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Gli occhi che raccontano: intervista a Martino Adriani

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Il cantautorato nostrano è mutato nel tempo. Una delle chiavi di questa recente trasformazione è la denuncia, il racconto dei tempi attraverso la lente dell”ironia. Nella scia di Daniele Silvestri, Max Gazzè e Bianconi abbiamo scoperto Martino Adriani. LostHighways lo ha incontrato per approfondire questa nuova proposta del nostro panorama pop italico, in occasione dell’uscita del nuovo album Occhi.

Come è nata l’idea del titolo del tuo nuovo disco? Perchè Occhi?
Mi sono accorto, solo dopo aver ultimato il disco, che gli occhi fossero un elemento ricorrente e, spesso, predominante. In ogni canzone c’è un’ispirazione generata dalla potenza di sguardi che trasmettono sensazioni e stati d’animo differenti e contrapposti: sono teneri o cupi, dolci o bugiardi, arrabbiati o incompresi. Ci sono occhi pieni di bombe di un amico incompreso, occhi che si incontrano, si innamorano e poi si allontanano. Occhi sinceri di una madre, occhi che sorridono ma nascondono affanni. Occhi di un viaggio che passa per Mumbai e per l’Inghilterra, che attraversa l’Italia, da Napoli a Venezia, ma non scorda i paesi di provincia, quelli delle radici. Un viaggio che si conclude nello sguardo della persona amata, la Venere che riesce a regalarci quiete.

Ho notato che il tema riccorente nel disco è l’amore, specie quello che finisce…
E’ difficile “sopravvivere” all’“’amore che muore”, a certe improvvise distanze, all’amara nostalgia di un incanto svanito. Ancor più dolorosa è la perdita di fiducia nell’amore, che però paradossalmente può trasformarsi in una liberazione. “L’amore che finisce” è il tema trattato nei due singoli che hanno anticipato Occhi, ovvero Rospo e Tanqueray. Anche Lampadina, ultimo singolo estratto, parla di turbolenze amorose. Ma diversi sono i vissuti di ogni brano e diverse sono le reazioni di fronte alla fine. Rospo descrive la malinconia di una relazione perduta. L’assenza della “lei amata” si trasforma in tormento, in solitudine, in smarrimento. Il tentativo di recuperare il rapporto e le false speranze regalano angoscia. Non rimane che il rancore verso chi prometteva “l’America” ma poi si è presentata con un improvviso addio. Tanqueray racconta le varie fasi di una relazione senza lieto fine, da quella estasiante dell’innamoramento al gelo del distacco Quando la perfezione e l’idillio dell’incontro più appassionato e puro finiscono per risolversi in improvvise distanze, a cui segue l’amara nostalgia di un incanto passato e, ormai, evanescente. E’ una canzone rassegnata e disillusa. Lampadina, invece, è canzone incazzata e beffarda, ed esprime un sentimento di rancore ma nello stesso tempo di rivalsa nei confronti di “lei che pareva essere la ragazza dei sogni ma poi si è rivelata un grande abbaglio.  Quando a posteriori ci rendiamo conto che la perdita di un amore può trasformarsi in una grande liberazione.

Approfondiamo la produzione artisica dell’album… come ti sei trovato con Manuele Fusaroli  Michele Guberti?
L’album è stato registrato allo storico Natural Quarthead di Ferarra; la produzione artistica è firmata Manuele Fusaroli (negli anni producer di The Zen Circus, Bugo, Nada, Luca Carboni, Nobraino, Tre Allegri ragazzi morti, Mezzosangue) e Michele Guberti. Ho sempre avuto grande ammirazione per Manuele Fusaroli, guru della musica indipendente degli anni 2000, e speravo di arrivare prima o poi a lui. Grazie a una conoscenza in comune ci siamo sentiti telefonicamente, gli ho girato i provini voce e chitarra dei miei brani, gli son piaciuti e…dopo un paio di mesi ero a Ferrara a registrare l’album! Lì ho conosciuto anche Michele Guberti, pilastro dello studio, anche lui produttore super e persona stupenda. E’ stata una grande esperienza!

Quali sono state le tue maggiori influenze musicali?
Non so quanto e se mi abbiano influenzato, ma il periodo in cui l’album è stato registrato i miei ascolti quotidiani erano Deerhunter, Yo la tengo, Devendra Banhart, Grinderman, Swans, Jhon Cage, Paolo Conte, Andrea Laszlo De Simone. Rock, new wave, noise, garage, industrial sono invece i generi con cui son cresciuto e che tutt’ora prediligo; i Beatles e John Lennon mi hanno aperto un mondo; Nick Cave è l’artista di riferimento; gli Swans (scoperti tardi), i Beitur, Yo la tengo le band che riescono sempre a catturarmi l’anima. Del panorama italiano amo i mostri sacri del cantautorato (Paolo Conte, Giorgio Gaber, Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla su tutti), e sono legato visceralmente a tutto ciò che è stato CCCP/CSI/PGR.

Il brano che ti rappresenta di più?
Ci sono posti del cuore e posti dell’anima da cui è difficile allontanarsi. E ci sono mostri difficili da domare. Mostri è il brano che mi sento più cucito addosso.

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