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Dieci stanze d’hotel: intervista a Marti (Andrea Bruschi)

_K1A3101Marti è più di un progetto musicale perchè il suo deus ex machina Andrea Bruschi è un artista dalla duplice anima songwriter-attore. Quando si incrociano l’arte del cinema-teatro con quella della musica accadono sempre cose interessanti in termini di sinestesia. Uno dei massimi esempi di tali sinergia è stato David Bowie, e proprio in questa figura recentemente scomparsa si possono rintracciare le grandi influenze che animano l’universo di Marti. Il suo ultimo lavoro King of minibar ci ha stregati per quelle dieci vite in dieci stanze d’hotel. Siete pronti a vagarci dentro? (Foto di Gianluca Moro)

Perchè trascorre sempre così tanto tempo tra i dischi di Marti?
Tre dischi fatti così in dieci anni non sono poco, se uno ci pensa (uno fatto in Italia, il secondo ad Amsterdam e l’ultimo tra Berlino e Londra) ma è chiaro che avrei voluto fare qualche disco in più. Ne avrei già due pronti da registrare, se potessi da domani. La realtà è che fare questo tipo di dischi non è semplice e quest’ultimo è stato completamente finanziato da me, inoltre essendo stato registrato tra Berlino, Londra e Vienna c’è voluto tempo per realizzarlo nel modo giusto. Non ho dietro nessuna major o minor o management e quindi le energie spese sono enormi. Fortunatamente ho Simone Maggi (polistrumentista) e Claudia Natili (basso) al mio fianco in quest’avventura. Spero di trovare qualcuno con cui collaborare e rendere più semplice la realizzazione dei miei dischi in futuro.

Dai letti sfatti alle camere d’hotel. Parliamo di questa nuova metafora e del king of the minibar. A me ha fatto venire in mente per la particolarità dei personaggi The million dollar hotel. E’ solo una suggestione?
Devi immaginare questo hotel a Berlino come fosse in scena senza facciata, come fosse allestito dentro un teatro dove vediamo il suo scheletro e contemporaneamente dentro le dieci stanze al buio. Poi, una ad una, le stanze lentamente si illuminano e i personaggi raccontano la loro storia. C’è Mr Sophistication che racconta a sua moglie del compito di perfomer nel locale di spogliarelli e quanto sia difficile portare avanti il suo percorso artistico; c’è lo spirito della prima donna fachiro del mondo, Evatima Tardo, immune a qualsiasi dolore ma non alla gelosia del suo amante; c’è un naufrago che ha vissuto su una zattera fino a sbarcare e raggiungere a piedi sua moglie; c’è il Re del minibar con le sue storie di gloria passata e balli con star decadute. Sono dieci racconti di avventure al termine della notte.

A livello di suono sono aumentate le aperture orchestrali e nello stesso tempo c’è più ricerca melodica, sembra quasi una giusto equilibrio tra i due precedenti dischi.
Volevo che il disco fosse un passo avanti rispetto agli altri e che non ripetesse le sonorità dei precedenti. In generale mi piace molto lavorare col produttore e mi affido molto alle sue idee. Questo disco, prodotto artisticamente da James Cook, è stato affrontato in modo tradizionale ed era anche l’approccio che volevo. Abbiamo suonato e registrato circa una ventina di canzoni come duo: piano e chitarra e ne abbiamo selezionate dieci. Poi abbiamo fatto dei veri propri demo a Vienna col batterista Tom Marsh (IAMX e Those goddam hippies) e poi abbiamo iniziato le registrazioni ufficiali a Berlino. James Cook voleva cercare di aumentare la ritmica su alcuni pezzi ed ero d’accordo perché il disco precedente era molto classico e questa volta volevo le sonorità’ wave e pop dei dischi inglesi e tedeschi di fine anni 70’ – inizio 80’. James ha lavorato spesso con Anne Marie Kirby, una violinista che ha suonato in tantissimi dischi a Londra, così le abbiamo affidato l’arrangiamento degli archi. Sia gli archi che i fiati sono stati fatti tutti a Londra e sono eseguiti da musicisti straordinari che suonano spesso ad Abbey Road o agli Air studios. Il lavoro fatto Simone Maggi è eccezionale, qualunque cosa suoni, dal piano a coda ai synths, al sax, all’oboe, e Claudia Natili suona il contrabbasso e basso come un divinità. Ti sottolineo anche il duetto End in tears  con Valerie Renay, meravigliosa artista franco-berlinese già cantante del duo Noblesse Oblige.

