Palomar, disco omonimo e di debutto per Hora Records, nasce da un equilibrio raro tra improvvisazione, silenzi e gesti minimi. La band Palomar racconta come la spontaneità delle prime sessioni del 2021 sia diventata un linguaggio condiviso, fondato sulla sottrazione, sulla fiducia nel suono e su una semplicità che custodisce complessità invisibili. Tra il mantra di CaraCaraCara, lo sguardo infantile del secondo singolo e le influenze che vanno dai Caroline al cantautorato italiano, questa intervista attraversa le radici emotive di un esordio che trasforma l’ascolto in un viaggio interiore.
Nel disco si percepisce un equilibrio raro tra improvvisazione, silenzi e gesti minimi. In che modo le vostre sessioni iniziali del 2021 hanno trasformato la spontaneità in un vero linguaggio condiviso?
MARCO: C’è stata un’alchimia particolare e molto fortunata che ha reso possibile il tutto, una sorta di magia che è quella che sta alla base di tutte le relazioni importanti. L’intesa umana, a mio parere, è la priorità, se poi si condividono anche gli ambienti, il linguaggio e una parte di formazione è il massimo (e questo ci è stato concesso dall’accademia Siena Jazz che è stato il posto nel quale tutti ci siamo incontrati).
FRANCESCO: Attraverso la pratica. Vedersi, provare, portare idee e metterle alla prova, annotare ciò che funziona e lasciare andare ciò che invece non funziona. Il linguaggio comune è emerso proprio da questo processo, cercando da una parte di rispettare e preservare le nostre singole identità musicali e, dall’altra, di spingerci come collettivo a superarci, cercando di oltrepassare i nostri limiti, ma sempre in una modalità spontanea e genuina. Non ci siamo mai forzati a fare qualcosa che non ci “suonava”. L’idea era un po’ quella del: «Dai, proviamo a fare questa cosa che mi è venuta in mente l’altro giorno». Partire da un punto e vedere dove ci porta, anche arrivando da tutt’altra parte, completamente opposta. Oppure, molto spesso, si trattava semplicemente di cercare di comprendere ciò che emergeva suonando insieme, senza bisogno di dirci troppo, per poi riportarlo all’interno di una forma. Anche ora che stiamo scrivendo musica nuova, il processo è rimasto sostanzialmente lo stesso.
Definite l’album come una “dichiarazione di intenti” che cerca la bellezza nella semplicità. Cosa significa per voi sottrarre, ridurre, lasciare spazio?
DAVIDE: Intendiamoci, per noi “sottrazione” non significa necessariamente inseguire un’estetica minimalista, è più una questione di chiarezza e semplicità compositiva. Cerchiamo di arrivare il più possibile al cuore di un’idea, rendendo il gesto sonoro che l’accompagna il più puro e diretto possibile, senza aggiungere vani orpelli che rischierebbero soltanto di complicarla. Come gruppo ci soffermiamo spesso a ragionare sul concetto di semplicità, che per noi non va assolutamente confuso con quello di banalità. Una cosa semplice può essere estremamente complessa da pensare e da realizzare. Anzi, spesso arrivare a una forma semplice richiede molte scelte e soprattutto la capacità di eliminare tutto ciò che non è necessario.
IACOPO: Un esempio è Sguardo da bambino, dove la parte finale inizialmente era molto più pomposa ed epica, sembrava dovesse venire giù il mondo. A un certo punto ci siamo accorti che non serviva davvero al pezzo e abbiamo iniziato a scarnificarla, fino a lasciare la melodia e la chitarra, tornando forse proprio a quell’idea originaria che avevamo appuntato tra le note vocali.
DAVIDE: In questo senso, lasciare spazio significa anche avere fiducia nel suono. Quando l’idea e il gesto sono abbastanza chiari, quello che succede dopo può sorprendere anche noi. Il suono non è mai completamente controllabile e può restituire qualcosa che va oltre l’intenzione da cui siamo partiti. È proprio lì che per noi la semplicità diventa interessante: non perché ci sia poco, ma perché dentro una cosa apparentemente semplice può esserci molta più profondità di quanto si vede.
