A tre anni dall’omonimo esordio, questo secondo volume degli Psyché, allargatisi da trio a quartetto per l’occasione, suona come una gradita conferma di un progetto di respiro Mediterraneo che evita accuratamente il folklore olografico calandosi nell’attualità di un sound dal groove dinamico, per lo più strumentale, che si apre stavolta anche all’innesto di vocalità diverse, pur non cimentandosi in una vera e propria forma canzone. Questo gli consente di cambiare marcia in maniera imprevedibile, tant’è che alla presentazione live dell’album, pochi giorni prima della pubblicazione ufficiale, presso l’Auditorium ‘900 a Napoli (base della band) i brani suonavano già molto diversi da come sono stati incisi, mutati dal fuoco di una jam trascinante, con frecce scagliate in ogni direzione, dai disegni tonanti e ossessivi sui tom di Andrea De Fazio, alle divagazioni jazzate di Marcello Giannini che inventa ritmi e frasi sempre nuovi, agli assoli “pazzissimi” del nuovo tastierista Roberto Porzio, allo spirito errante di Paolo Petrella che seduto a terra a gambe incrociate si divide tra bassso e tastiere, fino all’incursione esotica di Sergio Di Leo al clarinetto e alle percussioni che Giannini definisce scherzosamente “sta specie ‘e nacchere”. L’album si apre con Nyama, una danza nel deserto al suono di voci filtrate e raddoppiate da una tastiera soffusa, che disegna tremando una melodia vintage, che pare uscita da videogiochi anni ’80, pur muovendosi in un inedito tema desertico, con quelle modulazioni di corde stoppate che risalgono ai Police e all’inventiva di un genio della chitarra come Andy Summers. Hurriya (We Must Resist) è una scorribanda tiratissima di predoni beduini, guidata dagli assalti sfrontati frusta alla mano di Ziad Trabelsi, fatti di parole annodate e strascichi vischiosi, incalzata dai legati vorticosi della sei corde che irrompono come tempeste di sabbie improvvise a spezzare il ritmo sostenuto dell’attacco. Yagé tocca una nota e la lascia risuonare per saltare a stretti balzi verso la successiva, costruendo una frase che è un moto ondoso, ciclico ritorno che erode lentamente il bagnasciuga, colando in mille rivoli che si perdono tra i granelli di sabbia grossa di una spiaggia variopinta, litorale illuminato dal sole caldo di un organo fluido, costa mossa da battiti che ci ricordano che un pezzo dei Nu Genea è qui. Come in un breve racconto sonoro, Cumana Dub, mette in musica l’introspezione di un ritorno a casa nel tardo pomeriggio, i pensieri che si rincorrono nel cortile vuoto della mente, con la luce invernale a gettare gli ultimi raggi arancioni che accendono ricordi di chitarre vibranti e fraseggi glissati di cruda malinconia andante, che si immergono nelle crome tristi di un antica mandolinata. Sabir si muove tra due sponde, una costruita da quel basso gutturale e quella chitarra elastica e ossessiva, l’altra che scivola come un surf su una frase fluttuante, miraggio di un deserto che asfissia. Introdotta dalla trama acida di un basso arabeggiante, Tropikal Halal scivola tra i vicoli stretti della Medina, tra cammellieri e incantatori di serpenti che si avvicendano a recitare lo stesso testo ancestrale, ciascuno con la sua indole, il suo approccio, modulando il suono come a costruire un castello di saponette scivolose, dilagando in intermezzo free jam che porta il medioriente verso le rotte del prog, le tastiere di Tony Banks, prendendo a bordo la migliore disco anni ’70, fino a imboccare un articolato fraseggio discendente che ribalta la traiettoria verso una psichedelia acida che invade lo schermo come un Blob in espansione. Yallah! batte il tempo per la marcia sostenuta di una carovana desertica, allietata dalla voce sinuosa da fattucchiera di MERVE, della band turco-olandese Altin Gün, fatta di vocali mute, recitativi oscuri, timbri misteriosi e guizzi improvvisi che spiccano il volo come ad un Sabba dove compaia finalmente il demonio a trascinare le streghe in un vortice orgiastico inarrestabile. Sahra Azul chiude il cerchio con gustosa citazione dei Led Zeppelin di No quarter e dei Pink Floyd anni ’70 e quel gusto per la dilatazione che dal Live at Pompei giunge fino alle ciminiere tetre di Animals, con quel meraviglioso bending che renderebbe orgoglioso David Gilmour. Otto brani di groove e creatività frullati nelle ricche acque del Mediterraneo, un autentico toccasana per il corpo e la mente.
Credits
Label: Four Flies Records – 2026
Line-up: Marcello Giannini (chitarra, tastiere) – Andrea De Fazio (batteria) – Paolo Petrella (basso, tastiere) – Roberto Porzio (tastiere) – Ziad Trabelsi (voce) MERVE (voce)
Tracklist:
A1 Nyama
A2 Hurriya (We Must Resist) (feat Ziad Trabelsi)
A3 Yage
A4 Cumana Dub
B1 Sabir
B2 Tropikal Halal
B3 Yallah! (feat Merve)
B4 Sahra Azul
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