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Una notte rarefatta: Kiiōtō live at Teatro Bolivar (NA) 22-05-26

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Non avrei mai immaginato di ascoltare la voce di Lou Rhodes (Lamb) in un teatro incastonato nel ventre di Napoli. E invece il miracolo si è materializzato proprio qui, nella città dove tutto è possibile quando esistono promoter visionari come Peppe Guarino di Rockalvi: persone capaci di vedere opportunità dove altri non osano nemmeno immaginare percorsi di musica alternativa. Grazie a Peppe, questa sera sul palco del Teatro Bolivar abbiamo assistito alla magica performance di Kiiōtō, il progetto condiviso da Lou Rhodes (Lamb) e Rohan Heath (Urban Cookie Collective), arricchito dal vivo dalla presenza del contrabbassista Jon Thorne (Lamb). Fin dall’inizio ci siamo ritrovati immersi nelle atmosfere noir‑jazz e nel mood trip‑pop che attraversano i due album As Dust We Rise e Black Salt. Rohan apre il concerto da solo, con la linea di piano ipnotica di Moth, mentre il pubblico trattiene il respiro in attesa dell’ingresso di Lou. Quando finalmente appare, avvolta in un vestito dalla trama cosmica, sembra quasi proiettare sul palco la stessa sospensione siderale del brano successivo, Zero Gravity. La sua voce si espande nell’aria con una naturalezza disarmante, vibra e si intreccia alle corde profonde del double‑bass di Jon, che dà corpo e peso a ogni fraseggio. Nel susseguirsi di Warpaint, Josephine Street e Lost Map, il trio offre un’alchimia rara: una musica raffinata, per palati sopraffini, che cercano nella performance dal vivo l’autenticità, la fragilità, il talento nudo. Rispetto ad altri concerti del tour a Napoli il clima è più caldo, più emotivo. Lou dialoga con il pubblico, sorride spesso, quasi sorpresa dall’intensità dell’ascolto. Rohan, dal canto suo, alterna momenti di concentrazione assoluta a improvvise aperture melodiche che rendono i brani più fluidi e spontanei rispetto alle versioni in studio. Il finale è un crescendo emotivo. Il doppio encore è la prova che Lou e Rohan non si risparmiano mai: Wild Geese apre una parentesi di pura sospensione, seguita da una Gabriel (Lamb) che il pubblico accoglie come un dono inatteso, cantando sottovoce ogni parola. Chiudono con Spanish Moss e Quilt, lasciando nell’aria una scia di gratitudine e stupore. Uscendo dal Bolivar, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di irripetibile: un concerto che non si limita a riprodurre due dischi, ma li trasfigura, li rende vivi, li fa respirare dentro un teatro napoletano che — per una sera — è sembrato il centro esatto dell’universo.

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