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Una storia da raccontare: intervista a Fabrizio Coppola

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Fabrizio Coppola è un cantautore (non all’italiana, attenzione!) con la sua lunga ed articolata storia alle spalle, dove l’amore per la letteratura americana e l’ottima capacità di raccontarla si fanno una forma di nutrimento imprescindibile. Dopo dodici anni dall’ultimo lavoro in studio (Walterloo), ritorna con Heartland, una sorta di viaggio interiore nelle zone più intime in cui si annidano la perdita, il senso di abbandono e di sconfitta, ma anche le riserve auree di resistenza e rinascita… perché l’elaborazione di certe forme di dolore porta alla consapevolezza che la vita è trasformazione ed il lato luminoso delle cose in qualche modo trova il modo di inondarci. Ho incontrato Fabrizio per provare a conoscere meglio le sue nuove canzoni, così dirette, immediate e sincere. 

Vorrei cominciare dal silenzio. Dai dodici anni che ti separano da Waterloo del 2011. Certo, di mezzo altri progetti, ma soprattutto tanta vita. Quando ed esattamente cosa ti ha spinto a voler sistemare le tue parole dentro delle canzoni, e le tue canzoni dentro un disco?
Una cosa che ho scoperto di recente, che può sembrare una banalità ma in realtà ti mette in pace con diversi aspetti della vita, è che le cose accadono sempre e solo quando devono accadere, non un secondo prima né uno dopo. Sempre che accadano. E quindi Heartland in qualche modo, a un certo punto, è accaduto. Negli anni ho accumulato un sacco di materiale, un fiume di musiche e di parole e di canzoni, ma ogni volta che pensavo a realizzare un disco nuovo mi veniva letteralmente il mal di stomaco. Una frustrazione infinita, non aver voglia di fare ciò che ti piace più fare. Poi a un certo punto quella sensazione è stata sostituita da una nuova fiducia, perché ogni lavoro artistico presuppone una certa fiducia non tanto in sé stessi quanto nel mondo, in fondo è un atto d’amore anche verso gli altri. E ogni cosa ha trovato un posto.

Ti riconosci nell’etichetta di cantautore o ritieni che stia stretta a chi, come te, guarda al rock americano?
Hai ragione, l’etichetta di cantautore in Italia si porta appresso l’idea che tu te ne stia su un palco davanti a un leggio a cantare le tue canzoni e ponendoti in qualche modo come un prete sull’altare, con tanto di pulpito, ad affermare di essere l’unico a essere in diretta comunicazione con Dio. E questo atteggiamento è proprio l’opposto di ciò che per me la musica ha sempre significato, sia come autore, sia come ascoltatore. Quindi sì, mi definisco songwriter, un richiamo esplicito alla tradizione anglosassone che per me indica soprattutto un modo diverso di pensare alla musica. Io mi sento una persona come tutte le altre, ho dei talenti, come chiunque, e li metto al servizio della comunità. Non che il mio lavoro sia necessario, ma io so fare questo, quindi faccio questo.

Il tracollo della “scena di mezzo”, quella tra chi inizia e quella del mainstream, è iniziato molto prima della pandemia. La logica della musica liquida dopata, la crisi dei piccoli locali, la fruizione frenetica e superficiale, non ho bisogno di aggiungere altro. Nonostante questo deserto, hai scelto di lanciare una campagna per finanziare il disco. Raccontami ciò che più temevi e ciò che più ti ha sorpreso, in te e nel tuo pubblico.
Anche questa scelta è stata frutto di una nuova fiducia. E i risultati mi hanno dato ragione. Ho raccontato molto di me sui social prima, durante e dopo la campagna, perché credo che per arrivare a stabilire un rapporto complesso con le persone sia necessario presentarsi in maniera complessa, quindi svelando anche le parti di sé di cui magari non andiamo particolarmente orgogliosi. E funziona. E sai perché? Perché siamo tutti molto soli, tutti circondati da una quantità di rapporti superficiali e di facciata o peggio di convenienza che quando poi arriva qualcuno e ci si offre per quello che è ci sembra di ritornare a respirare. Da questo punto di vista, il mio disco, come anche quelli precedenti, si muove proprio secondo una logica contraria alla superficialità della fruizione musicale. Quando stavamo decidendo quale fosse la scaletta migliore, alla fine abbiamo deciso di mettere Tutto questo blu come primo brano. Non la scelta più pop che avevamo, ma è stata una scelta voluta, come a dire: ecco qua, questo disco parla di queste cose e in questo modo. Se ti interessa, procedi pure nell’ascolto, altrimenti passa ad altro. E a me interessano gli ascoltatori che arrivano alla fine di Heartland.

Parliamo del titolo che hai scelto. Tu sei uno che conosce bene le parole, il loro peso, in termini di suono e di senso. Heartland che suono è? Che significato o che significati ha nella tua vita artistica e personale?
Heartland è un disco molto personale, in cui mai come prima ho dato voce ad alcune parti di me cui magari in passato non avevo concesso molto spazio. Quindi, tornando al titolo, quella parola va intesa in due modi: il primo, in senso letterale, heart + land, il territorio del cuore, perché nel disco si parla molto di relazioni; il secondo, l’heartland è anche la zona più nascosta e difficile da raggiungere in una data area, quella più lontana dalle coste, e questo secondo significato si somma al primo. Mi piace il suono rotondo e compatto, mi piace il suo aspetto simbolico.

