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Radiohead live @ Unipol Arena, Bologna, 18 novembre 2025

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Inspiriamo profondamente, prendiamo la rincorsa e con lungo salto triplo balziamo oltre il sistema di vendita dei biglietti, le dietrologie sulla reunion, le valutazioni infondate sulla qualità dell’impianto audio, le critiche alla posizione del leader sul palco circolare, le contestazioni per il poco impegno sul fronte israelo-palestinese, chi la vuole cotta, chi la vuole cruda, e atterriamo direttamente sul parterre della quarta serata dei Radiohead all’Unipol Arena di Bologna.
Si spengono le luci. Il palco al centro del palazzetto è un enorme prisma nero a dodici facce, inedita riunione dei monoliti in orbita intorno a Giove in 2001: Odissea nello spazio. Ma la performance audiovisiva che introduce il concerto cita in realtà un altro celebre episodio del cinema di fantascienza: Incontri ravvicinati del terzo tipo.  Ciascun pannello del poliedro, infatti, s’illumina lungo il bordo di una luce accecante, che dirada verso il centro, al suono di una singola nota, ora acuta, ora grave, prolungata verso il vuoto in cerca dell’ovazione che si leva dal settore di pubblico corrispondente, su un mare sinistro di tastiere dilatate, ricreando il dialogo tra l’astronave e il drappello di scienziati e curiosi, nel memorabile primo incontro dell’umanità con una civiltà aliena. Sul finale della performance, che sfiora i dieci minuti, tutto diventa azzurro tra pad radiosi, mentre la band sale sul palco e inizia a suonare ingabbiata dal prisma, sul quale scorrono le immagini dei componenti, ripresi da telecamere disposte in vari punti del dodecagono, ipersature e filtrate con tinte pop-art, che si sovrappongono ai corpi in carne e ossa dei musicisti, visibili in trasparenza oltre gli schermi. Al centro della scena, tra la selva di strumenti, pedali, spie e amplificatori, svetta la batteria di Philip Selway, che fronteggia e domina la postazione Chris Vatalaro (Jarvis Cocker, Brian Eno, Bat for lashes), che spalle al pubblico raddoppia la potenza di fuoco ritmica del quintetto base dei Radiohead. Thom Yorke, suscitando l’ingiusta ira dei fan più morbosi che lo vorrebbero sempre tutto per loro, si divide tra due postazioni diametralmente opposte, rivolte verso le curve del palazzetto, da un lato ha solo un microfono dall’altro anche una tastiera, ma non disdegna di percorrere l’intero perimetro microfono in pugno, danzando, chitarra alla mano o un mix delle tre cose, da vero frontman carismatico, primus inter pares di una formazione senza gregari. Alla sinistra di Philip gravita per lo più Colin Greenwood, col suo basso preciso e spesso determinante, che dispensa sorrisoni soddisfatti al pubblico mentre manovra compassato il suo strumento, affiancato a sinistra da Ed O’Brien, costante seconda voce e seconda chitarra che riempie ogni arrangiamento con puntualità metronomica. Sul versante opposto dilaga la postazione di Jonny Greenwood, tra una coppia di tom, una tastiera, un piano elettrico sormontato da uno xilofono, un doppio mixer da dj di classe, oltre a una serie di marchingegni vari disseminati qui e lì, e naturalmente le numerose chitarre, tutti strumenti ai quali si dedica anima e corpo a testa bassa, viso appena riconoscibile sotto la chioma scomposta, incarnando lo spirito più arditamente sperimentale e creativo del gruppo.

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Anche quelli che hanno evitato accuratamente gli spoiler dalle prime date del tour sanno che la scaletta, che abbraccia vent’anni di parabola discografica da The Bends fino a A moon shaped pool, cambia tutte le sere con ritmo asimmetrico e imprevedibile che rende ogni evento unico. E allora è un piacere diffuso scoprire che stasera si comincia con 2 + 2 = 5, col suo ritmo spezzato e quell’invocazione dal sapore esotico, lanciata nello spazio dall’energico cambio di tempo che porta tutto il palazzetto a saltare all’unisono. Mentre fuori infuria il primo gelo dentro, alla fine del primo brano, siamo già tutti sudati e accaldati: mi volto istintivamente verso le retrovie gridando “chi ha detto che non era un concerto per pogare?!“. Il tempo degli applausi e il fraseggio distorto di Airbag provoca la seconda scossa tellurica, mentre la griglia di schermi sale disallineandosi in verticale, sospinta dai bending arditi di Greenwood sulla sua Telecaster rovente, mentre Yorke impugnando una Jazzmaster canta di sbieco rispetto al microfono mascherando la linea vocale, separandosi dalle voci del pubblico che invece intona il ritornello a memoria. Dopo una falsa partenza Jigsaw falling into place accende un diverso senso del ritmo grazie alla chitarra acustica (una Martin?) suonata da Yorke e la batteria sostenuta di Selway, per una progressione vorticosa e smagliante.
