C’è un albergo alla periferia del sogno americano. I neon tremolano, la moquette trattiene polvere e fantasmi, le porte delle stanze si aprono su schermi accesi, rabbie politiche, paure collettive e solitudini sempre più difficili da nominare. In Hotel Usona i Protomartyr trasformano gli Stati Uniti in una struttura decadente e infestata, metafora di un Occidente che continua a restare in piedi pur avendo smarrito il senso della propria esistenza. Joe Casey ne attraversa i corridoi come un predicatore laico, annotando il disfacimento del presente con la lucidità di chi non cerca più risposte ma soltanto testimonianze. Negli ultimi quindici anni il revival post-punk ha prodotto grandi nomi come Idles e Fontaines D.C., ma i Protomartyr hanno sempre occupato una stanza diversa. Meno immediati, meno celebrativi, più letterari. Mentre molti osservano le macerie, Casey e compagni ne catalogano i frammenti, raccontando la crisi contemporanea senza slogan e senza soluzioni. Se Ultimate Success Today sembrava scritto mentre la tempesta si avvicinava, Hotel Usona ne abita direttamente le conseguenze. Là c’era la profezia, qui c’è il resoconto. Là l’apocalisse imminente, qui la normalità del collasso. The Old Hotel apre il disco spalancando le porte dell’edificio con ottoni minacciosi e atmosfere quasi cinematografiche. È il contrario di Hotel California: non la seduzione del sogno americano ma il suo relitto. In Sounds We Cannot Hear Casey fotografa la paralisi digitale di un’epoca divorata dallo scroll infinito, mentre Converts mostra una band che continua ad espandere il proprio linguaggio sonoro oltre i confini del post-punk tradizionale. È soprattutto Greg Ahee a guidare questa trasformazione. Le sue chitarre si contaminano con suggestioni mediorientali, cromatismi inattesi ed echi exotica che rendono il disco il lavoro più ampio e ambizioso della carriera del gruppo. In Lavender – Gospel affiora persino una malinconia dal respiro morriconiano, mentre Feed The Sewer rimette al centro tutta la rabbia politica che da sempre alimenta la scrittura di Casey. La produzione di Dave Fridmann amplifica ogni dettaglio senza sacrificare la tensione. Gli ottoni, le percussioni e le chitarre sembrano muoversi come presenze nei corridoi dell’albergo, trasformando ogni brano in una stanza diversa dello stesso incubo americano. Con appena nove tracce, Hotel Usona evita qualsiasi ridondanza e si impone come uno dei lavori più maturi dei Protomartyr. Un disco che racconta un’America frammentata, alienata e insonne, ma che trova ancora spazio per una strana forma di bellezza tra le crepe. Un albergo dal quale è difficile fare davvero check-out. E se persino Iggy Pop ha deciso di aggirarsi tra questi corridoi consumati, affascinato dai fantasmi evocati da Casey e compagni, allora significa che i Protomartyr hanno costruito qualcosa che va ben oltre un semplice disco. Una delle vette del post-punk contemporaneo.
Credits
Label: Domino Recording Co. – 2026
Line-up: Joe Casey (voce) – Greg Ahee (chitarra, sintetizzatori, co-produzione) – Scott Davidson (basso) – Alex Leonard (batteria) – Dave Fridmann (produzione, missaggio) – Jon Fridmann (ottoni)
Tracklist:
1. The Old Hotel
2. Sounds We Cannot Hear
3. Converts
4. Exalted Eagles
5. The Knife Dream
6. Feed the Sewer
7. Lavender – Gospel
8. Third Country
9. Checking Out
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