto sopra. Non cerco like facili o cuoricini su Instagram; cerco qualcuno che abbia voglia di sporcarsi le orecchie con un suono onesto, punk nel midollo ma con la maturità di chi ha capito che l&#8217;unico modo per essere autentici oggi è accettare di essere meravigliosamente difettosi. Se poi qualcuno si aspetta la hit estiva da ballare sotto l&#8217;ombrellone, temo che abbia sbagliato citofono.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La tua musica è stata definita underground, desert rock, glam rock, noise, new wave, alternative rock, post punk. Bon pensi che questo uso quasi ossessivo di “etichette” condizioni la tua creatività, creando l&#8217;aspettativa di brani che devono rientrare in un determinato genere e non altro? In fondo credo che nessuno di noi ascolti un unico genere musicale, pur prediligendo alcuni orientamenti e tu stesso, in </span></b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Human Error</span><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">, ti accosti a sonorità differenti che lo rendono ancora più intrigante e completo.<br />
</span></b><span class="citation-867"><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Le etichette sono un po&#8217; come le ombre in una città fantasma: sono ovunque, ti seguono, ma non hanno sostanza reale</span></span><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">. <span class="citation-866">Capisco perché i critici e il pubblico sentano il bisogno di usarle; servono a mappare un territorio sonoro che altrimenti risulterebbe troppo vasto e spaventoso</span>. Tuttavia, non ho mai permesso che definissero il perimetro della mia creatività. Per me la musica non è mai stata una questione di genere, ma di urgenza espressiva. <b></b></span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La musica ha davvero bisogno di essere così “etichettata” o forse il pubblico dovrebbe essere accompagnato verso un ascolto scevro da condizionamenti, dove la bellezza delle contaminazioni musicali e la potenza stessa del messaggio musicale diventano centrali e ciascuno può ritrovarvi le proprie connessioni?</span></b><br />
Preferisco che la mia musica sia definita &#8220;viscerale&#8221; o &#8220;atmosferica&#8221; piuttosto che chiusa in un cassetto <span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">stilistico. <span class="citation-850">Le etichette sono per gli archivi; la musica è per le anime inquiete che non hanno paura di perdersi nel rumore e nell&#8217;introspezione</span>. La musica non dovrebbe aver bisogno di essere &#8220;etichettata&#8221; perché la sua forza risiede nella potenza del messaggio.</span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La tua trentennale ricerca musicale è stata accompagnata dalle influenze di artisti del calibro di Morissey e The Smiths, Michael Stipe e REM, Nick Cave, Joy Division. Pensi che la scena musicale attuale offra ai giovani talenti gli stessi stimoli e confronti, la stessa possibiltà di crescere artisticamente con degli esempi di tale spessore?</span></b><br />
Essere sulla scena da oltre trent&#8217;anni mi ha permesso di vivere epoche musicali profondamente diverse<span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">. Rispondendo alla tua domanda, credo che il confronto tra la scena attuale e quella che ha formato artisti come Morrissey, Michael Stipe o Nick Cave sia complesso. <span class="citation-1039">Oggi i giovani talenti hanno un accesso alle informazioni e agli strumenti tecnici che noi potevamo solo sognare</span>. Tuttavia, la sovrabbondanza può paradossalmente diventare un limite. <span class="citation-1037">Figure come Nick Cave per noi non erano solo musicisti, ma icone di uno spessore intellettuale e carismatico che guidavano intere generazioni</span>. Quel tipo di &#8220;scuola&#8221; artistica oggi fatica a emergere nel mare magnum della velocità digitale. Oggi ai giovani viene chiesto di essere &#8220;visibili&#8221; prima ancora di essere &#8220;formati&#8221;. <span class="citation-1034">La scena attuale offre stimoli tecnologici infiniti, ma forse meno spazio per quel tipo di introspezione lenta e vera che ha forgiato gli artisti che citavi</span>.<b></b></span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Fai spesso riferimento a Morissey e Michael Stipe, due artisti che hanno dato decisamente spazio alle loro esigenze da solista, e mi ha colpita la tua riflessione sul fatto che The Anomalies, il gruppo che hai scelto per accompagnarti, siano diventati ora una vera e propria band e, tra l&#8217;altro, ricordiamo che sei ancora attivo con i Two Moons. Riesci bene a muoverti tra le due dimensioni creative, il solista e il gruppo, o l&#8217;una resta un po&#8217; in ombra rispetto all&#8217;altra?</span></b><br />
Per me Morrissey e Michael Stipe restano tra i massimi poeti dei nostri tempi. Due stili opposti ma sublimi: da un lato la densità poetica di Morrissey, dall&#8217;altro l&#8217;estetica visionaria e cinematografica di Stipe; tuttavia, non sono stati né loro né altri artisti a indicarmi il mio percorso da solista. È stata una scommessa per la realizzazione di quello che pensavo fosse un lavoro quasi solo per me; infatti, non avevo in mente di portarlo live. Poi sono nati i The Anomalies proprio per dare una dimensione live a quelle composizioni solitarie, ma prestissimo sono diventati molto di più. Da band di supporto si sono trasformati in una formazione organica e coesa. Sebbene io continui a curare composizione, testi e produzione, gli arrangiamenti sono frutto del lavoro collettivo con la band. P<span class="citation-1090">arallelamente, l&#8217;esperienza con i Two Moons rimane una colonna portante della mia carriera</span>. <span class="citation-1089">È una formazione tuttora attiva che mi permette di esplorare le sonorità post-punk e darkwave in un contesto di respiro internazionale</span>. Muoversi tra la dimensione solista e quella di gruppo non è un gioco di ombre, ma piuttosto un gioco di luci complementari. <span class="citation-1098">Non sento che una parte oscuri l&#8217;altra; semmai, si alimentano a vicenda in un ciclo continuo di ispirazione e supporto</span>.</p>
<p style="margin: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Raccontaci dei musicisti che compongono The Anomalies.</span></b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;"><br />
The Anomalies sono composti da me (<span class="citation-1124">voce e chitarra),</span> <span class="citation-1123">Marcel Scarabo (basso),</span> <span class="citation-1122">Mino Andriani (chitarra), </span><span class="citation-1121">Emanuele Laghi (synth e pianoforte) e</span> <span class="citation-1120">Michele Testi (batteria)</span>. Il progetto solista è nato nel 2018 con l&#8217;album <strong><em>Disappointed</em></strong> perché volevo essere libero di fare tutto da solo. Risultato? Sono finito a formare una band intera di 5 (a volte 6 elementi), The Anomalies, appunto. Il motivo è semplice, non riuscivo a stare lontano dall&#8217;energia di un gruppo. Siamo diventati così uniti che ormai gli arrangiamenti li stravolgiamo insieme in sala prove, trasformando quella che doveva essere una &#8220;dittatura artistica&#8221; in una democrazia rumorosa.</span></p>
<p style="margin: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Ho trovato davvero molto bello il video di <em>War is a mistake</em>, molto cinematografico direi, e sbirciando un po&#8217; le tue note autobiografiche ho scoperto che ti occupi di visual e produzione video. Sinceramente ho trovato lo stile di <em>Human Error</em> molto immaginifico: testi e musiche capaci di creare immagini nella mente. Pensi mai di cimentarti in un lavoro più esteso di un video, magari prestare la tua musica ad una colonna sonora di una serie o un film?</span></b><br />
Per me la musica non è mai solo suono, ma una proiezione di immagini, quasi un frame cinematografico che prende vita<span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">. Questo approccio non è affatto casuale. Oltre alla musica, la mia vita professionale è profondamente radicata nel mondo dell&#8217;immagine: gestisco un&#8217;agenzia di comunicazione e da oltre 35 anni mi occupo quotidianamente di pubblicità, grafica e design. Questa mia &#8220;doppia vita&#8221; tra suoni e pixel influenza costantemente il mio processo creativo. <span class="citation-1242">Mi occupo personalmente del visual e della produzione video perché considero l&#8217;aspetto grafico e filmico un&#8217;estensione naturale del messaggio sonoro</span>. Riguardo alla tua domanda su un lavoro più esteso, come una colonna sonora per un film o una serie, è un&#8217;idea che mi stimola moltissimo. <span class="citation-1239">Prestare la mia musica a un progetto cinematografico sarebbe la naturale evoluzione di questo percorso che unisce la mia esperienza trentennale nel design alla mia ricerca musicale. P</span>er dirla in modo semplice, fare il precorso di Trent Reznor non mi dispiacerebbe per niente!</span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">C&#8217;è una serie televisiva o un film con cui ti cimenteresti, che magari hai apprezzato e pensato adatta alla tua musica?</span></b><br />
A dire il vero non ci avevo mai riflettuto seriamente. Se però dovessi accostare la mia musica a un’opera cinematografica, sento una forte affinità con il cinema di Bong Joon-ho; le sue atmosfere e i suoi temi risuonano molto con la mia visione. Per l’Oscar, invece, c’è ancora tempo: ne riparleremo più avanti!</p>