Luci rosse, note pulsanti come sonar in scandaglio per il pathos risonante di All I Need, con quella linea a intervalli spezzati del basso di Colin Greenwood a scavare nelle viscere dei presenti (mentre il fratello gioca con le bacchette di uno xilofono), una frase di oscura malinconia con in mente il Badalamenti di Twin Peaks, fonte moderna per il tema inquietante di un’altra serie di successo mondiale, Stranger things. Il finale in crescendo con la doppia batteria all’unisono e il doppio pianoforte, mentre Thom ripete in lacrime it’s allright, it’s all right, è letteralmente da brividi.
La griglia sale ancora per il riff misantropo di Ful Stop, ostinazione da claustrofobia, accentuata dall’efficace raddoppio di batteria offerto da Vatalaro, propedeutico a una serie di disegni audaci sull’intero set di percussioni a disposizione dei due batteristi. L’azzurro delle profondità marine accoglie il canto di sirena di Yorke nell’evocativa Nude, tra le cui rarefazioni abissali spicca ancora la linea pulita del basso di Colin, trapunta stellata per sinuosi vocalizzi eterei. Tutti giocano con le percussioni, tranne Thom, per sorreggere l’arpeggio seghettato di Reckoner e il suo falsetto delicato che riverbera le note pulite della Gibson SG, qui con timbro morbido tutt’altro che indiavolato.
“E adesso una canzone più vecchio, più vecchio” per l’attacco hard in power chords di The Bends, fiammata energica cantata in coro da tutti i presenti, poi cullati dal ritmo serrato e rilassante di Separator, come in un viaggio in planata rinfrescati da una leggera brezza caraibica, mentre Johnny grattugia i toni alti della sua Fender Starcaster. E poi la mette in verticale accarezzandola e tormentandola con archetto da violino per la quieta discesa agli inferi di Pyramid Song, con Yorke a martellare il piano con accordi pesanti e lacerare le membra con voce sofferta “There was nothing to fear and nothing to doubt“. Accordi tremuli, luci rosse, Thom siede al piano, faccia schiacciata contro la telecamera con effetti di grottesca autoironia e braccia aperte inarcando la schiena a invocare le ovazioni della folla nella desertica You and Whose Army? Poi la tensione sale tenebrosa sui tasti grevi del piano di Sit Down. Stand Up. col contrappunto sinistro dello xilofono di Greenwood, finché l’aria di decadenza viene spazzata via da una discoteca furiosa di gocce di pioggia roventi, “the raindrops, the raindrops, the raindrops“, con balli scatenati di Thom e Johnny che si scaglia sul doppio mixer, spiegando ai dj cosa vuol dire suonare le macchine! Scuse non richieste portano al riff spiraliforme di Myxomatosis, trascinato da dalla furia della coppia Selway-Vatalaro, offrendo a Yorke l’occasione di correre lungo il palco come fosse Mick Jagger.
È poi Ed a eseguire alla chitarra l’arpeggio di zucchero filato di No Surprises per la voce di caldo liquore di Yorke, accompagnato dalle luci ondeggianti di tutti gli smartphone in sala in un dolce  momento di tenera coralità e lucciconi, ma l’aria si fa subito di nuovo bollente con il triplo intreccio di chitarre elettriche che riempie il suono di Optimistic con inserimenti graffianti e adrenalina. Il ritmo, che gioca un ruolo significativo per tutta la sera, prende il sopravvento con There There che vede Ed e Johnny moltiplicare il pattern percussivo utilizzando finalmente i due set di tom agli estremi del poligono, che dopo oltre un’ora di concerto potevano sembrare solo arredi di scena. Poi Greenwood si lancia in assoli sferraglianti sulla Telecaster, ma non pago torna a picchiare sui tom, mentre Yorke ne approfitta per danzare liberamente con la sua Epiphone Casino per compagna.
Perimetro bianco, chitarra acustica, La minore, Exit Music (for a Film) è uno dei momenti cruciali dell’intero concerto, non solo per il canto doloroso e catartico, ma anche per la perfetta fusione della musica coi visuals proiettati sul prisma che sovrasta la band. Man mano che Yorke procede la sua immagine sugli schermi viene processata e scomposta in pixel di indecifrabile aria vintage che si allungano lentamente crescendo in saturazione e luminosità, così che all’urlo straziante “Now we are one in everlasting peace“, scagliato al cielo all’unisono con tutti i presenti, il suo volto letteralmente esplode in un bagliore accecante di visione estatica. Magnifico! Poteva anche finire qui senza rimpianti, invece Thom ed Ed si guardano ancora negli occhi per l’intreccio di corde che introduce Street Spirit (Fade Out) e la sua maestosa e avvolgente malinconia collettiva che chiude, di fatto, i tempi regolamentari.
