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Jacob’s Ladder – Brad Mehldau

Brad Mehldau - Jacob's ladderNon deve trarre in inganno il titolo biblico di quest’ultima fatica nella trentennale carriera del pianista jazz Brad Mehldau, la scala verso il paradiso che si innalza dal suolo nel sogno di Giacobbe, offrendo la visione di un continuo saliscendi di angeli, è uno spunto di ispirazione mistica e contemplativa per raccontare una propria personale idea di quel luogo dello spirito, con voce pura, fanciullesca. Sembra incredibile, ma per un jazzista navigato come Mehldau la musica del Cielo è addirittura il progressive! L’intero album è un omaggio dichiarato alle band amate in gioventù, Rush, Gentle Giant, Emerson, Lake & Palmer: formazione e stimolo a diventare musicista, nonché chiave di volta per la comprensione della fusion anni ’70. Così, il brano apripista, -maybe as his skies are wide-, incarnando quella purezza paradisiaca cercata dall’autore, potrebbe ben figurare nelle sofisticate revisioni del folk d’albione condotte dalle Unthanks e giocate principalmente sul dialogo vocale: la voce di Becca Stevens qui ricorda molto per timbro quella di Rachel, mentre il piano si mantiene su un approccio minimale, perché il virtuoso Brad si concede giusto qualche coloritura fuori dalle righe. Herr und Knecht (Master and Slave) mette invece in sequenza un moog preso direttamente da Keith Emerson, il jazz rock di Herbie Hancock dalle parti di Head Hunter, il sax alto di Joel Frahm che frantuma Winton Marsalis sotto il vortice virtuoso di Albert Ayler, un riff che discende dall’Hazard profile dei Soft Machine, con le inattese incursioni di un crossover smitragliato recuperato addirittura dai Rage Against The Machine, dal loro ruvido canto di protesta metropolitana. Il tutto interpretato, anche grazie alla versatile ed esuberante batteria di Mark Guiliana, con tale fluidità e maestria da farne la prova di una delle più rilevanti personalità della scena jazz degli ultimi decenni. (Entr’acte) Glam Perfume è quasi un notturno di Schubert o Chopin col suo fraseggio malinconico e greve che si apre in uno sviluppo melodico di progressioni armoniche a ondate che si infrangono e disperdono nella risacca, per poi rimontare sospingendo un vocalizzo etereo sulla cresta che biancheggia al vento. Cogs in Cogs, nell’album The Power and the Glory pubblicato dai Gentle Giant nel 1974, era un vorticoso esercizio di virtuosismo che in soli 3 minuti alternava la bellezza di 27 cambi di tempo, passando dai più usuali 3/4 e 4/4 a tempi alieni per il rock come 15/8 e 17/16, in una fluidità che farebbe invidia a un metronomo, incarnando l’emblema della ricerca musicale della band britannica alfiere del prog. Mehldau ne ricava una suite in tre movimenti: una danza tribale fatta di echi lontani e rhodes sgocciolanti tra bassi piani rarefatti (Dance); un dialogo serrato tra piano, cello e tastiera, che ruota intorno alla linea vocale sfolgorante che aggiorna i Gentle Giant con gli ansimi di Bjork, brusche accelerate e vocalizzi saettanti (Song); una fuga classica filtrata attraverso le tastiere più cervellotiche e inusuali di Flavio Premoli (come non pensare a Il Banchetto della PFM) e attraverso gli organi malati del Morricone che musica il dramma di Giordano Bruno per Giuliano Montaldo e Gian Maria Volonté (Double Fugue). Più simile a una cover da fan affezionato è la versione asciutta di Tom Sawyer dei Rush, benché il canto di Chris Thile non imiti affatto quello di Geddy Lee, ma è solo qui che ci si accorge della provenienza della frase “maybe as his skies are wide“, irriconoscibile nel brano di apertura. Nella parte centrale ci si allontana di parecchio dal modello, grazie alle progressioni di tastiere che reggono il solo furioso del sassofono di Joel Frahm, che si conclude con la divagazione al mandolino dello stesso Thile, che conferisce poi un’atmosfera del tutto diversa e stralunata al brano nella seconda parte. Nel seguente Vou correndo te encontrar/Racecar il prog incontra inaspettatamente la bossa nova grazie alla chitarra acustica e la voce pulita del brasiliano Pedro Martins, per una ballata malinconica e sognante che si apre in un crescendo corale degno degli Yes, che spiazza l’ascoltatore come la luce intermittente confonde chi provi a seguire con lo sguardo il volo delle lucciole. Una seconda suite, che dà il titolo all’album, è divisa anch’essa in tre movimenti. Liturgy, riporta in recitativo misterioso il racconto biblico della scala di Giacobbe. Song, traduce in suoni fluttuanti la dimensione onirica, “All once, the clouds are are parted / Light streams down in bright unbroken beams“, affastellando strati di  elettronica primitiva che dilaga in una cabala degna dei Kraftwerk. Però Mehldau è pur sempre un pianista jazz e non resiste alla tentazione di imbastire su questa base una divagazione di frasi spezzate e lampi fugaci a metà strada tra Stefano Bollani e John Medeski del trio Medeski, Martin & Wood. Ladder, invece, a giudicare dall’atmosfera cupa del loop vocale, è il racconto drammatico della ridiscesa al suolo dopo la visione celestiale, il brusco risveglio di Giacobbe che diventa una perdita spirituale la cui consapevolezza genera le urla disumane di tutti i presenti. E tuttavia il tocco divino accende comunque una luce, perché nell’epilogo si ritrova Heaven, una suite in quattro movimenti stavolta, che interpola tra il primo (All Once) e il quarto (Epilogue: It Was A Dream but I Carry It Still) due parti (Life Seeker e Wurm) di Starship Troopers degli Yes, dallo storico Yes album del 1971. Ed è così che l’epica cavalcata fantascientifica di allora assume il significato completamente nuovo di una ascetica contemplazione spirituale “Speak to me of summer / Long winters longer than time can remember / Setting up of other roads / To travel on in old accustomed ways“.

Credits

Label: Nonesuch – 2022

Line-up: Mark Guiliana (drums) – Brad Mehldau (piano, moog, synths) – Joel Frahm (soprano saxophone) – Becca Stevens (vocals) – John Davis (drum programming)

Tracklist:

    1. -maybe as his skies are wide-
    2. Herr und Knecht (Master and Slave)
    3. (Entr’acte) Glam Perfume
    4. Cogs in Cogs, pt. 1: Dance
    5. Cogs in Cogs, Pt. II: Song
    6. Cogs in Cogs, Pt. III: Double Fugue
    7. Tom Sawyer
    8. Vou correndo te encontrar / Racecar
    9. Jacob’s Ladder, Pt. I: Liturgy
    10. Jacob’s Ladder, Pt. II: Song
    11. Jacob’s Ladder, Pt. III: Ladder
    12. Heaven: I. All Once – II. Life Seeker – III. Würm – IV. Epilogue: It Was a Dream but I Carry It Still


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