<p class="Standard"><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;"> </span></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/OKby6E7ZU_s?si=M7MbKf9TuAnZ8lrZ" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Human Error &#8211; Emil Moonstone</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2026 16:11:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Sodi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Le prime note vibrano nell&#8217;aria, come un incedere di passi lenti, calibrati, decisi. Toglietevi la polvere dagli occhi e specchiatevi nella copertina lucida di Human Error, mentre la voce sintetizzata di Emil Moonstone introduce la visione desolata di War is a mistake. I colpi di batteria arrivano piano, poi aprono come a mitragliare l&#8217;anima, e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-thumbnail wp-image-52276 alignright" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Human-Error-Emil-Moonstone-200x200.jpg" alt="Human-Error-Emil-Moonstone" width="200" height="200" />Le prime note vibrano nell&#8217;aria, come un incedere di passi lenti, calibrati, decisi. Toglietevi la polvere dagli occhi e specchiatevi nella copertina lucida di Human Error, mentre la voce sintetizzata di Emil Moonstone introduce la visione desolata di <strong><em>War is a mistake</em></strong>. I colpi di batteria arrivano piano, poi aprono come a mitragliare l&#8217;anima, e immediatamente capisco di essere davanti a un disco che vuole farsi ascoltare, in ogni dettaglio. Alzo il volume in cuffia, le sonorità diventano piene, sottolineate da liriche brevi e dirette. <em>“Every soul deserves to fly” </em>mi riporta alla memoria una celebre “<em>everyone deserves the chance to fly</em>”, ma ancora non capisco perché la mia mente faccia un tale volo pindarico, da un disco alternative rock ad un musical di Broadway. Accantono per un attimo questa sensazione e mi lascio trasportare dalla voce intensa di Emil Moonstone che sembra quasi giocare con la musica della band, The Anomalies. Cambia registro, guida in maniera teatrale l&#8217;ascolto attraverso lo scenario apocalittico e salvifico di questo primo brano e subito dopo, con <strong><em>Stardust</em>, </strong>delinea tutto il perimetro in cui il disco si muove: mostrare l&#8217;umana fragilità, nella sua dimensione globale, rappresentata dalla guerra, il più grande degli errori, e quella intima dove, come in uno specchio, ci riconosciamo imperfetti, incompiuti, e vagamente sognatori, nonostante le nostre cadute. La parola <em>dreams </em>è una costante nei testi, forse a sottolineare ciò che, in realtà, ci rende perfettamente umani.<br />
Se la voce di Emil Moonstone seduce, al tempo stesso è la musica suonata dai The Anomalies che impone la direzione: le sonorità sono ricche e intense, sia nelle versioni che più guardano al desert rock che in quelle più melodiche. Se <strong><em>War is a mistake</em></strong> è a tratti ruvida e distorta,<strong> <em>Stardust</em> </strong>con delicata leggerezza sembra rompere l&#8217;oscurità tipica di altri brani e dilata immediatamente l&#8217;atmosfera, restando vagamente melodica. La polvere di certe strade di guerra diventa sabbia che accoglie una danza di anime nostalgiche e un tintinnare di polvere di stelle che si posa sulle nostre  fragili esistenze.<br />
La voce di Emil Moonstone torna a graffiare la pelle in due brani indubbiamente legati tra loro, la title track e <strong><em>Prison</em>, </strong>più oscura l&#8217;una, quasi asfissiante l&#8217;altra, nonostante la breve entrata apparentemente melodica che subito diventa altro, grazie al canto quasi recitato che mi riporta a quella iniziale sensazione del primo ascolto del disco, con un tuffo carpiato nel mondo dei musicals, dove le voci narranti si sovrappongono alle atmosfere corali, per creare un&#8217;esperienza a tutto tondo. Credo sia proprio nello spoken singing che Emil Moonstone riesce a consolidare la propria identità e a dare alla musica quella dimensione teatrale, avvolgente, capace di renderti ascoltatore e spettatore al tempo stesso. Una musica visionaria, ricca di sfumature, fatta di immagini evocate da testi immediati e parole che ritornano in diversi brani, come <em>“cage, peace, dreams, me myself</em>” a rendere ancora più concreti i muri di certe prigioni entro cui ci muoviamo, che noi stessi costruiamo, ciascuno perso nella ricerca di qualcosa che salvi, che spieghi o semplicemente nel tentativo di accettare i nostri errori, come unico baluardo di autenticità. <strong><em>Human Error</em></strong> pone domande, ed è proprio quel continuo fare domande, anche non sapendo se mai si avranno risposte, parte stessa della natura evoluzionistica dell’umanità, è il motore della ricerca, della sfida al futuro, del perpetuo non accontentarsi anche di cose apparentemente funzionanti in questo temporaneo presente, è un mettersi avanti che solo i pionieri sanno come accadrà a volte quel domani migliore che auspichiamo.<br />
Nella sua interezza, questo è un lavoro assolutamente accattivante, ben curato in ogni sfumatura di suoni e parole, un manifesto concreto e autentico che conclude i lavori di ricerca precedenti (<strong><em>Disappointed</em> &#8211; </strong>2018, <strong><em>Naked is man upon the Earth</em></strong> &#8211; )2023. Quasi una trilogia definita dall&#8217;autore stesso <em>“una indagine sull&#8217;essere umano”.</em><br />
Il tema è trasversale in ogni brano, ma è forse con <em>Acid Rain</em> che “<em>every creature is scared inside”</em> svela la dimensione più rappresentativa della fragilità: le paure che ognuno di noi vive e custodisce nelle prigioni più profonde dell&#8217;anima. E la musica diventa una marcia quasi oscura, il basso sottolinea l&#8217;incedere di quel “<em>dark future that make us fade”. </em>Poche liriche, cantate, narrate, per definire quella sorta di smarrimento che pervade tutto il disco e la musica di Emil Moonstone, che si muove sinuosa tra suoni elettronici e rimandi psichedelici.<br />
<strong><em>A weary soul</em></strong> svela rime che funzionano benissimo con un ritmo impertinente che mi ha riportato a certe sonorità dei Cure. E poi si cambia direzione e registro vocale in <strong><em>Faded Tomorrow</em></strong>, quasi un dialogo a due voci, tra luci e ombre di dubbi esistenziali.<br />
<strong><em>Alive</em></strong> apre con una melodia che pare quasi da film western, ma ben presto vira verso una dimensione più intima e psichedelica dove tutto ruota intorno a quel “<em>just me”</em>, come l&#8217;inizio e la fine di ogni riflessione. Il testo recitato rende ancor più inquietante questo discorso allo specchio, quasi paranoico. <strong><em>Boredome is sexy</em></strong> vuole suggerirci che ciò che ci completa, e che cerchiamo altrove, in realtà è dentro di noi. La dimensione introspettiva che pervade  tutto il disco torna in modo quasi stridulo e disturbante per poi chiudere l&#8217;album con <strong><em>Fading Light</em></strong>, una inaspettata e delicata ninnananna, dove la voce sussurra domande, senza trovare risposte. E non è forse in questo continuo domandare, la più alta espressione della nostra umana fragilità, l&#8217;attraversare la vita perdendoci senza avere mai risposte?</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p><span style="color: #971b7a;">Label: </span>SelfReleased – 2026<br />
Emil Moonstone – Voce Chitarra<br />
Marcel Scarabo &#8211; Basso<br />
Mino Andriani – Chitarra<br />
Emanuele Laghi – Synth/Piano<br />
Michele Testi &#8211; Batteria<br />
Composizione, voci e testi: Emil Moonstone<br />
Arrangiamenti: Emil Moonstone &amp; The Anomalies<br />
Produzione Artistica: Emil Moonstone<br />
Missaggio e Mastering: Emil Moonstone</p>
<p>Tracklist<br />
War Is a Mistake<br />
Stardust<br />
Human Error<br />
Prison<br />
A Weary Soul<br />
Faded Tomorrow<br />
Acid Rain<br />
Alive<br />
Boredom Is Sexy<br />
Fading Ligh</p>
<p>Link<br />
<a href="https://www.emoonstone.it/">www.emoonstone.it</a></p>
<p><a href="https://www.instagram.com/emilmoonstone/">www.instagram.com/emilmoonstone</a></p>
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		<title>Un atto di libertà: intervista a Gionata Mirai</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2026 14:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Sodi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Primitivo è il terzo lavoro solista di Mirai, chitarrista e co-fondatore de Il Teatro degli Orrori e fondatore dei Super Elastic Bubble Plastic. Un disco acustico, diretto, costruito attorno alla chitarra fingerpicking e a una scrittura essenziale e personale. Chiedere è una forma di esplorazione. Crediamo nel dialogo perché è così si prova a conoscere davvero, in questo caso &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52231" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/gionatamirai-1024x681.jpg" alt="gionatamirai" width="618" height="411" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em><b><a href="https://www.losthighways.it/2026/04/26/primitivo-gionata-mirai/">Primitivo</a></b></em> è il terzo lavoro solista di Mirai, chitarrista e co-fondatore de Il Teatro degli Orrori e fondatore dei Super Elastic Bubble Plastic. Un disco acustico, diretto, costruito attorno alla chitarra fingerpicking e a una scrittura essenziale e personale. Chiedere è una forma di esplorazione. Crediamo nel dialogo perché è così si prova a conoscere davvero, in questo caso un artista e la sua musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo nove anni dall&#8217;uscita del tuo ultimo lavoro solista (<em>Nelle Mani</em> &#8211; 2017, ndr), torni con un album dalle sonorità immediate, primitive e sincere. Oltre alla bellezza indiscussa di questo lavoro, mi ha colpita molto la tua presentazione, quando definisci le tracce come “il brano per cucinare, per fare legna, per ridere, per fare l&#8217;amore…”. Questa dimensione quotidiana della tua musica mi è sembrata un importante tentativo di connessione con chi ti ascolta, che va ben oltre, appunto, la ricerca stilistica e creativa, e mette al centro l&#8217;ascoltatore piuttosto che l&#8217;autore. Parlami di questa scelta.</strong><br />
È un’interessante interpretazione quella che proponi, in realtà è stata una scelta istintiva, la mia dimensione acustica ha, da sempre, un approccio in qualche modo “sussurrante”, cerco di creare una vicinanza emotiva con chi mi ascolta, credo che molto sia dovuto al suono della chitarra arpeggiata, è il tocco delle dita sulle corde che porta a questo contatto stretto con l’ascoltatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ti aspetti che venga accolto questo lavoro, decisamente intimo, in un momento in cui siamo tutti talmente apparentemente connessi da svendere quasi le nostre dimensioni più vere e immediate?</strong><br />
