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È giunta l’ora dei conti: Giorgio Canali @ Monk 13/05/2026

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È sempre bello ed estraniante tornare al Monk.
È bello perché il Monk, con le sue mura scartavetrate dal tempo, è un piccolo residuato di archeologia urbana riadattato a polo culturale e, allo stesso tempo, a locale dove bere e mangiare divertendosi.
È estraniante perché, riguardandomi adesso, circondato da studenti universitari con barbetta incolta, da trentenni con tatuaggi e tette in mostra e da cinquantenni in pieno restyling, mi sento anche io né più né meno identico a tutta la bolgia fintopovera e alternativoborghese che affolla il cortile.
Scolo una birra e poi di seguito un gin tonic, mi guardo intorno, vengo rapito da questa meravigliosa fauna umana in bilico tra l’Hic Et Nunc ed il Fatevi Fottere.
Ed in effetti stasera suona Giorgio Canali, che vedo fermo a bere mentre, come suo solito, scambia qualche parola con gli astanti che gli si avvicinano allegri.
Canali è sempre stato, da che io ricordi dei suoi concerti, una persona cordiale e disponibile alla chiacchiera, con quel suo modo gentile di ridere e di mettere a proprio agio chi gli chiede una foto o quel che sia. L’ho sempre pensato, ed il tempo me ne ha dato la conferma, una sorta di antidivo dal timbro accogliente e dalla bestemmia pronta. Ma stasera sembra che il Tempo abbia deciso di seminare strane tessere di un puzzle che, forse, a fine serata comporranno un disegno alterato.
Quando io e la mia amica ci avviciniamo, lui ci tende la mano con la classica stretta di pollice virile e confidenziale e noi, tra una fesseria e l’altra, gli facciamo vedere una foto che ci ritrae con lui scattata qualche anno prima. La ripetiamo?
– Certo, ma siamo tutti più vecchi di qualche anno, mica come qui…- ci dice guardando la foto- …che eravamo giovani e belli!-
È la seconda volta in questa serata che entra prepotentemente, tra me e la musica, il discorso Tempo. Uno strano presagio come un accordo di Mi Sus che lascia sottintendere un discorso rimasto sospeso. Dopo un po’ Giorgio si allontana, noi torniamo a bere altro gin tonic poi improvvisamente, da fuori, sentiamo che la musica è iniziata e ci dirigiamo verso l’area concerti.
La gente non è eccessivamente accalcata, ho imparato da tempo che ai concerti di Giorgio Canali ci si trova circondati da persone che vogliono ascoltare buona musica senza necessariamente per questo sfasciarsi di pogo o stare accalcati.
Inizia con Piove e parte subito con l’acceleratore schiacciato. La differenza la fa anche il violinista che nell’arco di questa serata si esibirà in delle peripezie meravigliose e la sezione ritmica si rivela una vera locomotiva.
Continua subito, dopo aver alzato l’immancabile bicchiere e brindato al pubblico, con C’era Ancora il Sole e l’aria inizia a saturarsi del canto dei ragazzi. Le canzoni di rabbia e delusione sono parte dell’immaginifico di Canali. La scrittura dei testi, a mio avviso, è una delle sue caratteristiche peculiari: Canali riesce a parlare di malessere personale, di relazioni tossiche ma anche di criticità sociali con la stessa voracità distruttiva. Senza speranza, sì, per certi versi, ma sempre spingendo verso quella “reazione che non c’è”, per citare un verso di una sua canzone.
A fine canzone si accendono le luci, un ragazzo tra il pubblico sta male. Lui si interessa che ci sia un medico in sala, che vada tutto bene. Va tutto bene? Dai, non farmi spaventare, si interessa. Ci sono passato qualche mesetto fa, oramai ho una certa età di merda.
Ed ecco che ritorna il Tempo.
Io sono poggiato al muro. Sto bevendo l’ennesimo gin e, ad un certo punto, le unghie degli anni che passano mi lasciano segni dietro la schiena. È bastato un ragazzo che collassa e Giorgio Canali che, dal palco, ricorda che non è più un ragazzino.
In effetti non lo sono nemmeno io.
In effetti, adesso, guardandomi intorno, mi accorgo che siamo parecchi lì dentro a non essere più ragazzini.