A quale personaggio dell’Hotel ti senti più vicino e perchè?
Conosco bene sia il king del minibar che Mr Sophistication: il re del minibar è un grande romantico che ha avuto una vita dura e non vuole essere disturbato nel suo angolo e crede ancora nel sogno; Mr Sophistication è il personaggio del film capolavoro di Cassavetes Assassinio di un allibratore cinese, lui e Cosmo Vitelli (il proprietario del club) sono sognatori che si battono perché la loro opera d’arte sia realizzata. La metafora del film è lo scontro tra l’artista e chi cerca di depistarlo con il cinismo e la falsità.

Parliamo dell’artwork del disco firmata Igort. A me ha ricordato per certi aspetti Edward Hopper. Come è nata l’idea della graphic novel?
Il fumetto è essenziale per la mia vita. Non mi piace neanche chiamarlo fumetto, lo chiamerei letteratura illustrata, se proprio vogliamo, per quanto mi riguarda non c’è nessuna differenza con un romanzo tradizionale. Penso che le graphic novel siano davvero arte e negli ultimi vent’anni sono usciti tanti capolavori. Pazienza e Magnus, Jack Kirby e Robert Crumb sono importantissimi per me, mi hanno davvero segnato e influenzato, così come il lavoro di Igort che ritengo uno dei più bravi, sicuramente uno dei miei autori preferiti. Il suo disegno, la sua classe mi hanno sempre emozionato. Sono davvero felice della nostra collaborazione. Volevo che fosse davvero un’edizione memorabile, con tutto l’artwork e il libro d’arte king size di 16 pagine, la qualità dei materiali e il vinile 180 gr colorato, insomma qualcosa che rimanesse e che fosse tutt’uno con la musica. Igort ha capito subito il racconto del disco e ha confezionato un disegno di copertina e un artwork che mi emozionano e che sono obiettivamente meravigliosi. Per me è stato davvero un grande onore collaborare con lui.

Parliamo del video The King of the minibar? Qualche aneddoto con il mitico Lorenzo Vignolo?
Lorenzo è un fratello e credo che lavorare insieme ci faccia bene. Lo abbiamo fatto troppo poco purtroppo e spero che rimedieremo in questi anni perché l’alchimia che ne scaturisce e l’ascolto che abbiamo l’uno per l’altro sono speciali. Fare un video con lui è sempre una gioia e il fatto che ci conosciamo bene non è un limite alla sperimentazione. Ci tenevo particolarmente che fosse lui a girare il video a Berlino perché volevo il suo sguardo su quello che è stato il mio scenario di vita per otto anni. Ritengo Lorenzo davvero un grande e spero che possa fare tanto cinema e serie tv in futuro, se c’è una persona che lo merita, questa è lui. Nel video in questione ci sono tanti amici e posti che negli anni immaginavo come possibili set in cui girare. Volevo che rimanesse un souvenir del mio tempo a Berlino. Girare questo video è stato davvero speciale e devo ringraziare sia i collaboratori di Lorenzo che i miei amici che mi hanno dato una grande mano. Abbiamo già delle idee per i prossimi lavori e spero di continuare la strada con Lorenzo.

Hai realizzato un disco con dietro un concept artistico mirato alla sinestesia. Il pubblico contemporaneo è ricettivo per un’opera di questo tipo? Oggi sembra tutto veloce, non c’è il tempo dell’approfondimento. Un artista come te non rischia di sentirsi incompreso?
Cosa vuoi che ti risponda? Marti nasce da una visone artistica ed esistenziale. Propongo una mia idea di fare le cose con un mio stile e una mia poetica. Spesso Marti viene percepito come in secondo piano rispetto al mio cammino d’attore, ma in realtà non è così. E’ solo molto più elaborato fare un disco, concepirlo e realizzarlo. Faccio musica dall’età di 14 anni ed è essenziale per me, fa parte dello stesso misterioso cammino. A questo punto, col terzo disco e tante cose belle e alcuni errori perché siamo umani, volevo realizzare un lavoro il più completo possibile, che fosse appunto una vera Opera, nella musica, nella grafica, nel packaging. Riuscire a registrare un disco così, con queste sonorità e possibilità’espressive era proprio quello che volevo. Avere un grande artista come Igort a concepire tutto il lato estetico è un sogno che si è realizzato. Per quanto riguarda l’incomprensione, sicuramente è un fattore possibile, ma non me ne posso occupare troppo. L’importante per me è riuscire a realizzare quello che desidero appagando una spinta autentica per raccontare una storia, per evocarla ed essere evocato, proprio come quando da spettatore vedevo un video o un film… o leggevo un fumetto. Tutto qui, poi se colpisce dieci persone o centomila non posso controllarla questa cosa. Certo, se ci fosse qualcuno più attento al progetto Marti, ne sarei molto felice! Non ci vorrebbe molto, proprio come fai tu.