Non lo so, spero bene… Mi rendo conto che sia una proposta fuori moda, ma non apprezzando affatto i nostri tempi, non mi interessa nemmeno farne artisticamente parte. Attorno vedo tutto così sputtanato che alla fine preferisco il mio modo strano di fare, la mia bolla di intimità, per quanto piccola possa essere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai scelto di dare un nome ben preciso a questo lavoro, come a segnare un ritorno alle tue origini, a qualcosa che per te è primitivo: è l&#8217;urgenza della musica, in ogni forma, come pulsione da assecondare o stai ricercando un legame più introspettivo con te stesso e il tuo pubblico?</strong><br />
Nel titolo c’è una specie di citazione, la Primitive Guitar è stata una scena artistica innescata da John Fahey e la sua Tacoma Records negli anni ’60/‘70 di cui fanno parte alcuni musicisti a me tanto cari come Leo Kottke, Peter Lang o Robbie Basho, oltre allo stesso Fahey. E poi sì, hai colto, è il mio modo di vivere la mia cosa, esce dalle mani e chiede di essere assecondata. Posso trattenerla per un po’, ma poi succede che vibra e bussa e insiste per diventare vera</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Primitivo</em> è un grande atto di libertà. Sei stato pubblicamente zitto per un po&#8217;, e di questi tempi iperconnessi è quasi un privilegio, poi hai aperto i tuoi cassetti e tirato fuori un disco acustico che, come hai detto, <em>ha messo d&#8217;accordo te e te stesso. </em>Consideri questo lavoro un punto di arrivo o un punto di svolta?</strong><br />
È una tappa. È un piccolo punto segnato nella Storia, come ogni cosa che accade. Quando ne vale la pena è un vero piacere segnare quel punto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella tua ricerca musicale ti porti dietro un bagaglio importante, esperienze come i Super Elastic Bubble Plastic e Il Teatro degli Orrori sono valigie ben pesanti da portare: la tua dimensione solista la vivi come una camera di decompressione che anche emotivamente ti alleggerisce o è una scelta definitiva dare spazio unicamente alla tua carriera solita?</strong><br />
Non c’è mai nulla di definitivo, secondo me, tranne una cosa sola… Non mi precludo nessuna possibilità, la mia dimensione solista è solo una delle mie dimensioni, anche se non ti nascondo che, per quanto molto impegnativa (non avendo una spalla o una band affianco), è comunque una via, un modo che mi piace. Mi ci trovo a mio agio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi ti conosce oggi pensi possa apprezzarti anche nelle tue esperienze precedenti, cogliendo il percorso dell&#8217;uomo e dell&#8217;artista in ogni fase o credi che una cosa escluda l&#8217;altra? Parlami di queste due anime.</strong><br />
Se qualcuno dovesse conoscermi oggi e poi dovesse scoprire che ho fatto rock per tutti quegli anni, credo avrebbe una bella sorpresa… sono effettivamente due anime molto diverse, anche contrastanti. Pensa che io ci devo convivere tutti i giorni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa bisogna aspettarsi dai prossimi live?</strong><br />
Colori, profumi, pensieri vaganti e sollievo, spero.</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/JcTCPkud9Ss?si=p81mVhHw2A1saR8x" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Impeccabili ancora una volta: Marlene Kuntz @ Casa della Musica 16/04/2026</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2026 16:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Grimaldi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[La primavera attesa si fece largo lenta come una goccia a scavare la roccia di un 2026 pesante e granitico fino ad oggi. Stelle polari in tempesta a piovere verso il 16 aprile. I recuperi estremi di una felpa comprata al teatro Sannazaro in un tour del 2007, assieme ad un&#8217;amica, anche lei finalmente recuperata, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52268 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/marlenekuntz_0412026-1024x683.jpg" alt="marlenekuntz_0412026" width="618" height="412" />La primavera attesa si fece largo lenta come una goccia a scavare la roccia di un 2026 pesante e granitico fino ad oggi. Stelle polari in tempesta a piovere verso il 16 aprile. I recuperi estremi di una felpa comprata al teatro Sannazaro in un tour del 2007, assieme ad un&#8217;amica, anche lei finalmente recuperata, dopo anni di barricate di vetro. Casa della musica a fare da cassa armonica per soffiare sulle trenta stagioni passate dalla pubblicazione de Il Vile, secondo album dei Marlene Kuntz. Una di quelle pietre miliari di cui è lastricato il labirinto esistenziale, riconoscibile solo da chi ha avuto la fortuna di attraversare gli anni novanta ed atterrare nel nuovo secolo con i polpacci capaci di sostenere ancora i molleggi imposti dai suoni non ancora imbastarditi dall&#8217;artificio con cui rivestire il nulla dei tempi attuali.<br />
Così rovisto nelle mie tasche alla ricerca forsennata dei miei vent&#8217;anni. Quasi fossero monete di ecu di cui non ho mai avuto abbastanza cura al tempo in cui erano spendibili e di cui esplode la mancanza ora che sono finite in un tombino e non ho calamite per tentare l&#8217;ennesimo recupero da collezionista. Ascolto Majakovskij ricordare a Esenin che bisogna strappare la vita ai giorni futuri, mentre mi metto in fila per la centesima volta e più, con la stessa sensazione di ogni volta. Che ci sono sempre fiori per coloro che vogliono vederli. Nel pubblico stessi volti incorniciati da più grigio nei capelli. Selettivi, che grazie a Dio l&#8217;avanguardia alternativa non fa sconti comitiva, come diceva Freak Antoni. Che c&#8217;è da difendere ogni singola boccata d&#8217;aria buona di questi tempi, con la misofonia sempre più inevitabilmente ricorrente a costituire l&#8217;ultimo baluardo di difesa verso l&#8217;inascoltabile. Per chi si sente come Sergej Krikalev, partito verso la stazione Mir indossando una tuta con la scritta cubitale CCCP ed atterrato dopo un tempo interminabile nelle steppe di un paese che aveva cambiato nome e pelle per sempre.<br />
L&#8217;acidità di <strong><em>Tre di tre</em></strong> apre la scaletta che replicherà fedelmente quella del disco, con le sagome fascinose dei quattro MK che nella penombra si muovono in maniera inconfondibile. Con Cristiano Godano abitualmente impeccabile nel suo look da rockstar anelastica al tempo che passa, capace senza affanno di far guaire, ghignare e immalinconire il suo strumento con la naturalezza magnifica di Jusuf Dikeç al poligono di tiro durante le Olimpiadi. <strong><em>Retrattile</em></strong> irride gli ingobbimenti verso le convenienze, invitando a prendere le distanze con sudata consapevolezza da chi combatteva i draghi e poi finisce a catturare le lucertole. <em>Probabilmente io meritavo di più</em>. Le centinaia di volte in cui è risuonato questo mantra nel mio stomaco. Le migliaia di lacrime che la diga di questa frase è riuscita ad asciugare.<br />
<em>Esiziale, secco e disumano</em> come l&#8217;istante in cui tutto cambia, così feroce inizia <strong><em>L&#8217;agguato</em></strong>, istantanea noir a dare il via ad un brivido impazzito nella spina dorsale, tra lamiere e rivoli, quasi ad annullare la distanza tra il parlare di morte ed il morire. La crudezza di <strong><em>Cenere</em></strong> lascia il passo a <strong><em>Come stavamo ieri</em></strong> ed ai dubbi duellanti, generati da destini che si incrociano male senza riuscire a rispondersi. Le anaconde ai lati del mio collo certificano che i venti anni sono lontani e che il corpo è una trappola fatta di tempo, come disse Luperini, anche se per i quattro sul palco sembra valere una regola differente. <strong><em>Overflash</em></strong> ascoltata oggi conserva intatta ed ancora più intellegibile la sua macabra verità troppo superficialmente fraintesa all&#8217;epoca da certa stampa avvezza a sensazionalismi da codice di moralità di Hays.<br />
<strong><em>Ape regina</em></strong> parte docile prima di esplodere erratica e rabbiosa, raggiungendo una circolarità quasi marziale, con la foce finale spianata da un battito convulso che sembra fare da antipasto al fallimento. <strong><em>L&#8217;esangue Deborah</em></strong> osservata nella sua fragilità ancora oggi riesce a graffiarmi la laringe fino a farmi strizzare gli occhi, in un riflesso condizionato di fronte alla decadenza da cui non ho imparato ancora ad uscire. <strong><em>Io ti giro intorno</em></strong> serba quel sapore carezzevole di ballata che resiste all&#8217;usura del tempo ed introduce la chiosa noisy ed ispiratissima de <strong><em>Il vile</em></strong>. Tutto lampeggia e noi del popolo vicino ai cinquanta reclamiamo ancora sazietà e suono. Sudore e autorevolezza lirica, mai arresi alla disincantata filosofia dei capibara ed ancora intrigati dalla tensione di ciò che deve arrivare. Come ha modo di dichiarare Godano, con comprensibile fierezza, <em>i Marlene non sono bolliti per un cazzo</em>. E trent&#8217;anni dopo ancora sanno mandare alle giostrine tre quarti della scena nazionale, senza neanche doversi cambiare la camicia. Ed infatti giusto il tempo di riaccendere le luci per un istante che mi rivedo a fine secolo scorso a fissare le bacchette nel frattempo finite sotto le corde del frontman, prima di essere percosse come le porte di un ascensore bloccato ad un piano irraggiungibile.<br />
<img class=" size-large wp-image-52269 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/marlenekuntzo422026-1024x683.jpg" alt="marlenekuntzo422026" width="618" height="412" /><em>Lampi, tuoni e saette, schianti di latte, fragori e albori di guerre universali, scontri letali</em>, <strong><em>Sonica</em></strong>. Ancora il mio collo in espansione mentre si grida un altro inno diventato uno di quei capolavori dall&#8217;immortalità acquisita ed inscalfibile, capace di metterti in faccia una di quelle espressioni piene e gaudenti come quella di un manzo Kobe felice della propria esistenza fortunata fino ad un minuto prima del macello.<br />