La pausa è brevissima e i succulenti bis iniziano quasi senza soluzione di continuità. Il tempo di un “grazie a tutti, non abbiamo parole” e si parte con l’arpeggio sognante di Let Down che scorre via con grazie cristallina, coi suoi tuffi soffici e gli atterraggi rauchi tra cascate di campanelli festosi. “Siete pronti?“, domanda retorica che introduce gli sgocciolanti arpeggi ipnotici di Weird Fishes/Arpeggi, fiume dorato dal quale balzano come salmoni saettanti i cori dilatati intonati dall’intera Arena, pronta a un battimano forsennato per l’energica coda.
Luci verdi, pulsazioni techno e synth fischianti, l’anomalo rap di Idioteque è ancora occasione per la danza scomposta e irregolare di Yorke che inizia a percorrere il perimetro del palco con passo robotico, intonando acidi falsetti. E ancora il ritmo tiene in piedi gli arpeggi malinconici e le melodie liquefatte di Present Tense mentre The Daily Mail col suo pianoforte teatrale e nostalgico prepara il terreno per il gran finale in un crescendo incandescente. “Grazie Bologna è stato un piacere essere qui” e arriva il brano forse più iconico e complesso del quintetto, Paranoid Android, le sue traiettorie oblique, i battiti incalzanti, gli intrecci arditi, il riffone centrale cantato da tutto il pubblico, le staffilate improvvise e le deflagrazioni da lanciafiamme, Johnny che passa da un piano elettrico jazzato e distante a una lisergica escursione sulla Telecaster, il coro post naufragio che annuncia un’alba radiosa, l’assolo di lingue di fuoco che incendiano il palco in un vortice infernale che presto dilaga avvolgendo l’intero palazzetto. Sembrerebbe davvero finita, ma Thom siede improvvisamente al piano di Johnny improvvisando gorgheggi depistanti, poi conta “one, two, three” e le sue dita scivolano lungo la frase discendente che introduce l’introspezione cosmica di Everything in Its Right Place, mantra di connessione universale e rito collettivo che attrae come calamita il metallo, mentre Johnny si destreggia con una strana scatola dal quadrante luminoso, un campionatore Korg KP2 col quale processa in diretta la voce di Yorke, ruotando manopole e tracciando segni misterici sul display, sorretto dall’organo in acido suonato da O’Brien, finché Thom non si alza in piedi per l’ultimo balletto psichedelico e dopo poco tutti smettono di suonare per uscire di scena alla spicciolata, salutando il pubblico con vivida soddisfazione. Tutti tranne Johnny che se ne sta ancora lì per terra ad armeggiare coi suoi congegni, incurante del resto, mente accesa solo per la sperimentazione. Lo attende il solo Ed, quasi a dirgli “dai andiamo, il concerto è finito“.
Già, è finito, ma prima che si accendano le luci a indicarci di uscire sulle griglie del prisma scorrono i 30 articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani approvata il 10 dicembre del 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Importante richiamo della band per la riaffermazione non solo del diritto internazionale, oggi stritolato da spietati venti di guerra e soprusi, ma anche e soprattutto del sogno di un mondo migliore, di pace e giustizia.
E ora? Cosa aspettarsi dal futuro? Non ci sono stati inediti in una lunga performance, giunta tutta d’un fiato a due ore e dieci minuti, riproponendo senza particolari stravolgimenti e innovazioni il repertorio noto. Potrebbe essere la conferma che i Radiohead non torneranno in studio per un nuovo lavoro, a quasi dieci anni di distanza dall’ultimo, A moon shaped pool, preferendo ritrovarsi come una volta solo per rivivere l’ebrezza dei live ed eseguire il repertorio consolidato come bevendo birra a una rimpatriata con vecchi amici. Racconta invece il contrario la dinamica creatività della trilogia licenziata col marchio The Smile da Thom e Johnny, indice inequivocabile di una vena più che mai rigogliosa che viene forse messa ora al servizio della casa madre lavorando in gran segreto in qualche sconosciuto laboratorio sotterraneo. Chi può dirlo?
In ogni caso, che sia Radiohead, The Smile o chissà quale altra diavoleria saprete inventare, noi siamo qui ad attendere: stupiteci ancora!

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