Indichi come tuoi referenti, tra gli altri che ti hanno formato e ormai ti sono dentro, Sharon Van Etten, War On Drugs, The National. Soprattutto il primo nome mi colpisce. E forse la sua irruenza, il suo arrivare diretta, usando anche il rock che fa patti con riff e ritornelli dal gusto pop, ha spinto il tuo disco verso un’immediatezza che trovo molto marcata.
Sharon Van Etten l’ho scoperta con notevole ritardo solo un paio di estati fa e mi ha folgorato. Per la voce dolente ma non rassegnata, l’emotività esasperata delle sue canzoni, le scelte di produzione che mi hanno indicato una via anche per Heartland. Ho voluto rimescolare un po’ le carte, inserendo dei suoni che non avevano mai fatto parte dei miei dischi e alzando anche un po’ il tiro, essere meno leggibile a livello musicale con un suono anche più stratificato e formato da tante piccole cose l’una sull’altra. Io sono per l’immediatezza, che non vuol dire povertà di senso e di struttura ma capacità di restare concentrati sul necessario, senza effetti speciali, senza far mostra di sé ma lasciando che sia sempre la canzone a dettare le scelte.

A proposito del suono di questo disco, hai scelto di mettere in gioco anche l’elettronica. Come mai?
Di elettronico ci sono solo delle tracce di batteria campionate, tutti i suoni sono di derivazione analogica, come i sinth che abbiamo usato. Come dicevo prima, ho voluto ampliare la tavolozza, usare altri colori per me nuovi perché mi servivano per raccontare queste storie.

Giuliano Dottori ti ha aiutato a dare forma al suono che desideravi per il disco…
Giuliano lo conosco ormai da poco meno di vent’anni. Negli ultimi due o tre anni ci siamo avvicinati molto, l’ho invitato a suonare con me nei miei progetti su Nick Cave e su Carver e Springsteen e questo piano piano ha portato il nostro rapporto artistico a un livello nuovo. Poi ogni tanto gli mandavo dei provini da ascoltare e lui mi incoraggiava a fare “questo benedetto disco”. Quando mi è passato il mal di pancia di cui sopra, è stato naturale farlo con lui. Ed è stata una scelta azzeccata.

Mi incuriosisce sempre l’ordine con cui i brani vengono disposti nelle tracklist. Tutto questo blu e Lettera a C mi sembrano disegnare un cerchio perfetto. Vorrei sapere quali criteri hai seguito e quale obiettivo speravi di raggiungere ai fini della fruizione del tuo “ascoltatore ideale”?
La scaletta è sempre una questione complicata. In genere cerco di raccontare la mia storia dal punto A al punto Z, altri mettono le canzoni più immediate all’inizio, sono tutte scelte lecite. Io però come dicevo prima volevo anche in qualche modo mettere alla prova il pubblico. Sapendo che chi fosse arrivato fino in fondo al disco ne sarebbe stato toccato.

Heartland è canzoni, ma anche poesie e storie. Parlami di questo fiume che ti rappresenta in toto.
Eh, diciamo che mi piace scrivere, che ne ho bisogno, che in qualche modo ciò che scrivo mi fornisce una mappa del punto in cui mi trovo e quindi mi permette di muovermi con una maggiore consapevolezza. Adoro la poesia, ne apprezzo l’immediatezza e la precisione, soprattutto quella che indaga gli aspetti del reale che solo fino a pochi anni fa non si pensava potessero essere oggetto di una poesia. E mi rendo conto che ogni cosa che faccio influenza il resto, mi permette di avere una visuale più ampia su quello che faccio, che in fondo è sempre la stessa cosa: raccontare storie.

La forma in disco e libro potrebbe permetterti di elaborare delle formule live variegate e ricche, ma conosciamo bene le difficoltà di portare in giro uno spettacolo. Parlami del desiderio che hai e della frustrazione che ne scaturisce per le difficoltà di un sistema in agonia di cui parlavamo prima.
Sapevo già di pubblicare un disco nuovo in un panorama sconcertante e scoraggiante per la musica live. Miracoli non può farne nessuno, né gli artisti né i promoter. Ho sempre suonato tanto in solo, in giro per l’Italia, e certo il libro mi permetterebbe di fissare molti piccoli appuntamenti, più facili da organizzare e da gestire. Però insomma, il concerto elettrico di Heartland mi rende davvero felice, abbiamo un suono potente e preciso, è una vera gioia stare sul palco con questa band. I commenti dopo la serata di presentazione al Biko andavano proprio in questa direzione. In molti mi hanno scritto per dirmi che era da tanto che non vedevano un concerto così.

Vorrei toccare un altro tema con te, quello del podcast. Ne ascolto svariati, in verità lo facevo soprattutto quando era davvero un’alternativa, adesso è un canale come tanti. Secondo te, sta diventando anche una forma di autopromozione? Torna davvero utile o si rischia di perdere qualcosa?
Secondo me il podcast è un mezzo come un altro, l’importante, come sempre, è avere una buona storia e saperla raccontare.

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