Ed eccola poi quella mina che sapevi avrebbe aperto i rubinetti dalla prima nota. <strong><em>Nuotando nell&#8217;aria</em></strong> chiede di respirare più piano, quasi a dilatare il tempo che vorresti infinito, in una sospensione che toglie il fiato come una ascesa su vette himalayane, da cui guardare in basso, compiaciuto come chi sceglie di non cooperare nel dilemma del prigioniero. Dopo l&#8217;incursione in <strong><em>Catartica</em></strong> si plana tra le note mature e delicate de <strong><em>La mia promessa</em></strong>, estratto da <strong><em>Che cosa vedi</em></strong>, un sussurro di meraviglia che invoca la pietà del tempo, separatore inesorabile e sanguinario, spesso sordo alla disperazione di chi si arrende quaggiù sognando di ricongiungimenti seppure in altre dimensioni. Con <strong><em>Cara è la fine</em></strong>, ricompare il fischio delle revolverate schivate ad inizio anni duemila e che oggi, un quarto di secolo dopo, creano archi di sollievo agli angoli della bocca, salvato dalla ricostruzione che ha portato dalle macerie alle cattedrali.<br />
Mulinelli di forze centrifughe alle prime note di <strong><em>Festa Mesta</em></strong> creano vortici di tribalità a lavare il sangue, ripulendolo dal calcare della rigidità. <strong><em>Infinità</em></strong> e <strong><em>Lieve</em></strong> decomprimono ed allentano la pressione sulle arterie nell&#8217;ultima rampa di scale che porta verso la fine dello show. Che a pensarci bene, la vera impresa è trovare la scaletta perfetta, considerato che dopo trent&#8217;anni e passa di carriera questa magia diventa sempre più complicata mentre si fa più concreto invece il rischio di lasciare sensazioni di mancanza, gradevoli come la spia motore accesa il giorno in cui arriva la tredicesima. Ma non è questo il caso, gente. Perché qui ogni cosa è Illuminata. Ogni nota è suonata con devozione da purosangue.<br />
Impeccabili ancora una volta nel fare il miglior pane possibile con la farina che si ha, di quelle coltivate con cura e che non accusa i decenni. Con una formazione mutata nel tempo, per scelta e per disgrazia, ma che ancora oggi con Luca Lagash Saporiti e Sergio Carnevale nelle postazioni che furono del compianto Luca Bergia e di Dan Solo, fa di loro una schiera di PADRIETERNI a scrutare dall&#8217;alto una ignobile ed affollata scena musicale, composta da onesti ministranti, qualche diacono ed una pletora di uomini in tunica bisognosi di scriversi le parole sui palmi delle mani. Perché anche un asino può sembrare un cavallo. Ma prima o poi raglia. E, come detto, i purosangue resistono con eleganza alla curva del tempo e delle mode.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/lost-gallery-2/?file=2026/Marlene%20Kuntz%20at%20Casa%20Della%20Musica%2016-04-2026/">Galleria fotografica</a> di Adriana Adiletta</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>La fonte &#8211; Cosmo</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2026 11:57:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[“C’è un luogo dove tutto ricomincia, dove il corpo si scioglie e la mente smette di fare resistenza.” La fonte è questo luogo. È il nuovo rito di Cosmo, il suo modo di tornare a chiamarci — non più dalle “voci” che ci assediavano in L’ultima festa, ma da un punto ancora più profondo, quasi &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52259" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/cosmo-lafonte_cover-200x200.png" alt="cosmo-lafonte_cover" width="200" height="200" />“C’è un luogo dove tutto ricomincia, dove il corpo si scioglie e la mente smette di fare resistenza.” <strong><em>La fonte</em></strong> è questo luogo. È il nuovo rito di Cosmo, il suo modo di tornare a chiamarci — non più dalle “voci” che ci assediavano in <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2016/09/26/l-ultima-festa-cosmo-recensione/" target="_blank">L’ultima festa</a></em></strong>, ma da un punto ancora più profondo, quasi pre-linguistico, dove il suono diventa carne, sudore, trance, liberazione. Cosmo aka Marco Jacopo Bianchi continua a leggere lo spleen delle generazioni nate negli Ottanta, ma qui lo fa con una maturità diversa: non più il disorientamento di chi cerca una notte infinita, bensì la consapevolezza di chi ha attraversato il caos e ora vuole trasformarlo in energia, in comunità, in respiro condiviso. La sua scrittura resta diretta, viscerale, ma si apre a una dimensione quasi rituale, come se Battisti e Battiato si fossero dati appuntamento in un club alle quattro del mattino, mentre Nicolas Jaar e The Field manipolano il tempo dietro la consolle. Dal punto di vista sonoro, <strong><em>La fonte</em></strong> è un laboratorio febbrile. Cosmo piega i synth, li plasma, li fa vibrare come membrane vive. Le sue atmosfere dancefloor non sono mai caciarone: sono ipnotiche, melodiche, profondamente fisiche, capaci di evocare tanto la malinconia dei Perturbazione quanto la sensualità rarefatta di certi progetti internazionali — dai primi Daft Punk alla spiritualità elettronica di Senni, passando per un’eco lontana di MGMT e Sohn. Ma, come sempre, il punto è che Cosmo somiglia solo a se stesso. Il disco è un flusso continuo: non cerca il tormentone, non strizza l’occhio alle classifiche, non vuole piacere. Vuole aprire. Vuole che chi ascolta si lasci attraversare. Ogni traccia è un piccolo rito: c’è la danza che guarisce, la voce che diventa mantra, il beat che pulsa come un cuore collettivo. È musica che non intrattiene: trasforma. Se <strong><em>L’ultima festa</em></strong> era la fotografia di una generazione sospesa, <strong><em>La fonte</em></strong> è il suo tentativo di rinascita. Una rinascita sudata, imperfetta, ma necessaria. Un disco che non si limita a interpretare l’umore del presente: lo scava, lo smonta, lo rimette in circolo. Cosmo firma così uno dei lavori più liberi e radicali del cantautorato elettronico italiano. Un invito a tornare dove tutto nasce. A bere. A lasciarsi andare.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Sony Music &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Cosmo (Marco Jacopo Bianchi) – scrittura, voce, produzione, synth, programmazioni </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Tornare alla fonte<br />
2. Ciao<br />
3. Totem e tabù<br />
4. Ogni giorno / ogni notte<br />
5. La fine<br />
6. Parlare con te<br />
7. Per un’amica<br />
8. Per mio fratello<br />
9. Incanto<br />
10. Venite a vedere<br />
11. Sboccia il fiore<br />
<span style="color: #971b7a;">Link: <a href="https://www.facebook.com/cosmoitaly?fref=ts">Facebook</a></span></p>
<h2>Ciao &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/ZpExacOHx0E?si=fSrPGLB2iH1eqE08" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>“Meet Me On The Downs” secondo singolo estratto dal nuovo album di Bruce Soord.</title>
		<link>https://www.losthighways.it/2026/05/03/meet-me-on-the-downs-secondo-singolo-estratto-dal-nuovo-album-di-bruce-soord/</link>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2026 11:24:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[“Meet Me On The Downs” è il titolo del secondo singolo estratto dal nuovo album di Bruce Soord intitolato Ghosts In The Park in uscita il 15 maggio per Kscope &#160; Come membro fondatore e principale autore di The Pineapple Thief, Bruce Soord ha trascorso l&#8217;ultimo decennio a perfezionare costantemente una cifra stilistica capace di bilanciare schiettezza emotiva &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><strong>“Meet Me On The Downs”</strong></h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong>è il titolo del secondo singolo estratto</strong></h3>
<h3 style="text-align: center;">dal nuovo album di</h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong>Bruce Soord</strong></h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong>intitolato</strong></h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong>Ghosts In The Park</strong></h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong>in uscita il 15 maggio per Kscope</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come membro fondatore e principale autore di <strong>The Pineapple Thief</strong>, <strong>Bruce Soord</strong> ha trascorso l&#8217;ultimo decennio a perfezionare costantemente una cifra stilistica capace di bilanciare schiettezza emotiva e sobrietà musicale.<br />
In uscita il 15 maggio per <strong>Kscope</strong>, <strong>Ghosts In The Park</strong> — il suo nuovo album solista — rappresenta un lavoro personale e spontaneo: un disco plasmato dal lutto, dal ricordo e da quegli spazi silenziosi che si rivelano quando la vita continua a scorrere mentre tutto il resto sembra fermarsi.<br />
Oggi, Bruce presenta il secondo singolo dell&#8217;album, <strong>&#8220;Meet Me On The Downs&#8221;</strong>, accompagnato dal video creato da <strong>George Laycock</strong> per la Blacktide Productions.</p>
<p><img class="aligncenter size-large wp-image-52252" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/BS_meet-me-on-the-downs-1024x576.jpg" alt="BS_meet me on the downs" width="618" height="348" /></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://abuzzsupreme.us7.list-manage.com/track/click?u=52902e114a54343c97bf4b846&amp;id=ce6114361d&amp;e=9c6de26a42" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>GUARDA IL NUOVO VIDEO DI<br />
&#8220;MEET ME ON THE DOWNS&#8221;<br />
CREATO DA GEORGE LAYCOCK</strong></a></p>
