Non tutte le nuvole portano pioggia e la vita stessa può essere una nuvola: titolo di album e prima canzone a comporre una filosofia di vita che il duo dei Memorials declina in un album che allarga l’orizzonte dell’esordio senza stravolgere la formula neo-vintage basata sul canto austero e ieratico e gli organi psichedelici di Verity Susman, assieme al drumming sostenuto e il ritmo travolgente di Matthew Simms, conditi da imprevedibile quanto stuzzicante bizzarria. Così Life Could Be a Cloud si dipana tra evocativi cori ecclesiastici e impennate lisergiche incalzanti e allucinate. Lisergiche come il riff claustrofobico che accompagna le voci eteree di Cut Glass Hammer in cerca di un inno per freaks e apolidi da consumare ai margini più nascosti di un reale abbrutito che ha perso ogni contatto con la magia arcana. I Can’t See A Rainbow è una sognante ballata, versione sixties e malinconica di Over the rainbow, dall’incedere cantilenante che si dissolve nella coda danzante che proietta movenze antiche sulle volte di un salone lussuoso e decadente. Le fiamme dell’inferno risuonano nei tasti d’organo di Dropped Down The Well con batteria detonante e pulsazioni di basso al limite dell’arresto cardiaco, sventato solo dal raddoppio salvifico delle voci, per poi perdersi in divagazioni di acida concretezza. Il ritmo eighties di In The Weeds scompagina le carte in tavola con quel basso sintetico e le percussioni robotiche, un ritmo rotto dalla trama sanguinolenta dell’organo, frutto di una lama assassina che penetra le carni in ascolto, conducendo la musica in luoghi di sinistre e oscure incognite. Ma c’è anche spazio per una delicata ballata al piano, Reimagined River, che si allaga di gocce d’organo e luci catartiche. Ci pensa poi il drumming pestato di Simms a gettare le basi di un nuovo groove che mischia jazz, psichedelia e mistero in Mediocre Demon che si inoltra nei fumi variopinti di tastiere rotonde mentre Verity celebra il suo rituale magico come un’antica fattucchiera che piombi all’improvviso in una jam dei Greatful dead in acido. Ancora un pattern ritmico di Simms fa da trampolino per l’acre trama gotica di Bell Miner che pare emergere dalla celluloide di qualche vecchio film horror di Mario Bava e non dispiacerebbe ai romani Neoprimitivi. La tetra e al contempo sognante voce di Nico s’impossessa della trama dolente di Lemon Trees, che culla e acquieta con appagante dondolio minimalista per poi aprirsi con dolci sferzate e fiati ronzanti in epico ma misurato crescendo che s’invola nelle sconosciute frequenze del cosmo. Ma si torna sulla Terra per un giro spensierato sulle giostre di Watching The Moon, che omaggia l’energica cadenza degli Stereolab e raccoglie per strada una filastrocca da cortile da cui balza un assolo di vischiosi raggi laser. E i Velvet Underground & Nico ritornano nella melodia di Wildly Remote, il suo arpeggio circolare e soffuso e la voce dolcissima, scossi dallo strano monologo di un extraterrestre, che conduce il duo nello stiloso club retrò di Holy Invisible con le sue luci guizzanti, i coretti funky, il basso blacxploitation, le chitarre grattuggiate, i riverberi stranianti, gli affondi diabolici della Scuola di Canterbury. Graditissima conferma di un duo talentuoso.
Credits
Label: Fire Records – 2026
Line-up: Matthew Simms (Vocals, Electric Guitar, Acoustic Guitar, Bass, Drums, Percussion, Vibraphone, Autoharp, Trumpet, Piano, Synth) – Verity Susman (Vocals, Piano, Harpsichord, Tenor Saxophone, Soprano Saxophone, Bass Clarinet, Recorder, Synth)
Tracklist:
- Life Could Be a Cloud
- Cut Glass Hammer
- I Can’t See A Rainbow
- Dropped Down The Well
- In The Weeds
- Reimagined River
- Mediocre Demon
- Bell Miner
- Lemon Trees
- Watching The Moon
- Wildly Remote
Holy Invisible 04:34Link: Sito Ufficiale
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