Eppure siamo lì. Ad ascoltare musica o a scolarci le cantine del mondo, qualcuno magari a cercare di far svoltare la serata mentre sussurra qualcosa all’orecchio di una ragazza. E beffardamente, come se il microfono avesse intercettato i miei pensieri, dalle casse parte Un Filo Di Fumo.
È un filo di fumo che ci tiene legati alla vita, ragazzi andateci piano: se fate vento è finita.
Il buio circonda un oceano di teste rivolte verso il palco dove un sessantasettenne chitarrista di Predappio, sotto una doccia di faretti blu, grida nel microfono che John Lennon è stato fatto saltare in aria dalle brigate rosse a Sarajevo. È la chiusura dell’ultima strofa di Undici, forse in assoluto la strofa che dipinge di più gli anni barbari che stiamo vivendo. Giorgio si ferma, butta giù qualche bestemmia ridendo nel microfono, fa quattro chiacchiere dal palco con una ragazza in prima fila, poi alza di nuovo il bicchiere di gin tonic e confessa che sta semplicemente riprendendo fiato. In fondo ha quasi 68 anni.
Di nuovo il Tempo.
Ancora.
Un’altra volta. Colpisce ancora. Credevo di averlo spacciato davvero ma, porco giuda, respira ancora.
Questo concerto sta iniziando a prendere una piega inaspettata, sarà colpa mia o colpa dei testi di Giorgio Canali o semplicemente del barista che avrà messo poca tonica nel bicchiere, ma io inizio a sentirmi fuori posto. C’è mio figlio a casa con la febbre, ho un po’ di casini al lavoro ultimamente, un bel po’ di macerie alle spalle, ho i capelli lunghi legati a cipolla dietro la testa e sono appoggiato a un muro in mattoni a bere gin tonic mentre un gruppo di ragazzi riurla in faccia al cantante che è meglio essere tossici che fossili. Di quel cantante che si chiede cosa sia andato davvero storto.
Non ne ho idea, Gió. Niente. Tutto è andato storto.
È stato un attimo e tutto è andato storto.
Questo paese, questa gente, la mia vita. Tutto.
Canali si getta nei suoi monologhi intervallati dalle sue canzoni. È un uomo che si guarda indietro, fa più volte riferimento a fatti passati, persone incontrate in giorni lontani, che ora sono “vecchi di merda come me”.
Ride, deride, scherza, urla nel microfono. Quando parte Precipito, nemmeno si incazza più di tanto all’apparire dei telefonini.
-No, dai, tira via quel coso- dice ad un tizio tra il pubblico -tra tante canzoni belle che ho fatto accendete queste macchinette del cazzo sempre su questa?! Spero sempre che non lo facciate e poi mi deludete sempre- ride e con lui ride il pubblico. – Viene voglia di non farla. Ma poi vi voglio bene anche se siete stronzi e la faccio-
E la fa.
È un po’ diversa, più contenuta, meno rabbiosa. È bella.
Si ferma, parla ancora, ride, c’è una canzone vecchia, vecchia davvero dice. Ancora le unghie del Tempo.
E parte Lettera Del Compagno Lazlo al Colonnello Valerio ed è questa che dà il colpo di grazia.
Perché, sì, è vero ciò che dicevo tempo fa: la musica dal vivo fa sì che una parte di te pensi a tante cose, a volte mentre balli e a volte mentre sanguini. E sì, c’è stato un momento in cui sembrava avessimo il Progresso a portata di mano ed ora siamo a raccogliere i cocci del Diritto. A ballare mentre chi parte sulla Flottilla viene deriso dalla seconda carica dello Stato. A bere gin tonic mentre le nuove indicazioni scolastiche limitano l’insegnamento di Marx e Spinoza nei licei ma, soprattutto, mentre eliminano Gramsci. Una seconda volta. Per certi versi sempre le stesse persone.
Ed allora viene da pensare che questo scritto avrei voluto chiuderlo come chiude la canzone perché più ci penso e più sale la bestemmia ma poi lascio correre.
Alla fine quando ci interessa più la forma del discorso che il discorso in quanto tale vuol dire che abbiamo perso, vero?
Alla fine è stato un bel concerto e ve l’ho raccontato come mi è arrivato: dritto allo stomaco. Se vi capita di andare a sentire Canali in concerto munitevi di alcol.
Non per dimenticare ma per anestetizzare la consapevolezza della fine di merda che abbiamo fatto.
Nostra Signora della Dinamite non ci ha salvati. E ha fatto bene.
Non ce lo siamo meritati.

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