<p><em>Ho scritto &#8220;Meet Me On The Downs&#8221; in una camera d&#8217;albergo ad Amburgo, durante un tour con The Pineapple Thief. Il testo è arrivato dopo. Ricordo di aver scritto della perdita di mio padre quando sono andato a svuotare il suo vecchio appartamento in una casa di riposo, il senso di immobilità dentro l&#8217;auto lì davanti, guardando quel posto che ho sempre visto con lui dentro. Aprire la porta e vedere tutti i suoi vestiti e le fotografie&#8230;Una vita intera sparsa tra i vestiti</em><strong> – Bruce Soord</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-52251" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/BS_meet-me-on-the-downs_2.jpg" alt="BS_meet me on the downs_2" width="637" height="637" /></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://abuzzsupreme.us7.list-manage.com/track/click?u=52902e114a54343c97bf4b846&amp;id=ac993b383d&amp;e=9c6de26a42" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>ASCOLTA IL NUOVO SINGOLO<br />
&#8220;MEET ME ON THE DOWNS&#8221;</strong></a></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-52250" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/BS_cover_album.jpg" alt="BS_cover_album" width="665" height="665" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Bruce Soord – Ghosts In The Park</strong><br />
Concepcion [01:25]
Pillars [03:10]
Meet Me On The Downs [03:05]
Kept Me Thinking [06:34]
Day Of Wrath [04:21]
Our Predicament [03:43]
Stared Down [04:33]
You Made A Promise [02:56]
Ghosts In The Park [12:52]
<p style="text-align: center;"><strong>&#8220;Ghosts In The Park&#8221; uscirà il 15 maggio nei seguenti formati:</strong></p>
<ul>
<li><strong>EDIZIONE EARBOOK IN 3 CD/BLU-RAY CHE INCLUDE L&#8217;ALBUM CD “GHOSTS IN THE PARK”, UN CD CON RIVISITAZIONI ACOUSTICHE, UN CD CON VERSIONI PER PIANOFORTE DEL PIANISTA GLEB KOLYADIN (IAMTHEMORNING) &#8211; E UN DISCO BLU-RAY CON MIX AD ALTA RISOLUZIONE (DOLBY ATMOS, DTS-HD MA 5.1 E 24/48 PCM STEREO)</strong></li>
<li><strong>LP IN VINILE BIANCO-CREMA (ESCLUSIVA PER I NEGOZI INDIPENDENTI DEL REGNO UNITO) + LP IN VINILE VERDE SCURO</strong></li>
<li><strong>VINILE CLASSICO NERO</strong></li>
<li><strong>EDIZIONE CD DIGIPACK, INCLUDE UN LIBRETTO STAMPATO DI 16 PAGINE CON I TESTI DELLE CANZONI E FOTOGRAFIE INEDITE</strong></li>
</ul>
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<p>&nbsp;</p>
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<tbody>
<tr>
<td class="mcnTextContent" valign="top"><a href="https://abuzzsupreme.us7.list-manage.com/track/click?u=52902e114a54343c97bf4b846&amp;id=3e290cbeca&amp;e=9c6de26a42" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>PREORDINA &#8220;GHOSTS IN THE PARK&#8221;</strong></a><br />
Eseguito quasi interamente dallo stesso <strong>Soord</strong>, con il contributo al basso di <strong>Jon Sykes</strong> in <strong>“Kept Me Thinking”</strong>, l&#8217;album è stato registrato utilizzando una combinazione di take in camere d&#8217;albergo e session in studio, preservando l&#8217;immediatezza delle versioni originali. Masterizzato da<strong> Steve Kitch</strong>, <strong>Ghosts In The Park</strong> si presenta come un&#8217;evoluzione intensa e riflessiva del precedente acclamato lavoro solista di <strong>Soord</strong>.<br />
<u><strong><em>BRUCE SOORD</em> LIVE SHOWS</strong></u><strong>Bruce Soord &amp; Jon Sykes/ Tim Bowness (co-headliner)</strong><br />
Domenica 24 maggio | Liverpool | Philharmonic Music Room<br />
Venerdì 29 maggio | Bath | Bath Fringe Festival al Rondo Theatre<br />
Sabato 20 giugno | Londra | The 100 Club<strong>Bruce Soord</strong><br />
3 giugno – Backstage by the Mill, Parigi &#8211; Francia<br />
4 giugno – Boederij, Zoetermeer &#8211; Paesi Bassi<br />
6 giugno – Ankea Festival, Tampere – Finlandia<br />
10 giugno – Joy Station, Sofia – Bulgaria<br />
2 ottobre – Zentrum Altenberg, Oberhausen &#8211; Germania</p>
<p><strong>&#8220;Ghosts In The Park&#8221; uscirà il 15 maggio su Kscope</strong><br />
<strong><a href="https://abuzzsupreme.us7.list-manage.com/track/click?u=52902e114a54343c97bf4b846&amp;id=c5210decdd&amp;e=9c6de26a42" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Preordinalo qui</a></strong></p>
<p><strong>Segui Bruce Soord:</strong><br />
Facebook, twitter &amp; Instagram: @bsoord</p>
<p><strong>Segui The Pineapple Thief online:</strong><br />
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		<title>Boards of Canada annunciano il nuovo album: Un ritorno che pesa come un evento</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2026 10:49:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Boards of Canada annunciano il nuovo album Inferno in uscita il 29 maggio su Warp Guarda la clip dell&#8217;annuncio QUI A tredici anni di distanza dal loro ultimo lavoro, i Boards of Canada rompono finalmente il silenzio. Il duo scozzese composto da Michael Sandison e Marcus Eoin, tra le formazioni più influenti della musica elettronica contemporanea, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><strong>Boards of Canada</strong><br />
<strong>annunciano il nuovo album<br />
<em><a href="https://spin-go.us12.list-manage.com/track/click?u=e10cae39c04a55bc64e5807b8&amp;id=aa5e1902b0&amp;e=eee0de4879" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Inferno</a></em><br />
in uscita il 29 maggio su Warp</strong></h3>
<p style="text-align: center;">Guarda la clip dell&#8217;annuncio <a href="https://spin-go.us12.list-manage.com/track/click?u=e10cae39c04a55bc64e5807b8&amp;id=1136463a03&amp;e=eee0de4879" target="_blank" rel="noopener noreferrer">QUI</a></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-52244" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/boardsofcanada.png" alt="boardsofcanada" width="1005" height="565" /></p>
<p style="text-align: justify;">A tredici anni di distanza dal loro ultimo lavoro, i Boards of Canada rompono finalmente il silenzio. Il duo scozzese composto da Michael Sandison e Marcus Eoin, tra le formazioni più influenti della musica elettronica contemporanea, ha annunciato l’uscita del nuovo album <em>Inferno</em>, disponibile dal 29 maggio 2026 per Warp Records.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta del <strong>quinto album in studio</strong> della loro carriera, un ritorno che molti fan consideravano quasi mitologico dopo l’uscita di <em>Tomorrow’s Harvest</em> nel 2013. <em>Inferno</em> conterrà <strong>18 brani inediti</strong>, segnando il progetto più corposo mai pubblicato dal duo, noto per il suo immaginario analogico, criptico e profondamente cinematografico.</p>
<p style="text-align: justify;">L’annuncio ha immediatamente riacceso l’attenzione della comunità elettronica internazionale: i Boards of Canada, infatti, hanno costruito negli anni un culto trasversale, capace di influenzare generazioni di producer, dal downtempo al post‑IDM, fino alle nuove correnti ambient e lo‑fi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni nuova uscita dei Boards of Canada è, da sempre, un piccolo terremoto culturale. La loro estetica — fatta di memorie distorte, nostalgia sintetica, atmosfere sospese tra documentario scolastico e sogno febbrile — ha definito un linguaggio unico, spesso imitato ma mai replicato.</p>
<p style="text-align: justify;">Con <em>Inferno</em>, il duo sembra pronto a riaprire un capitolo che molti credevano concluso, riportando al centro una sensibilità elettronica che ha segnato un’epoca e continua a influenzare il presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 29 maggio non sarà solo una data di uscita: sarà un ritorno atteso, un nuovo tassello nella mitologia dei Boards of Canada.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52245" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Inferno_BoC_cover-1024x1024.jpeg" alt="Inferno_BoC_cover" width="618" height="618" /></p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>Edizioni e formati</strong></h3>
<p style="text-align: center;"><em>Inferno</em> sarà disponibile in diverse versioni fisiche e digitali:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>2LP in vinile rosso</strong> in edizione speciale limitata,<br />
presentato in <strong>triplo gatefold</strong> con <strong>libretto di 16 pagine</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>2LP nero standard</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>CD</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>formato digitale</strong> su tutte le piattaforme</p>
<p style="text-align: center;"> Pre-ordina/salva <a href="https://spin-go.us12.list-manage.com/track/click?u=e10cae39c04a55bc64e5807b8&amp;id=b3897bdf24&amp;e=eee0de4879" target="_blank" rel="noopener noreferrer">QUI</a>.</p>
<p><em>Inferno </em>track list:</p>
<p>01 Introit<br />
02 Prophecy At 1420 MHz<br />
03 Hydrogen Helium Lithium Leviathan<br />
04 Age Of Capricorn<br />
05 Father And Son<br />
06 Somewhere Right Now In The Future<br />
07 Naraka<br />
08 Acts Of Magic<br />
09 Memory Death<br />
10 The Word Becomes Flesh<br />
11 Into The Magic Land<br />
12 Blood In The Labyrinth<br />
13 Deep Time<br />
14 All Reason Departs<br />
15 Arena Americanada<br />
16 The Process<br />
17 You Retreat In Time And Space<br />
18 I Saw Through Platonia</p>
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		<title>Guardare indietro per guardare avanti, intervista Gnut e D’Alessandro</title>
		<link>https://www.losthighways.it/2026/04/28/guardare-indietro-per-guardare-avanti-intervista-gnut-e-dalessandro/</link>
		<comments>https://www.losthighways.it/2026/04/28/guardare-indietro-per-guardare-avanti-intervista-gnut-e-dalessandro/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 18:17:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo incontrato Claudio Gnut Domestico e Alessandro D&#8217;Alessandro poco prima della presentazione live del loro nuovo album Duje Paravise all&#8217;Auditorium Novecento a Napoli, chiacchierando a lungo, tra una pizza e una birra, davanti ai bellissimi banchi di missaggio dell&#8217;antico studio di registrazione partenopeo, oggi anche tra le più attive sale per live cittadine, ragionando sul &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-01.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52188" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-01-1024x683.jpg" alt="Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 01" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo incontrato Claudio Gnut Domestico e Alessandro D&#8217;Alessandro poco prima della presentazione live del loro nuovo album <a href="https://www.losthighways.it/2026/04/08/dduje-paravise-gnut-dalessandro/"><em><strong>Duje Paravise</strong></em></a> all&#8217;Auditorium Novecento a Napoli, chiacchierando a lungo, tra una pizza e una birra, davanti ai bellissimi banchi di missaggio dell&#8217;antico studio di registrazione partenopeo, oggi anche tra le più attive sale per live cittadine, ragionando sul fare musica oggi, sull&#8217;importanza della musica napoletana e il suo rapporto col mondo, dove si trova adesso, dove potrà arrivare domani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vi siete incontrati grazie a Toscana Produzione Musica, abbiamo un nome da ringraziare, com&#8217;è nata quell&#8217;idea?</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Mi è stato chiesto di realizzare un progetto su Napoli e quindi, anche se non ci conoscevamo personalmente, ho chiamato Claudio che ha subito accettato. Poi, ad aprile dell&#8217;anno scorso ci siamo trovati a Guardistallo, in provincia di Pisa, in un teatrino, dove abbiamo fatto tre giorni di residenza e i primi concerti.<br />
