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Ribellarsi allo Sporco Re Bianco: intervista Tommaso Mantelli (Captain Mantell)

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Seguiamo i Captain Mantell dal 2010, quando pubblicarono il loro secondo album Rest in Space. Da allora ne hanno fatta di strada, cambiando la formazione e, soprattutto, il sound. L’evoluzione del Capitano Mantelli e della sua ciurma li ha portati a passare da sonorità elettroniche a suoni più sporchi e rockeggianti.
Il loro nuovo lavoro, Dirty White King, è un concentrato di ritmi scuri e arrabbiati. Un disco che sorprende e stende con la potenza dei riff di chitarra e batteria. L’album è uscito il 20 marzo e ve l’abbiamo presentato in anteprima streaming qualche giorno prima.
Abbiamo incontrato Tommaso Mantelli, leader della band, e ci siamo fatti raccontare chi è questo Sporco Re Bianco, da dove viene e dove ha intenzione di arrivare.

Chi è il Dirty White King che dà il titolo al vostro nuovo lavoro in studio?
Questo titolo raccoglie molte suggestioni. Per la prima volta il titolo è stato anche la genesi di tutto e in seguito è come se avesse preso il comando creativo della faccenda facendosi spazio nella mia mente sotto forma di una storia da raccontare.
In quel periodo mi stavo informando sulla storia di alcuni regicidi, in particolare mi colpì molto riscoprire la storia di Gaetano Bresci, anarchico ma fondamentalmente una persona qualunque che, indignata dal suo comportamento, decide di uccidere il Re d’Italia Umberto I e lo fa nel 1900 con tre colpi di pistola dopo essere rientrato in Italia dall’America dove si era trasferito per lavorare come tessitore. Alla fine morirà in carcere in circostanze misteriose. Egli dichiarò: “Non ho inteso uccidere un uomo, ma un principio“. Mi ha ispirato molto, anche se io uso la chitarra e non la pistola.
Lo Sporco Re Bianco è il simbolo di tutte le cose cui bisognerebbe ribellarsi e questa è la storia che raccontiamo in versione poetica durante il disco. Non ci sono riferimenti di tempo né di luogo. Non c’è neanche un protagonista, ogni canzone esprime i pensieri e le emozioni dei personaggi che la popolano. Il metaforico regnante viene ucciso e il regicida viene braccato fino alla morte. E il cerchio si chiude per ricominciare da capo senza che nulla sia cambiato… forse.

Il vostro album precedente, Bliss, risale a quasi tre anni fa. In questo periodo vi abbiamo visti impegnati in diversi progetti. Quanto hanno influito nel nuovo sound dei Captain Mantell?
Ogni progetto parallelo in cui ci immergiamo porta qualcosa di nuovo alla band. Siamo tutti e tre molto curiosi e desiderosi di ampliare il nostro orizzonte musicale il più possibile. Io e Sergio ci siamo addirittura spinti a suonare uno strumento che non era ufficialmente il nostro, la batteria. Io con i Kirlian e Sergio con gli Ulan Bator. Ora nei Captain Mantell siamo tre batteristi! Per non parlare dei nostri progetti solisti sperimentali: AMA e String Theory. Quindi più o meno consciamente il sound del nuovo disco è stato sicuramente influenzato da queste nuove esperienze.

Nel brano Worst Case Scenario troviamo un tributo a Edgar Alan Poe, con il testo della poesia Alone. Perché l’avete scelta?
E’ una poesia di una musicalità pazzesca. Il contenuto poi si addice completamente al contesto del disco. Il profondo disagio nel sentirsi diversi, espresso con estrema lucidità, è perfetto per descrivere i sentimenti di una persona che decide di compiere un atto tanto forte come un assassinio.