L’hotel è un punto di arrivo e partenza in un viaggio. Cosa significa per te viaggiare?
L’hotel è un luogo simbolico ed è anche un’interzona dove si è soli con la proprio coscienza. Viaggiare è fondamentale perché il viaggio serve a riconoscersi. Il mio romanzo preferito è Viaggio al termine della notte di Céline e chiudo citando sant’Agostino: “Il mondo è un libro e chi non viaggia legge solo una pagina”.

Sei attore e cantautore, quale film della storia del cinema è per te il più riuscito a livello di immagini e colonna sonora?
E’ una gran bella domanda e la lista sarebbe infinita. Il cinema, oltre a vedersi, si sente anche, quindi le due cose vanno di pari passo. A me piacciono molto i film muti interamente musicati, Metropolis, per esempio, che ho visto recentemente restaurato al cinema Babylon a Berlino dove ebbe la sua prima storica. Mi piacciono i musical con cui sono cresciuto perché sia mia nonna che mia mamma li adoravano. Uno dei miei registi preferiti è Vincent Minelli e in Black Waltz cito anche un suo film, Brigadoon.
Il mio disco e l’etichetta/movimento artistico che abbiamo creato, Cassavetes Connection, sono dedicati a John Cassavetes che usa la musica in modo molto personale. Se penso ad un grande film dove la musica è eccezionale, questo è Arancia Meccanica, tutta l’opera di Kubrick è musicale, poi penso anche anche a C’era una volta il West di Sergio Leone con le musiche di Morricone che sono inarrivabili, ma la lista è infinita. Ascolto tantissime colonne sonore rigorosamente in vinile e devo ammettere che mi piacerebbe comporne una, magari un giorno succederà.

Un anno fa moriva David Bowie. Un pensiero da parte di chi vive a Berlino, la seconda patria di Ziggy…
Bowie è stato uno dei più grandi del 900. La sua forza e il suo percorso verranno probabilmente compresi ancor meglio con un po’ di distanza. Non c’è stato nessuno come lui, basti pensare a cosa ha fatto con la sua malattia e morte. Non mi vengono in mente altri artisti che lo hanno fatto. E’ stato un motore di ricerca, è stato internet prima di internet, tramite lui si conoscevano le cose. La sua missione è stata veicolare l’arte, le idee, le domande e le visioni. Tramite lui ho conosciuto molte cose e sono felice di avere vissuto nel suo tempo. Berlino è anche la sua Berlino e due giorni dopo la scomparsa, come tanti berlinesi, siamo andati agli studi Hansa aperti per l’occasione a rendergli omaggio. E’ stato molto emozionante e toccante. C’era anche Eduard Meyer, il violoncellista e tecnico di studio che ha lavorato e suonato in Low e Heroes… ha suonato Art Decade.
“Look up here, I’m in Heaven”.

Le cinque canzoni di Bowie che più ti rappresentano?
Parto con Heroes perché è una metacanzone… siamo di fronte a qualcosa di epico dove il suono e le parole dicono la stessa cosa e vanno oltre la semplice canzone. Il mio Bowie è quello di Berlino perché ero troppo piccolo per Ziggy, che scoprii in seguito. Esiste un esercizio attoriale che mi fece fare un insegnante americano tanti anni fa, legato a recuperare dei momenti, degli episodi dell’adolescenza in cui si prende coscienza di essere diventati persone a se stanti, di essere staccati dal contesto anche familiare ed essere diventati adulti. L’esercizio sta proprio nello scavare in sè e trovare questi momenti e, se si riesce, cercare quella sensazione particolare e cosa si provava. Bene, l’ho presa alla larga per dire che io, tra i vari ricordi, scelsi di raccontare quando vidi il video di Heroes nel 1977 all’eta di 9 anni. La cosa mi toccò molto perché vidi un cantante raccontare la sua opera in un modo completamente diverso. La gestualità, la presenza scenica, il modo in cui metteva in scena il proprio corpo, il proprio viso. Percepii che era qualcosa di profondo e drammatico e anche eroico, qualcosa che non avevo mai visto in un cantante italiano. Quell’esperienza mi cambiò.
Ti dico gli album più che le canzoni, anche se è difficile: Low, Heroes, Ziggy Stardust, Station to station, Heathen, Blackstar che, essendo un capolavoro “ferita aperta”, non riesco ad ascoltare tanto.Marti _ Bruschi

Album – streaming

King of the minibar – Video

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