Gnut: Da Antonio Aiazzi, il primo tastierista dei Litfiba, che adesso stanno di nuovo suonando insieme.<br />
Ale: Ci siamo resi conto subito, fin dal primo pezzo che la cosa poteva funzionare, che il suono funzionava, la canzone napoletana è diventata un pretesto per suonare insieme. Da lì l&#8217;idea, cotta e mangiata, di registrare subito un disco.<br />
Gnut: Adesso possiamo ringraziare sicuramente Maurizio Busia, Francesco Mariotti&#8230;<br />
D&#8217;Alessandro: … e anche Mimmo Ferraro di Squilibri Editore che ha deciso di pubblicarci il disco.<br />
Gnut: L&#8217;approccio è stato un po&#8217; quello che hanno i jazzisti quando si mettono a improvvisare su uno standard, noi abbiamo usato la canzone, queste melodie e questi testi come filo conduttore per trovare un suono nostro, non avendo mai suonato insieme. Alessandro, usando l&#8217;elettronica con l&#8217;organetto, ha un suono molto pieno, riesce ad avere ritmica, bassi, armonie. Io ho registrato tutto con la chitarra elettrica. Abbiamo trovato un suono nostro cercando di essere rispettosi di un repertorio così sacro. Anche se io ero in agitazione.<br />
D&#8217;Alessandro: Un napoletano quando canta le cose napoletane è sempre in agitazione. Io invece da non napoletano, anche se limitrofo, diciamo, l&#8217;avverto di meno questa cosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma sei comunque regnicolo, giusto?</strong><br />
Ale: Sono nato a Gaeta e sono di un paesino a 5 km dal Garigliano, Coreno Ausonio, che gravita nella Terra di lavoro, anche se adesso vivo a Roma, quindi mi sento più vicino alla cultura partenopea. Ci ritroviamo dall&#8217;altra parte della barricata perché Mussolini ha deciso di fare questa regione che si chiama Lazio.<br />
Gnut: Un&#8217;altra cosa importante da valutare di questo lavoro è che abbiamo avuto due giorni per montare lo spettacolo live in questo teatrino e pure il disco l&#8217;abbiamo registrato in due giorni, in presa diretta suonando insieme. L’approccio diretto da jazzisti è stato proprio: OK, questa è la melodia, questa è la struttura del pezzo, questo è il testo, suoniamo. Una struttura nata dall’interplay.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-02.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52191" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-02-1024x683.jpg" alt="Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 02" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi, come avete selezionato le canzoni?</strong><br />
Gnut: Avendo poco tempo. Ho fatto una selezione di canzoni che bene o male avevo già affrontato negli anni, per le quali avevo già trovato la tonalità, il mio modo di approcciare le melodie, così da poter soltanto adattare al nuovo sound cose che avevo già studiato dal punto di vista interpretativo. È stata forse la prima volta in cui ho fatto un lavoro prevalente da interprete, perché di solito canto le mie canzoni; può capitare una cover, ma non sono un vocalist da interpretazioni: è stato strano, un esperimento nuovo. Poi abbiamo aggiunto <strong><em>‘E ccerase</em></strong>, che Alessandro mi ha fatto scoprire nella versione di Massimo Ranieri, oppure <strong><em>Villanella di Cenerentola</em></strong> perché da poco era morto Roberto De Simone e ci hanno chiesto esplicitamente di omaggiarlo. Anche <strong><em>E mo e mo</em></strong> l&#8217;avevo già fatta, però non l&#8217;avevo mai suonata dal vivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avevi pubblicato anche un piccolo video, ti era venuta l&#8217;idea di suonarla guardando la serie <em>La vita bugiarda degli adulti</em>?</strong><br />
Gnut: Sì, nel trailer c&#8217;era questo pezzo, stavo scaricando delle cose che richiedevano ore in studio e mi sono messo a giocare con la chitarra elettrica, la serie non ricordo nemmeno se l&#8217;ho vista, ma il brano mi ha risvegliato il ricordo di me bambino che vedevo Sanremo, Peppino di Capri, e cantavo il ritornello che diceva “<em>Nina Ninetta</em>”, pensando che parlasse di mia zia. Abbiamo aggiunto alla lista anche <strong><em>Manhã de carnaval</em></strong>, perché Tosca mi aveva invitato a <em>D&#8217;Altro canto</em> e mi aveva chiesto di fare una versione in napoletano di questo classico della bossa nova, che abbiamo cantato insieme al suo spettacolo, mi sono accorto che sembra una canzone napoletana per la melodia. Così abbiamo invitato anche Titti a cantare nell&#8217;album, mentre per <strong><em>‘E ccerase</em></strong> abbiamo pensato a Gragnaniello perché per la sua vove era perfetta per quel tipo di melodia.<br />
D&#8217;Alessandro: E poi ovviamente abbiamo detto: visto che facciamo un disco insieme, scriviamo pure un paio di cose ex novo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I due inediti sono arrivati in studio o già nel corso dei primi live?</strong><br />
Gnut: Quando abbiamo deciso di scrivere un paio di inediti sono andato a ripescare una melodia che avevo scritto un po&#8217; di tempo prima, ci ho lavorato un pochino, ho rifatto il testo e l&#8217;abbiamo arrangiato insieme trasformandola in <strong><em>Sotto ‘o muro</em></strong>, il nostro primo singolo. L&#8217;altro inedito era uno strumentale di Alessandro, per il quale ho scritto una melodia con un testo ispirato a mio figlio. Tutto finito molto velocemente, ma ne siamo contenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sostanzialmente l&#8217;album fotografa il live che avevate montato?</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Si tratta appunto di un progetto nato live, in studio sono cambiate delle cose, però alla fine poco.<br />
Gnut: Sì, in realtà, avendo registrato anche insieme, abbiamo lavorato su tante parti strumentali, i soli, gli arrangiamenti, conservando quello che è nato nel teatrino di Guardistallo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Maruzzella</em> è uno strepitoso capolavoro di Carosone che avete affrontato coraggiosamente nell&#8217;album. Personalmente penso sia uno di quei brani che bisognerebbe iniziare ad ascoltare solo in originale, perché negli anni c&#8217;è stata una tale sovrapposizione di versioni, magari non proprio memorabili, che hanno finito per svilire le qualità della prima versione. Un po&#8217; come per i brani di Battisti che a furia di strimpellare ai falò ci si scorda quanto fossero belli e complessi. Ecco, voi pensate che esista un rischio simile, trasformare le canzoni celebri in icone svuotate del loro reale significato?</strong><br />
Gnut: Il rischio c’è su tutti i pezzi. Poi <strong><em>Maruzzella</em></strong>, essendo molto famoso, ancora di più, ovviamente. Però questo è un progetto di <em>risvalutazione</em> (sic), no? (ridiamo, n.d.r.). È stata una scelta molto istintiva. Avendo pochissimo tempo, abbiamo selezionato un po&#8217; di cose, ci siamo divertiti a suonarle e non ci abbiamo riflettuto troppo. Però era un pezzo per il quale ero preoccupato. Con più tempo a disposizione, mi sarebbe piaciuto fare un album con più pezzi come <strong><em>&#8216;E ccerase</em></strong>, ricercati e poco conosciuti, ma avendo due giorni per montare lo spettacolo live e altri due giorni per registrare il disco, è stato tutto istintivo.<br />
D&#8217;Alessandro: Io ho fatto un altro disco tutto strumentale, con qualche ospite, dedicato alle canzoni, in cui ho suonato pezzi come <strong><em>Azzurro</em></strong> e <strong><em>I Giardini di marzo</em></strong>. Un po&#8217; il problema te lo fai, però alla fine moltissime persone m&#8217;hanno detto: cazzo, la versione tua di questi pezzi, che erano i più sputtanati del disco, ha rispettato la melodia e tutto, si riconoscono, ma alla fine è un&#8217;altra cosa, una cosa tua. Se in maniera istintiva, senza tirarsela, uno fa quello che gli piace, rimane sé stesso. Claudio nel suo modo di cantare queste canzoni è Gnut; su <strong><em>Maruzzella</em></strong> ho messo l&#8217;organetto distorto e insieme abbiamo riscritto le cose, abbiamo dato una ritmica diversa con dei suoni molto elettronici, ci siamo un po&#8217; disinteressati di stare a sentire la versione. E questa cosa secondo me è vincente, anche sulle canzoni più celebri.<br />
Gnut: Ti è dispiaciuto che l&#8217;abbiamo fatto?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>No no, mi è piaciuta la vostra versione, questa è una riflessione che avevo già fatto prima di ascoltarla.</strong><br />
