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Un treno che non deraglia: intervista ai Foja

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Nella pausa tra soundcheck e concerto, abbiamo intervistato Dario Sansone, seduti su un palchetto nel backstage della Casa della Musica a Napoli. Una chiacchierata informale, mentre tecnici, ospiti della serata e gli altri componenti del gruppo si accalcavano intorno al buffet e ci passavano accanto per offrire vino e vivande o per unirsi a noi in una discussione a tutto campo sulla musica dei Foja.

‘O treno che va, musica perfetta per lunghi viaggi in autostrada, quando al riparo dei finestrini si grida a perdifiato, com’è andata questa prima parte del tour e dove va il treno dei Foja?
Sansone: Me fa piacere quest’immagine dei viaggi. Il tour va molto bene, molto molto bene, c’è sempre affetto nei nostri confronti, derivato fondamentalmente dalle canzoni più che dal look, è evidente [ridiamo, ndr]. Le canzoni riescono a fare un ponte tra noi e le persone, anche le date fuori dalla Campania sono state per noi fonte di energia, c’era tanta gente e tanta gente che cantava. Il treno dei Foja non deraglia.

Il nuovo album è ricco di influenze: Gennaro è fetente, la storia di una vita incompresa, ricorda Il mare di Pino Daniele, parlateci del vostro rapporto con uno dei più rilevanti autori dell’ultimo quarto del secolo scorso a Napoli.
Sansone: Si tratta di un rapporto di amore chiaramente, perché ci siamo nati noi della nostra generazione, sono dell’81. Mi ricordo nella macchina di mio padre Mascalzone latino, le cassette, poi dopo sono andato a ritroso, tramite i miei zii. È stato un artista immenso che ha lasciato un’enciclopedia e noi siamo figli di questo modo di scrivere, questo modo di fondere suoni differenti con la lingua napoletana, lingua attuale e moderna, quindi il nostro rapporto è sicuramente di devozione, nella misura in cui ognuno ha la propria identità, la propria storia.

Le staffilate del mandolino di Luigi Scialdone marchiano con segni variegati il sound della band e sembrano richiamarsi proprio all’esperienza del primo Daniele, come si rinnova la tradizione?
Sansone: Innanzitutto essendo se stessi, piantati con le radici nella propria identità però con una grande voglia di andare oltre, in un’altra direzione, credo che questo sia il gioco.
Scialdone: Per quello che mi riguarda, la tradizione si rinnova cercando di essere dentro le cose che fai, anche il mandolino va utilizzato non tanto pensando ai richiami ma a quello che funziona in quel momento nel pezzo, anche una semplice nota che deve dare quel quid in più. La tradizione è semplicemente un amore per quello che fai sempre.

In Aria ‘e mare chitarra e mandolino suonano come una versione mediterranea del folk d’albione da Maggie May di Rod Stewart a Fat man dei Jethro Tull, è un bagaglio condiviso o la zampata di un singolo componente della band?
Scialdone: Assolutamente! Amo molto quel tipo di folk progressive quindi i richiami sono palesi e non voluti perchè ormai fanno parte di me, vengono da tutto quello che ho ascoltato e che abbiamo ascoltato
Sansone: Abbiamo un impianto molto anni ’70 come band.
Scialdone: Io però sono un po’ più prog di loro.
Sansone: Anch’io ne so, però! Ho ascoltato Genesis, King Crimson, UFO, Wishbone Ash, inoltre siamo stati anche figliocci degli Osanna per un periodo, ci invitavano sempre a suonare al festival Afrakà, agli esordi.

Il suono desertico di alcuni brani ci porta in America, seguendo quali strade?
Sansone: Tutto è partito anche dalla passione per la musica che ascoltavamo nel periodo in cui siamo nati, il grunge, che ha avuto poi dei viaggi distorti con Mark Lanegan dopo gli Screaming Trees. Ha compiuto un viaggio un po’ desertico, alla Tom Waits. È un tipo di musica molto radicata nel terreno, una cosa che si sposa bene con Napoli, magari… noi abbiamo il mare e non abbiamo il deserto, però abbiamo le spiagge! [ridiamo,ndr]

Sì, abbiamo le spiagge, infatti Famme partì sposa armonie caraibiche e poi si chiude con un acido indiano preso in prestito ai Beatles di Within You Without You. Il gusto della citazione sembra più presente qui che nei vostri primi lavori, cosa è cambiato?
Sansone: E’ Sepe, è Sepe, anche nell’altro intervento di Daniele in Buongiorno Sofia c’è un citazionismo beatlesiano, perché c’è un trombino che richiama Penny Lane sul finale [lo canticchia, ndr]. I Beatles sono imprescindibili più di Pino Daniele, perdonatemi, per qualsiasi band, per qualsiasi compositore. Parliamo di quelli che sono riusciti a fare pop, rock-pop, rock-blues-pop, folk, tutto con un gusto innovativo, utilizzando orchestre, fiati, con una ricerca anche sonora eccezionale: Ah, se potessi avere orchestra e fiati per tutto un disco, farei Sgt Pepper’s [ridiamo, ndr] Scialdone: “Sergio e Peppe” [ridiamo ancora, ndr] Sansone: Ci ho anche pensato, però i costi di produzione sono troppo elevati per pagare un’orchestra per un disco intero e scrivere gli arrangiamenti.

