Polvere che sale dalle scarpe, giorni di desolazione che tornano come stagioni, distanze negli occhi che non si colmano. Ride Lonesome si apre così: non con un gesto, ma con un paesaggio. Beck cammina dentro un mondo fatto di rose di carta, stelle dipinte, lune cave. Ogni immagine è un frammento di ciò che resta dopo la fine, un segnale lasciato lungo una strada che non porta da nessuna parte, se non più a fondo dentro sé stessi. Il recente disco di cover Everybody’s Gotta Learn Sometime aveva già tracciato la rotta: voce nuda, chitarra come ossatura, folk come lingua madre. Beck sembrava voler ricordare che la semplicità non è un ripiego, ma un ritorno alla verità. Ride Lonesome prende quella intuizione e la trasforma in una geografia emotiva: canyon che scendono lenti, orizzonti che si spengono, fari che si allontanano nella notte. È un mondo fragile, ma Beck lo attraversa con una calma nuova, diversa da quella di Sea Change, meno disperata; diversa da quella di Morning Phase, meno luminosa. Qui la malinconia non è un abisso: è un paesaggio. Le chitarre acustiche sono legno che scricchiola, come se ogni nota fosse un passo su un ponte consumato. Le slide sono miraggi, riflessi che tremano nell’aria calda. Le tastiere respirano come in Morning Phase, ma con un vento più freddo, più sottile. Nigel Godrich non costruisce cattedrali: lascia che il suono si espanda come una stanza vuota. Gli archi di David Campbell non avvolgono, non consolano: sono filamenti, linee che sfiorano la voce e poi scompaiono. È un lavoro di sottrazione, di eleganza trattenuta, di silenzi che contano quanto le note. Disappearing Act è una stanza dove la luce entra da una fessura. Slow Canyon è un sentiero che scende piano, con le chitarre che rotolano come pietre. Beyond The Light è un’auto che si allontana, lasciando solo la scia di un faro. In The Night è un oggetto sospeso, un sogno che non si ricorda al mattino ma lascia la sua sensazione. Falling Through My Hands è una scatola musicale che si apre da sola, rivelando un ricordo che non si voleva più toccare. Ogni brano è un microcosmo, un luogo dove Beck si ferma per guardare ciò che resta. E ciò che resta è sempre la stessa cosa: una solitudine che non ferisce, ma illumina. Rispetto a Sea Change, qui la tristezza non è più un precipizio: è un altopiano. Rispetto a Morning Phase, la luce non è dorata: è crepuscolare, come un tramonto che non promette nulla. Rispetto al disco di cover, Ride Lonesome è più personale: lì Beck interpretava, qui si espone. È il punto in cui queste tre strade si incontrano: la malinconia, la luce, la voce nuda. Ride Lonesome non cerca di stupire, non chiede di essere capito, non vuole essere immediato. Preferisce insinuarsi piano, poi travolgere. In un’epoca che corre, Beck si ferma. In un mondo che vuole colori saturi, lui offre ombre che brillano. La sua bellezza non è solo musicale: è una forma di verità. Una verità che arriva lenta, ma quando arriva, resta. Un’opera splendida. La più sincera che Beck abbia inciso da anni.
Credits
Label: Capitol Records – 2026
Line-up:
Beck Hansen (voce, chitarre, composizione, produzione) – Smokey Hormel (chitarra) – Jason Falkner (chitarra) – Joey Waronker (batteria, percussioni) – Justin Meldal-Johnsen (basso) –
Roger Joseph Manning Jr (tastiere, synth) – David Campbell (archi, orchestrazioni) – Nigel Godrich (mixing).
Tracklist:
1. Ride Lonesome
2. Run Away
3. In the Night
4. Failed Words
5. Bleed
6. Disappearing Act
7. For Your Love
8. Slow Canyon
9. It Ends Right Here
10. Falling Through My Hands
11. If You Don’t Know What Love Is
12. Beyond the Light
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