Gnut: Considera che c&#8217;è stato proprio un momento in cui si parlava di fare uscire dei video live, qualche singolo, ed è venuta fuori l’idea di usare <strong><em>Maruzzella</em></strong>: ho detto assolutamente no, perché già dire “Claudio che fa il disco di canzoni napoletane”, in questo momento storico con Napoli in super hype, è una cosa coraggiosa, che non abbiamo fatto per Napoli ma per puntare a suonare altrove. <strong><em>Maruzzella</em></strong>, a usarla come titolo già immaginavo i commenti, “Gnut canta Maruzzella”: ho detto di no. Però sì, è uno di quei pezzi rischiosi come <strong><em>Carmela</em></strong>. E infatti sono contento di quest&#8217;album, di pezzi come <em><strong>E mo e mo</strong></em> che è stato stravolto, <strong><em>Manhã de carnaval</em></strong>, che appunto non è un pezzo napoletano ma lo sembra, <strong><em>&#8216;E ccerase</em></strong>, lo stesso <strong><em>Cammina cammina</em></strong> di Pino Daniele, che lo metti tra i classici perché merita di stare tra i classici, anche se ancora non è stato detto. <strong><em>Cammina cammina</em></strong> è uscito lo stesso anno di <strong><em>Carmela</em></strong>, il &#8217;77.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E sono due mondi molto distanti.</strong><br />
Gnut: Esatto. L&#8217;anno che Sergio Bruni pubblicava <strong><em>Carmela</em></strong>, Pino Daniele, giovanissimo, pubblicava <strong><em>Cammina cammina</em></strong> sull’album <strong><em>Terra mia</em></strong>. Lo stesso anno. Però <strong><em>Carmela</em> </strong>è sempre stato considerato un classico, mentre <strong><em>Cammina Carmela</em></strong> adesso stanno capendo che Pino Daniele fa parte di quella roba.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché, invece, non avete voluto cantare la canzone che avete usato come titolo dell&#8217;album?</strong><br />
Gnut: Perché non abbiamo avuto tempo.<br />
D&#8217;Alessandro: Il titolo è stato solo un gioco di parole, sul fatto che siamo in due e c’è un po&#8217; di autoironia su questa cosa del Paradiso. Comunque, il titolo è stato dato prima della residenza, perché bisognava darlo in risposta a un bando entro i termini di scadenza. Quindi si è trattato proprio di andare sull&#8217;indice della canzone e selezionare <strong><em>Duje Paravise</em></strong>.<br />
Gnut: Sì, però, io avevo proposto un altro nome che era: Bellavista Social Club.<br />
D&#8217;Alessandro: Però non ci avrebbero finanziato.<br />
Gnut: Io ho detto, guarda, ho dato tutto con questo, per me sarebbe stato fantastico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Puoi giocartelo per un’altra occasione.</strong><br />
Gnut: Lo farò, prima o poi, Bellavista Social Club è un altro livello.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-04.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52192" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-04-1024x683.jpg" alt="Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 04" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Claudio, avevi annunciato, quantomeno lasciato intendere, che sarebbe stato pubblicato il secondo volume de <em><a href="https://www.losthighways.it/2019/01/15/lorso-nnammurato-sollo-gnut/">L&#8217;orso ‘nnammurato</a></em>. Senza entrare nei rapporti personali, non è questa la domanda, c&#8217;è speranza che quelle canzoni vedano un giorno la luce oppure è un repertorio che hai archiviato?</strong><br />
Gnut: L’ho archiviato. Ma in realtà <strong><em>Sotto ‘o muro</em></strong>, ad esempio, era uno di quei pezzi che doveva far parte de <strong><em>L&#8217;orso</em></strong> due, ho cambiato il testo ed è diventato un&#8217;altra cosa. Molte canzoni che erano nate dalle poesie di Sollo negli anni e facevano parte di quel tipo di repertorio, adesso le sto rigenerando, riscrivendo i testi e ci sto facendo altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi stai lavorando a un lavoro tutto tuo?</strong><br />
Gnut: Sì, un lavoro tutto mio, con testi miei e che già stavo facendo parallelamente all&#8217;eventuale <strong><em>Orso</em><em> II</em></strong>, ed è un disco, poi ne parleremo, che uscirà all’inizio dell’anno prossimo, ispirato ai mantra, ai groove del Mediterraneo, con testi un po&#8217; spirituali. Un disco a cui tengo molto, ci lavoro da tre anni, è una specie di concept. Parallelamente avevo tutte queste canzoni nate dalle poesie scritte da Alessio. Ma quando non abbiamo registrato più l&#8217;album, abbiamo deciso di non lavorare più insieme. Quindi queste canzoni stanno trovando un&#8217;altra vita, piano piano, perché sono melodie e cose sulle quali avevo lavorato e mi piacevano molto, sarebbe un peccato lasciarle perdere e basta. Cambiando il testo, riscrivendo la storia, le porterò avanti, anche se non faranno parte del nuovo disco, tranne una o due, quelle stravolte; una, invece, è finita in questo disco con Alessandro; <strong><em>Luntano a te</em></strong>, il singolo che ho pubblicato, era un&#8217;altra di quelle canzoni cui ho cambiato il testo; ho scritto un pezzo per Tosca che uscirà nel prossimo suo album, non volevo fare spoiler, ma anche quello faceva parte di quelle canzoni. Lo so che sei fan di quel progetto, però sai, quando le cose si interrompono in maniera brusca sono portato a guardare avanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Va bene. Proprio con lo spirito di guardare avanti, oltre a suonare, stai svolgendo anche un&#8217;attività di produttore, da Ilaria Graziano a Spina, ci vuoi raccontare queste esperienze?</strong><br />
Gnut: Sì, già da un po&#8217; di anni curo produzioni artistiche, poi da un annetto mi è capitata questa cosa: dovevamo pubblicare un album con Ad Est dell&#8217;Equatore, casa con cui abbiamo fatto anche <strong><em>L&#8217;orso ‘nnamurato</em></strong>, e a me ha sempre affascinato l&#8217;idea di avere una mia piccola etichetta indipendente. Ho chiesto a Guglielmo, il titolare, quali siano gli elementi che servono, burocrazia, eccetera, e lui mi ha spiegato un po&#8217; di cose e mi ha fatto capire di avere già una sua struttura organizzata, anche per la distribuzione. “Ma allora perché non pubblichi?”, ho chiesto, e lui mi fa “perché poi finisce che non ci sto dietro”, al che ho replicato, “non è che ti serve un direttore artistico?”. Lui ha confessato che non aveva avuto il coraggio di chiedermelo. Così, piuttosto che iniziare da zero con un nome, una nuova casa editrice, un&#8217;etichetta, sono diventato direttore artistico di Ad Est dell&#8217;Equatore. Abbiamo iniziato a produrre cose insieme, è partito il <a href="https://www.losthighways.it/2026/02/04/rive-ilaria-graziano/">disco di Ilaria Graziano</a>, un album sul quale lavoravamo da due anni e molto emozionante, molto bello da fare, lei ha scritto canzoni bellissime ed è stata proprio una bellissima esperienza. Poi c&#8217;è Guappecartò, che sono vecchi amici e cercavano una struttura per uscire; Carmelo Pipitone, che ho seguito sotto il profilo discografico; il disco di Spina al quale stavo lavorando già da 2 o 3 anni e di Sean Albain che uscirà a fine aprile, che ha prodotto il mio amico Stefano Piro, col quale collaboro spesso, pure la produzione di Spina è fatta con lui. Quindi c’è questo lavoro di produzione artistica musicale, che curo io, da solo o assieme a Stefano, che ha trovato un canale discografico col coraggio di buttare fuori cose che non passeranno alla radio o che hanno bisogno di più ascolti. Ci siamo resi conto che non abbiamo grande concorrenza a livello italiano, perché fondamentalmente oggi in Italia è diventato molto difficile pubblicare, trovare una struttura che ti segue; noi cerchiamo di far uscire cose belle, cose che ci emozionano, ci fanno stare bene, le pubblichiamo e speriamo che qualcuno se ne se ne accorga prima o poi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Noi ce ne siamo accorti. Alessandro, a scorrere la tua discografia si direbbe che tu non possa fare a meno di collaborare con qualche musicista, un elenco lunghissimo che è impossibile ricordare, dalla voce fantastica di Maria Pia De Vito a Canio Lo Guercio, giusto per citarne due molto differenti. Raccontaci un po&#8217; questo tuo approccio alla musica e alla collaborazione.</strong><br />
Ale: Ma guarda, nasce proprio dal fatto che io suono questo strumento particolare, da quando avevo 9 anni, perché ho iniziato a suonarlo nel mio paese, poi a 13 anni, qua a Napoli, alla Splash ho registrato per Branduardi insieme all&#8217;orchestra per il disco <strong><em>Infinitamente piccolo</em></strong>, era la prima volta che entravo in uno studio di registrazione. Ho sempre mantenuto il mio strumento senza cambiarlo, è uno strumento particolare e anche un po&#8217; “vessato”, perché si pensa ci si possa fare solo determinate cose, di un certo tipo limitato, che sia uno strumento caciarone della tradizione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua discografia dimostra il contrario.</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Collaborare con gli altri è stato un arricchimento mio a livello tecnico e artistico, perché ogni artista mi poneva una cosa diversa davanti da affrontare. Un po&#8217; è proprio nella mia indole, quella spinta a portare questo strumento in più posti possibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua è proprio una battaglia?</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Sì, è anche una battaglia, perché c&#8217;è un certo pregiudizio su questo strumento, l’organetto; tra l&#8217;altro non è che io ascolti organetto, mai, fisarmonica? Mai. Cioè, hai capito? Non l&#8217;ascolto mai perché mi annoia, mi annoia… Però mi piacciono i musicisti che cercano una strada personale. Non so se ci riesco o meno, però ho sempre cercato di trovare la mia strada, il mio linguaggio attraverso questo strumento, ogni volta diverso a seconda della collaborazione. Con Sergio Cammariere, ad esempio, ma ce ne sono tanti, anche nel teatro, nel cinema, in ogni cosa che ho affrontato. Poi è nata questa cosa dell&#8217;elettronica una ventina d&#8217;anni fa, che mi stuzzicava, perché a quattro anni giocavo col computer, sono dell&#8217;85, suonavo sì uno strumento legato a certi mondi, ma volevo anche altro. Non l&#8217;ho fatto pensando di stupire, ma in maniera sempre istintiva, lavorare sull’uso percussivo dello strumento, sulla sua preparazione, applicando cose, insomma, questa roba è nata anche collaborando con gli altri. Con Canio ho usato molto questo sistema dell&#8217;organetto preparato, i loop, tantissimo: in due diventava molto funzionale. Poi è nato un progetto mio da solo e sarà un po&#8217; il mio progetto della vita. Sto preparando un disco, per cui ho pezzi scritti da tre anni, un disco mio di cose mie, più cinematiche, anche legato allo spettacolo con immagini <strong><em>Visionaria</em></strong>. Con Claudio non ci conoscevamo, ci siamo ritrovati, ma non sapevamo a cosa andassimo incontro, il suono è nato dall&#8217;unione dei nostri rispettivi suoni, c&#8217;è stato da adattarsi da una parte e dall&#8217;altra, perché lavorare insieme è sempre un compromesso, che arricchisce anche togliendoti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In realtà, questo approccio &#8220;collaborativo&#8221; è una cosa che vi accomuna, avete partecipato anche a iniziative collettive, tu, Claudio, ad esempio, hai cantato in due capitoli di <a href="https://www.losthighways.it/2016/03/21/capitan-capitone-e-i-fratelli-della-costa-daniele-sepe/"><em>Capitan Capitone</em></a>, lavoro corale di Daniele Sepe, che oltre a essere un grande musicista è anche un grande scopritore di talenti. Quindi, come valutate la attualmente la scena napoletana? Se ne esiste una.</strong><br />