Il primo singolo è un gesto radicale di cura, quasi un mantra. Come è nato quel brano e quale immagine emotiva volevate custodire nella sua ripetizione?
FRANCESCO: La nostra idea iniziale era quella di scrivere un pezzo pensando ad alcuni artisti che amiamo molto e di trovare un modo per ripetere, e ripetere ancora, «grazie». Ultimamente, però, mi è emersa anche un’immagine a cui non avevo pensato all’epoca: quella di una lettera indirizzata ad un amore lontano. Mi piace il fatto che il brano continui a stupirmi, facendomi emergere immagini e significati a cui non avevo pensato quando lo abbiamo scritto anni fa.
MARCO: Sicuramente ci piace suggerire un possibile indirizzo di lettura, ma poi sta a ogni ascoltatore ricreare la propria immagine a partire da ciò che ascolta, sperando che questa possa continuare a cambiare e trasformarsi anche dopo ogni ascolto.
Il secondo singolo riporta alla prospettiva dell’infanzia. Che tipo di “sguardo” volevate evocare e come si è intrecciato con il videoclip e il grande cono metallico?
FRANCESCO: Lo sguardo che mi sono immaginato io è quello di chi si chiede se noi esseri umani potremmo andare avanti anche senza parlarci o scriverci. È un po’ come quando incontri per caso un bambino, un piccolo sconosciuto, che si presenta senza parlare, ti guarda, poi si volta e torna a giocare. Con la certezza di ritrovarlo, poi all’improvviso di nuovo il suo sguardo. Ecco si gira ancora una volta, e, se ne va.
IACOPO: Con il corto, insieme a Noa Boucquillon, cerchiamo di sviluppare il discorso sullo sguardo parlando di comunicazione. Il cono può rappresentare un megafono se vuoi urlare, un cannocchiale se vuoi guardare lontano, un microscopio se non vuoi perderti nulla. Il nostro viaggio con lo scheletro del cono racconta la ricerca fatta fino a quel momento che prosegue all’infinito anche grazie alla poesia che ci ha regalato Carlo Fait.
Nel disco convivono post rock, avant folk, musica classica, fiati e sussurri. Quali influenze hanno realmente plasmato le vostre architetture emotive? Cosa pensate dei Caroline?
FRANCESCO: Caroline? La mia band preferita!
MARCO: Le influenze sono veramente tante perché siamo tutti musicalmente onnivori. Di certo c’è una grande passione comune per il cantautorato italiano del passato (personalmente amo molto Battisti e Dalla) e del presente (sempre a titolo personale cito IoSonoUnCane). Parallelamente c’è un grande amore per la musica strumentale che ha delle identità emotive molto potenti, che si tratti di jazz nordico (Skuli Sverrisson) o dei nostrani Calibro 35.
IACOPO: Caroline per noi è un progetto chiave, è praticamente grazie a loro che Palomar esiste, ci hanno fatto vedere che partendo dal mondo dell’improvvisazione libera ci possiamo immergere nella musica popolare e cercare delle vie nuove anche negli odierni anni 20. Altri artisti che ci stanno insegnando come ancora c’è modo di scavare a fondo nella musica “per tutti” sono sicuramente, fra i tanti, Bon Iver, il nostrano Giovanni Truppi ed anche i nostri amici A Nice Noise.
DAVIDE: Al nostro fianco con Hora Records, c’è Nic T che scandaglia i fondali dell’avant-folk!
C’è un film del passato che potrebbe avere il vostro disco come colonna sonora?
FRANCESCO: Fitzcarraldo – Werner Herzog
MARCO: Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera – Kim Ki-Duk
IACOPO: L’uomo senza passato -Aki Kaurismäki
DAVIDE: A Straight Story – David Lynch
TUTTI: Con un po’ di fantasia un film basato su un’ opera di Italo Calvino, magari Il barone rampante?
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