Home / Recensioni / Album / Connection – Ceramic Dog

Connection – Ceramic Dog

Ceramic DogAscoltando Battiato cantare di free jazz punk inglese ho sempre pensato che fosse un ossimoro, un accostamento surreale partorito dal genio di Franco. La musica di Mark Ribot, invece, mi fa decisamente ricredere sull’argomento, presentandosi col suo virtuoso eclettismo come una perfetta sintesi della ruvidezza e visceralità del punk e delle capacità tecniche e della visione aperta tipica di un jazzista, e passi che il nostro sia uno statunitense del New Jersey. Attivo da solista sin dal 1990, dopo anni trascorsi come session man al fianco di musicisti del calibro di Tom Waits, Elvis Costello e Laurie Anderson, arriva con Connection al quinto lavoro della sua band alter-ego Ceramic Dog. La title-track, in linea con l’approccio diretto del garage rock, procede su un riff ondeggiante che discende dai Velvet Underground, come a ripercorrere i capitoli più nobili della musica dell’East Coast americana. E allora entra in scena Hendrix, accompagnato dai Black Sabbath, per le saturazioni e i fischi oscuri di Subsidiary, un rito misterico che pian piano chiama a raccolta gli adepti, pronti a urlare con rabbia a ogni chiusura di battuta, sfociando in grezza violenza stoner, come a consumare un necessario, catartico e catastrofico sacrificio. Forse per trovare la forza e il coraggio necessaria ai Soldiers in the army of love, galoppante scorribanda che interrompe il riff fluido alla Yo la tengo con rapide incursioni armoniche che intonano il titolo in pieno stile sixties, con la benedizione di Brian Wilson. Ecstacy chiama in causa il mondo psichedelico di Country Joe McDonald, il suo parlare acido, qui con la voce di Syd Straw, i riff incalzanti guarniti di latin rock alla Santana, chiudendo in orgia allucinogena di timpani roventi e tastiere stralunate. Swan si invola in una lunga improvvisazione free jazz che ritrova, col contributo al sax di Brandon Lewis, le vorticose escursioni cosmiche di John Coltrane, mentre le pelli sono pestate a dovere sotto i colpi delle poliritmie vulcaniche di Ches Smith e Marc Ribot passa dall’urticante distorsione di accordi di magma alle calde vischiose preghiere di una chitarra piangente. No name si muove in punta di piedi su un ostinato di basso tolto dalla wave dei primi Cure, crescendo lentamente tra note di blues urbano e malato fino a trovare un ritmico tastierone volutamente fuori tono, che crea un contrasto allucinato col resto della band, come a descrivere l’improvviso atterraggio di un ufo dai colori abbaglianti. Un lampo di luce dal quale si scivola nella nevrosi paranoica di Heart Attack, che trasfigura Drive my car dei Beatles, per poi assestarsi su un crossover degno dei Primus più arditi, intervallato da inserti di classico swing da grande orchestra e brani di assurdo turpiloquio sciorinato in italiano dal curioso accento anglofono, chiudendo infine con lo sconsolato adagio: la madre dei cretini è sempre incinta. Del resto That’s entertainment, non c’è da meravigliarsi, un mondo che centrifuga le menti in un frullatore acido come l’organo Farfisa di Anthony Coleman, in una distopica allucinazione punk che sovverte completamente la smielata versione hollywoodiana scritta nel 1953 da Arthur Schwartz per il film The Band Wagon (in Italia Spettacolo di varietà) per le coreografie spensierate di Fred Astaire. Order of protection ritrova le viscere in fiamme di Hendrix in uno slow blues dinamico e tagliente come le corde strizzate dal figlio del voodoo, un torrente che ribolle per dieci minuti di jam magmatica, tra hammond ipnotici, drumming rombante, corde pulite e sanguigne che sgorgano in bending estremi di lampi, saette e raffiche metalliche. Una prova estenuante per i suoi artefici che decidono quindi di rilassarsi con la festa sudamericana di Crumbia che gioca ironicamente sul ritmo della danza colombiana grazie al clarinetto enfatico di Oscar Noriega, che accenna influenze klezmer su un tappeto frenetico di percussioni, spiazzando ancora una volta l’ascoltatore. Ed è proprio questa imprevedibilità quella di cui si sente maggiormente la mancanza oggi, quindi grazie Marc, alla prossima sorpresa.

Credits

Label: Knockwurst Records – 2023

Line-up: CERAMIC DOG:
Marc Ribot (guitars, tres, dobro, bass, vocals) – Shahzad Ismaily (bass, electronics, vocals) – Ches Smith (drums, percussion, electronics, vocals)
SPECIAL GUESTS: Syd Straw (vocals) – Anthony Coleman (Farfisa) – James Brandon Lewis (sax) – Greg Lewis (Hammond B3 organ) – Oscar Noriega (clarinet) – Peter Sachon (cello)

Tracklist:

  1. Connection
  2. Subsidiary
  3. Soldiers in the Army of Love
  4. Ecstacy
  5. Swan
  6. No Name
  7. Heart Attack
  8. That’s Entertainment
  9. Order of Protection
  10. Crumbia

Link: Sito Ufficiale
Facebook


Ti potrebbe interessare...

SAN113LP_12Dprint_

Niente di nuovo tranne te – Andrea Satta

A quasi dieci anni dall’ultima prova dei Têtes de Bois, Andrea Satta approda al suo …

Leave a Reply