Gnut: Guarda, non lo so se esista una scena. Penso che Napoli abbia una tradizione enorme di musica e che avere una visione lucida del contemporaneo sia complicato. È facile adesso giudicare gli anni &#8217;90, e quella scena; dopo c’è un po&#8217; di confusione. In qualche modo ci accomuna l&#8217;utilizzo della lingua napoletana; però, a differenza degli anni &#8217;90 o del Neapolitan Power prima, che avevano una coerenza anche sonora, sento che oggi siamo tutti abbastanza diversi. Però, devo essere sincero, non sono informatissimo, sarò invecchiato, faccio poca vita sociale, esco poco di casa, quindi non lo so. Sicuramente sulle cose più mainstream, tipo Nu Genea, La Niña, ci sarebbe tanto da parlare e sono contento che in questo momento stiano uscendo belle cose da Napoli dopo anni di buio, soprattutto perché c’è sempre un livello piuttosto alto dal punto di vista qualitativo di ricerca, trovo molte cose interessanti. È pur vero che Napoli soffre di un approccio al limite del campanilistico, con poca voglia di confrontarsi con quello che succede nel resto del mondo, che da un lato può essere una cosa positiva perché crea un micro-universo, ma nel momento in cui questa cosa viene esasperata, c&#8217;è il rischio di diventare leghisti al contrario: tutto quello che non è napoletano diventa un nemico, quando in realtà la contaminazione è la cosa che ha reso la musica napoletana interessante nei secoli. Perché i groove del Mediterraneo si sommano alla tarantella, alla scala araba, allo swing con Carosone, al blues con Pino Daniele, al dub con gli Almamegretta. Se ci chiudiamo troppo, il rischio è che all&#8217;esterno diventi poco interessante quello che si propone. Non a caso ho fatto i nomi di Nu Genea e La Niña, perché sono due progetti che hanno un approccio non orientato su una cosa soltanto napoletana, ma si confronta: La Niña la posso associare a Rosalia che fa un lavoro simile col flamenco oppure i Nu Genea hanno un approccio da DJ, però con la musica suonata, con riferimenti al funk. Bisogna avere una visione più aperta a quello che succede nel mondo.<br />
D&#8217;Alessandro: Sono abbastanza d&#8217;accordo e da non napoletano un po&#8217; invidio i napoletani, perché Napoli è una città stato, culturalmente e non solo, è proprio una cosa veramente forte, al mondo ci sono pochi esempi come Napoli. Avendo collaborato con tanti artisti di questa città, penso che sia un po&#8217; un’arma a doppio, è una forza che ti può portare alla chiusura perché ti senti sicuro di questa unicità. Venendo da un paesino piccolo, da cui sono andato via anche se lo amo tantissimo, ho vissuto una cosa simile, il posto dove vivi ti può condizionare, spingere a cercare una affermazione nel luogo cui sei più legato e quindi a confrontarti anche mentalmente solo con quelle persone là. Penso che questo sia un po&#8217; il limite di Napoli, quando è riuscita a parlare fuori ha fatto cose gigantesche, mentre altre cose, anche bellissime, non hanno questa capacità perché manca appunto questo confronto.<br />
Gnut: Non va bene sta cosa Alessà, io posso parlare male di Napoli perché sono napoletano, ma tu che non lo sei, no, non ti permettere di parlare male di Napoli! (ridiamo, n.d.r.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco che viene fuori il campanilismo che avevamo detto di evitare…</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Ma no, non ho parlato male, anzi, sto parlando troppo bene, a Napoli ci sono musicisti fantastici, alcuni, come Claudio, si confrontano col mondo di fuori e questa capacità rende Napoli universale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-03.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52193" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-03-1024x683.jpg" alt="Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 03" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Va bene, quindi, alla luce di quello che hai detto, Claudio, quanto può essere difficile oggi iniziare rispetto a quando avete iniziato voi?</strong><br />
Gnut: Oggi da discografico ti dico che è complicatissimo (ridiamo ancora, n.d.r.). No, è vero, nel senso che avendo lavorato pure con giovani come Spina, Sean Albain, cercando di dare dei consigli utili a chi sta iniziando un percorso, mi rendo conto che parlo di ere glaciali fa. Rispetto a quando ho iniziato io sono passati una ventina d&#8217;anni e sono stati anni in cui si è stravolto il mercato musicale. Mi trovo in difficoltà a dare consigli, sono cambiate le dinamiche rispetto a quando si inseguivano i festival, i premi, si facevano delle demo e si portavano in giro, si scambiavano chiacchiere, si cercava di conoscere persone, trovare il modo per proporre la propria musica in giro. Adesso è più semplice fare dischi, ma molto più complicato venire fuori, anche per chi fa musica da tanti anni come noi due, perché siamo in un calderone enorme dove ogni venerdì escono un sacco di dischi, un sacco di pubblicazioni: è dispersivo per chi fa musica e per chi ama la musica. In questa dispersione enorme cercare di farsi sentire per la prima volta senza avere un po&#8217; di esperienza alle spalle o un po&#8217; di passaparola è complicatissimo: io non saprei come fare ad esordire oggi, penso che farei un altro mestiere. Inoltre, oggi la tecnologia può frenare l&#8217;incoscienza che ti permette di essere coraggioso ai primi concerti, affrontando anche la figuraccia del suonare male o del gestire male una situazione dal vivo. Prima sapevi che era una roba che restava a quella sera e andavi avanti, oggi ci sono ‘sti fucili puntati sui telefoni e le cose possono diventare virali in un attimo. Magari hai voglia di comunicare qualcosa, invece diventi lo zimbello di tutti: può essere traumatico, non li invidio.<br />
D&#8217;Alessandro: Guarda, per chiudere, ti dico che io ancora adesso mi chiedo: ma perché facciamo questa cosa? Figurati uno che deve iniziare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultimissima cosa, Alessandro, la tua musica ha un qualcosa di molto visivo, come fosse idealmente una colonna sonora, Claudio, tu pure hai scritto cose per il cinema, ad esempio insieme a Nelson per <em>Il ladro di giorni</em>, non avete un progetto visuale?</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Al momento non ci abbiamo pensato, però potrebbe essere un&#8217;idea. Ho questo progetto per il nuovo disco e tutto va un po&#8217; verso le immagini, lavoro anche con un videoartista, Gianluca Abbate di Salerno, che ha fatto dei videoclip per me. È una cosa che mi piace tantissimo, perché ho sempre scritto per il teatro, per le immagini, meno per il cinema, ho composto solo per documentari, però ho suonato per altri compositori nel cinema. Non tantissimo, perché molti compositori hanno un pregiudizio sull&#8217;organetto e se devono chiamare uno strumento così preferiscono la fisarmonica o il bandoneon. Quindi sì, potrebbe essere una buona idea.<br />
Gnut: Sì, è affascinante lavorare sulle immagini, quando mi è capitato è sempre stato bello, però è una cosa che vado a cercare poco. Ho delle cose strumentali sulle quali lavoro, collaboro col mio amico Stefano Piro, che ogni tanto fa ‘ste residenze a Cuneo dove lui ha lo studio, dove mettiamo insieme musicisti, improvvisiamo e stiamo aumentando la nostra banca dati con una serie di hard disk di idee e cose strumentali che ci piacciono. Molte volte mi hanno chiesto per il cinema delle canzoni che magari avevo già fatto, quindi da riproporre in un&#8217;altra versione per il film, oppure mi hanno chiesto di usare direttamente una canzone che non era immaginata per quell’uso. È una cosa che mi piace quando mi coinvolgono, se un regista sente che il mio linguaggio musicale si sposa bene col suo linguaggio visivo, quando mi arrivano queste proposte sono felicissimo. Però, diciamo, sto là in attesa sulla riva del fiume.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>PS</strong> Il live conferma l&#8217;intesa del duo documentata su disco. Claudio, lasciata l&#8217;elettrica a casa, si presenta sul palco con l&#8217;amata Ciaccarella, cambiando il suono messo a punto in studio e mostrando anche una evoluzione del suo modo di accompagnarsi e arpeggiare; Alessandro si da un gran da fare a costruire pattern ritmici con una loop station, percuotendo in diretta il suo strumento e giocando con effetti elettronici variopinti, per costruire scenari sui quali improvvisare liberamente, come nel vorticoso assolo di una gustosa versione strumentale de <strong><em>Il mare</em></strong> di Pino Daniele. Il set scorre piacevolmente toccando tutta la scaletta dell&#8217;album, con alcune aggiunte dal repertorio di entrambi, trovando momenti di partecipazione corale del pubblico, tanto nei classici della tradizione partenopea quanto nei &#8220;nuovi&#8221; classici della napoli d&#8217;oggi, come <strong><em>L&#8217;ammore &#8216;o vero</em></strong>. Ed è propprio quello il suono che riverbera sotto l&#8217;alto soffitto dell&#8217;Auditorium. Amore.</p>
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