C’è qualcosa di profondamente rituale nel modo in cui i Kiiōtō stanno costruendo il proprio percorso. Il nome stesso — impegnativo, quasi ieratico — sembra suggerire un’idea di passaggio, di soglia. E Black Salt, il loro secondo album, è esattamente questo: un attraversamento. Un disco che nasce dal conflitto, dalla frizione, da quella zona in cui due sensibilità si urtano fino a generare una nuova forma. Se As Dust We Rise era un lavoro di precisione, un mosaico di storie intime e dettagli scolpiti con cura — dal jazz da camera di Hem alle miniature narrative di Ammonite e Josephine Street — Black Salt è il momento in cui quel linguaggio si apre, si incrina, si lascia attraversare da una corrente più elettrica e più emotiva. Là dove il debutto era misurato, quasi contemplativo, qui tutto è più esposto: i bassi sono più profondi, i ritmi più spezzati, la voce di Lou Rhodes più vulnerabile e più centrale. È come se il duo avesse deciso di abbandonare la compostezza del primo capitolo per entrare in un territorio più rischioso, più notturno, più jazz‑noir. E in questo movimento si sente l’eco di molte genealogie: la tensione emotiva dei Portishead, il DNA dei Lamb, la profondità ritmica dei Massive Attack, la malinconia elettronica degli Everything But The Girl, la psichedelia morbida dei Khruangbin, la spiritualità di Alice Coltrane, la grana soul di Amy Winehouse e Norah Jones. Ma anche la scrittura melodica di Carole King, che riaffiora come un fantasma luminoso tra le pieghe del disco. Kiiōtō non imitano nessuno: abitano una zona liminale, dove jazz, soul, trip‑hop ed elettronica convivono senza mai fondersi del tutto. È un equilibrio instabile, ma proprio per questo vivo. Butterfly non concede tregua: basso penetrante, accordi angolari, un’atmosfera claustrofobica che ritrae il narcisismo come una stanza senza finestre. È il lato più oscuro del duo, quello che affonda nel trip‑hop più teso. Zero Gravity, ispirata al libro Orbital, è il respiro cosmico del disco. Le spazzolate leggere, il ritornello stratificato, la sensazione di osservare la Terra da lontano: qui Kiiōtō toccano una spiritualità che ricorda Alice Coltrane e la sospensione emotiva di Beth Gibbons. Little Axe è una delle tracce più narrative: la crescita maschile in un contesto urbano minaccioso, raccontata con chitarre soul e congas che pulsano come un cuore inquieto. È il punto di contatto tra la scrittura cinematica del primo album e la nuova tensione ritmica. White Noise si parla della mente contemporanea sotto assedio digitale. Ritmo staccato, pianoforte astratto, un senso di sovraccarico che diventa musica. Qui emergono gli echi più moderni: James Blake, Tirzah, il neo‑soul elettronico londinese. Lost Map risulta il brano più intimo: il DNA come mappa emotiva, la ricerca delle proprie eredità, il pianoforte rarefatto, la tromba con sordina che sembra parlare da sola. È il ponte più evidente con As Dust We Rise, con la sua delicatezza da camera. Five Eight è un colpo al petto: la perdita della madre di Heath, la voce di Rhodes quasi senza pelle, il Wurlitzer che scintilla come sale. È il momento in cui il disco si spoglia di tutto e resta solo la verità. Se As Dust We Rise era un album che costruiva un linguaggio, Black Salt è l’album che lo mette alla prova. Dove il primo era un laboratorio il secondo è una combustione. I Kiiōtō trovano finalmente la loro forma: un art‑pop jazz‑noir che guarda al passato senza nostalgia e al presente senza timore. Black Salt non è solo un disco: è una metamorfosi. E come tutte le metamorfosi, lascia una scia luminosa.
Credits
Label: Kiiōtō – SelfReleased – 2026
Line-up:
Lou Rhodes (voce, percussioni, chitarra) – Rohan Heath (piano, tastiere). Ospiti principali: Hawi Gondwe (chitarra), Andy Hamill (contrabbasso/basso), Myke Wilson & Nikolaj Bjerre (batteria, congas), David Arnold (chitarra), Quinta (archi).
Tracklist:
01 Moth
02 Butterfly
03 Warpaint
04 Walking Backwards
05 Lost Map
06 Zero Gravity
07 Little Axe
08 Paper Ships
09 White Noise
10 Five Eight
Links:
Bandcamp
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