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Dentro Grimalkin: il lato segreto del prog secondo John Boegehold

JB_Grimalkin_interview_2026_2Con Grimalkin, il nuovo album dei Pattern‑Seeking Animals, il progressive rock americano torna a mostrarsi nella sua forma più immaginifica e narrativa. Il progetto guidato da John Boegehold — tastierista, compositore e produttore — continua a espandere il proprio universo sonoro con una sorprendente regolarità: sei album in sette anni, ognuno più cinematografico, più stratificato, più libero dai canoni del genere. Nati come estensione creativa degli Spock’s Beard, i Pattern‑Seeking Animals sono oggi un vero super‑gruppo prog capace di unire esperienza, tecnica e visione. Al fianco di Boegehold troviamo infatti tre figure chiave della scena: Ted Leonard, voce e chitarra, già negli Enchant, Spock’s Beard e Transatlantic; Dave Meros, bassista storico degli Spock’s Beard e con un passato negli Iron Butterfly; Jimmy Keegan, batterista e voce, anche lui proveniente dagli Spock’s Beard. Una formazione che porta con sé decenni di storia prog, ma che sceglie di muoversi verso un linguaggio più moderno, più atmosferico, più narrativo. Grimalkin incarna questa direzione: un disco  che intreccia simbolismo, tensione emotiva e una scrittura che sembra pensata per immagini, più che per strutture tradizionali. In questa intervista esclusiva per LostHighways.it, John Boegehold ci accompagna dentro la genesi del progetto, raccontando l’immaginario dietro il “grimalkin”, la volontà di distanziarsi dall’eredità degli Spock’s Beard, l’approccio cinematografico alla composizione e il ruolo dell’artwork nel definire un mondo sonoro che vive tra mito e contemporaneità. Un dialogo che illumina la poetica di una band che non cerca di replicare il passato, ma di ridefinire il futuro del prog.

Grimalkin sembra una creatura uscita da un manoscritto medievale — antica, simbolica, quasi profetica. Cosa ti ha attirato verso questo tipo di immaginario e in che modo ha influenzato il tono emotivo dell’album?
Ho sentito per la prima volta la parola “Grimalkin”, coniata da Shakespeare, e mi ha subito incuriosito. Significa “gatto grigio” ed è l’accompagnatore delle streghe in un sabba, aiutandole con incantesimi e altre marachelle.
Sembri camminare deliberatamente fuori dall’ombra degli Spock’s Beard, scegliendo un prog che costruisce visioni più che cattedrali. Cosa definisce oggi l’identità dei Pattern‑Seeking Animals e come Grimalkin la spinge in avanti?
Per quanto ami gli SB, per me era importante distanziare i P‑SA il più possibile, cosa che non è sempre facile per motivi ovvi. Per questo album sono andato un po’ più sul cupo, dal punto di vista sonoro, e credo che catturi bene la mia visione.
La vostra musica spesso sembra un film che si dispiega, più che una struttura prog tradizionale. Quanto consapevolmente hai abbracciato un approccio “visivo” o “cinematico” nella composizione di Grimalkin?
Ho sempre pensato alla musica dei P‑SA come cinematica, con cambi di scena musicali e testi evocativi. Mi piace scrivere musica che si sviluppa come un romanzo o una sceneggiatura, ma con testi abbastanza misteriosi da permettere agli ascoltatori di evocare un significato tutto loro.
Il brano d’apertura Maybe All A Dream si muove come un sogno che rifiuta di svegliarsi — fragile, instabile, quasi sospeso. Qual è stata la scintilla iniziale e come hai costruito la sua architettura onirica e mutevole?
È iniziato tutto dagli accordi iniziali. Stavo giocando con alcuni cambi armonici molto alla Bernard Herrmann e ho pensato che la melodia avrebbe funzionato bene con una linea di chitarra solista e flauto. Quell’apertura è venuta fuori molto sognante, e ha ispirato il resto del brano mentre lo scrivevo.
Nel disco riecheggiano Genesis, Camel, Marillion, PFM e Banco, non come citazioni ma come spiriti guida. Come bilanci queste radici profonde con il desiderio di andare oltre l’architettura tradizionale del prog?
Tutti quei gruppi fanno parte del mio DNA fin dagli inizi, quindi quelle influenze ci saranno sempre. Aggiungerei Yes e Kansas alla lista, insieme a molti altri. Oggi ascolto costantemente musica nuova: pop, EDM, Bollywood, K‑Pop, bluegrass o qualsiasi cosa mi colpisca in quel momento. Sto continuamente aggiungendo nuovi colori alla mia tavolozza musicale e adoro inserirli nel pastiche prog.
L’artwork di Grimalkin sembra un’estensione della mitologia del disco — antico, simbolico, quasi rituale. Come hai concepito l’identità visiva del progetto e che ruolo ha avuto nel plasmare il mondo dietro la musica?
Una volta trovato il titolo dell’album, ho iniziato a cercare opere che potessero adattarsi. Seguo centinaia di artisti su Instagram, quindi ho cominciato a scorrere. Quando mi sono imbattuto nell’immagine di Laura Nagel, ho sentito subito una connessione, così l’ho contattata per ottenere la licenza. L’artwork è stato scelto dopo che la musica era già stata scritta, quindi non l’ha influenzata, ma penso che si adatti molto bene al disco.
In un’epoca in cui la musica viene prodotta e consumata a grande velocità, Grimalkin sembra deliberatamente costruito, suonato con pazienza, quasi senza tempo. Perché è importante per te continuare a fare album prog che richiedono ascolto lento e vera musicalità? Cosa offrono che la cultura dell’istantaneità non può dare?
Amo molta della musica che nasce dalla cultura dell’istantaneità, ma non è il tipo di materiale che voglio scrivere in questo momento. Mi piace comporre e produrre brani più profondi, con grandi musicisti, che magari richiedono più tempo per essere compresi, ma che — si spera — lasciano un segno più duraturo.

Link:
GEP – Giant Electric Pea

Maybe All A Dream – Lyric Video

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Mojave 3 - Ask me tomorrow

Pattern‑Seeking Animals

Grimalkin


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