Il primo singolo estratto dall’album è Let It Down. Ci vuoi parlare dell’idea che sta dietro il video che l’accompagna? Perché è stato scelto questo brano per rappresentare Dirty White King?
Come hai scritto tu nella presentazione dello streaming, Let It Down è forse il brano che meglio rappresenta il collegamento tra i nostri dischi del passato e quest’ultimo lavoro. In più, secondo noi, ha tutte le caratteristiche di un “singolo”. D’impatto, ma orecchiabile allo stesso tempo. Inoltre si prestava molto bene alla trasposizione in video, cosa che hanno magistralmente portato a termine i registi Massimo Battistella e Samuele Grando.
Nel video (e nel testo della canzone) si racconta il momento in cui il regicida deve sbarazzarsi delle prove del misfatto e sceglie il mare come custode dei suoi segreti.

Qual è il brano del nuovo album cui sei più legato e perché?
Il brano preferito dei miei dischi lo scopro dopo anni ed è quello a mio gusto che non risente del tempo che passa. Quindi saprò dirtelo tra qualche anno!
Intanto però mi piacerebbe citare Inner Forest, il brano scritto in collaborazione con Francesco Chimenti dei Sycamore Age, band che adoriamo. Francesco ha suonato il violoncello elettrico e cantato (con la sua voce meravigliosa) delle parti composte da lui su una mia idea di base. Questo connubio ha portato alla scrittura del pezzo più strano del disco, in parte psichedelico e in parte aggressivo, con uno svolgimento pieno di colpi di scena. Per la prima volta ho deciso di cantare anch’io nel pezzo (con gli altri featuring vocali ho sempre lasciato cantare un intero pezzo all’ospite senza “intromettermi”) e devo dire che lo scambio vocale tra noi due è una cosa che mi emoziona ogni volta che lo riascolto. Spero che avremo modo di suonarlo insieme su un palco un giorno!

Venendo a una delle tematiche principali di Dirty White King, raccontaci qual è la tua forma di ribellione più estrema?
Penso che gli estremismi non facciano mai bene. Infatti, il gesto del regicida non è né esaltato né condannato all’interno della nostra opera. Ci siamo limitati a narrare in maniera poetica gli eventi attraverso le sensazioni dei suoi personaggi.
Nella vita quotidiana ci sforziamo di tenere dei comportamenti di sincerità e di correttezza in ogni ambito, senza voler insegnare niente a nessuno, ma con la speranza di riuscire in qualche modo a essere d’ispirazione. In particolare cerchiamo di stare alla larga dal mondo del consumismo e dalla mercificazione di qualsiasi cosa, che credo rappresentino una delle peggiori piaghe del nostro tempo.

I vostri testi sono da sempre rigorosamente in inglese. Non hai mai pensato di provare a scrivere in italiano? Quale credi possa essere il valore aggiunto che dà la lingua anglosassone al vostro progetto?
Fin da quando ero piccolo ho sempre ascoltato musica in inglese. I miei genitori ascoltavano tanta roba che continuo ad adorare, tra tutti Beatles e America.
Quindi quando ho deciso di cantare non ci ho pensato un secondo. Era scontato che avrei cantato in inglese. Ogni tanto ho pure provato a scrivere in italiano, ma senza grosse soddisfazioni. Con questo non voglio dire che l’inglese sia la scelta giusta o la migliore. Semplicemente mi piace di più. Molto di più. Al di là del suono che secondo me si adatta meglio al tipo di musica che scriviamo, mi attira anche la libertà d’interpretazione che la lingua anglosassone lascia all’ascoltatore.

Siete partiti con un sound che aveva una forte componente elettronica per poi virare verso suoni più duri, fino ad arrivare a sfiorare il doom nel vostro nuovo lavoro. Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro dei Captain Mantell?
Sicuramente cambieremo ancora il nostro sound. La variabilità è la costante del nostro stile. Anche se fondamentalmente trovo che il songwriting sia coerente dal primo all’ultimo lavoro. E’ solo il vestito che cambia. Troveremmo limitante dover suonare sempre uguali a noi stessi.

Let it down – video

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