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Nina e ‘o cielo, mostra un lavoro sui suoni e sulle tastiere che va al di là della vostra consolidata veste acustica, c’è una precisa volontà o si tratta di accorgimenti trovati in studio?
Sansone: Parliamone col nostro fonico storico, che ha prodotto l’album assieme a noi. Le tastiere di Nina e ‘o cielo le ha scritte lui, quei synth partono dal suo gusto, io non ci avrei mai pensato. Stavamo cercando delle cose, abbiamo molto ascoltato l’ultimo album di Beck, forse è partito tutto da lì.
Chessa: E’ una domanda facile, e io non so rispondere alle domande facili [scherza, ndr]. Non parlerei solo di Nina, quelle sonorità appartengono anche ad altri brani. Sono organi piuttosto effettati che esulano dal concetto classico dello strumento che si aveva anche negli anni ’70; li si può ritrovare nel percorso intero del disco. Nina è un episodio ma non è totalmente distante dalle scelte fatte in altri brani, come Buongiorno Sofia, ma forse trattandosi di una ballad, più vuota, più scarna, certe sonorità e l’immaginifico elettronico emergono più facilmente.
Sansone: Potrebbe anche essere una via nuova, perché a noi piace cambiare.
Chessa: Infatti, tutto il disco è assolutamente una via nuova, piaccia o non piaccia. Il risultato principale in questo disco è che i Foja sono riusciti ad evolversi dal punto di vista musicale e produttivo senza creare un mostro totalmente avulso da ciò che c’era prima. Chiunque può ascoltare il disco precedente e poi questo trovando continuità. Questo è il segreto di questo piccolo successo.

Tante le collaborazioni nel nuovo album, dall’armonica di Edoardo Bennato all’assolo torrido di Ghigo Renzulli, come sono nati questi incontri?
Sansone: A un concerto dei Litfiba gli abbiamo fatto ascoltare un pezzo e gli abbiamo detto: “Ghigo, a noi piacerebbe riportarti a casa“, perché lui in realtà è di origini avellinesi, quindi il Mediterraneo ce l’ha, nella discografia dei Litfiba ci sono pezzi come Tammoria che hanno quella sonorità. In quel brano poteva starci malamente [ridiamo, ndr]. Anche dal vivo, Ennio, il nostro chitarrista riproduce quel suono nell’assolo, un suono che canta.
Renzulli ha sempre fatto cose cantabili, se pensi a El diablo, Regina di cuori, Fata Morgana i riff di chitarra sono semplici e cantabili.
Chessa: E’ il suono italiano, Morricone. Quel concetto in cui il tema è sempre più importante del contorno. Si parte dal tema per costruire intorno sonorità e arrangiamenti: è la scuola italiana!

Naturalmente sono molti gli ospiti partenopei e varie le vostre collaborazioni con altri musicisti di questa città, da Tarall & Wine a Capitan Capitone. Premesso che trovo detestabili definizioni come “Newpolitana” o “Neapolitan Power”, credete che esista davvero una scena napoletana, e cos’è? Ne fate parte?
Potrei mai risponderti in maniera negativa?! Più che altro esistono gli amici, per esempio con quel pazzo schizzato di Tommaso Primo mi sento spessissimo, mi manda i messaggini alle due di notte, mi scrisse un’e-mail commovente quando uscì ‘O sciore e ‘o viento, non lo conoscevo e mi fece emozionare. È tutto spontaneo e naturale, è una scena fatta di amicizia, quando diventerà sporca credo che ne uscirò, quando diventerà affarismo. Ho citato Tommaso, ma potrei citarti anche Francesco Di Bella. Con Gnut ho condiviso casa, Sepe lo sento tutti i giorni, Colella idem, Sollo… non ne parliamo proprio! In questo momento le persone, a prescindere dalla musica, si frequentano, anche se non stiamo tutti i giorni a suonare assieme.

Dunque più che di scena potremmo parlare di “circolo culturale”?
Sansone: “Culturale” mi sembra una parola grossa anche perchè di solito parliamo di leggerezze… scherzo, in questo momento c’è la volontà precisa di fare emergere da questa città un lato nobile che non sia sempre legato a fatti di cronaca, ma legato al fare la canzone napoletana, semplicemente.

Dario, in un video canti Dummeneca seduto sulle scale di un palazzo, una dimensione di vissuto quotidiano e anche di serenità che anima molte vostre canzoni, segno di un legame inscindibile dei Foja con Napoli, come vivete questa città?
Sansone: Quello è il palazzo dove lavoro tutti i giorni. È un palazzo storico a piazza del Gesù dove hanno girato Matrimonio all’italiana e L’oro di Napoli, sede della nostra etichetta nonché di Mad Entertainment che è la mia seconda anima, perché faccio il disegnatore da una vita e lavoro nel campo del cinema di animazione. Dunque questa città la viviamo tutti i giorni.

La leggerezza e l’ironia sono una delle armi migliori dei Foja, tanto nelle composizioni quanto nel modo stesso di presentarle al pubblico, penso a quello e ad altri video o addirittura a scherzi come quello orchestrato con Sepe su Facebook …
Sansone: Quello secondo me è stato un grande momento di analisi dei social media. In realtà è stata un’idea di Sepe, che diceva sempre [lo imita pesantemente, ndr]: “appena esce il disco, dobbiamo litigare su Facebook“. Io non sono un grande frequentatore dei social quanto Daniele che è veramente fortissimo a livello di ufficio stampa [ridiamo, ndr]. E da lì, il putiferio!

Da Rak a Stefano Incerti, la musica dei Foja viaggia con le immagini, che differenze tra animazione e cinema con attori in carne e ossa?
Sansone: Quello con attori in carne e ossa è una rottura [ridiamo, ndr], quello di animazione è molto più divertente perché non è la realtà, che spesso non è una cosa bella. L’animazione contiene in sé l’anima, dare anima alle cose è una magia. Non sempre i film con le persone reali hanno anima. Le cose fatte col cuore sono sempre belle. Io non farei mai l’attore, ne La parrucchiera abbiamo fatto undici ore di riprese per dieci minuti di film e se penso a come devono vivere gli attori, non essere se stessi per interpretare altre persone, credo sia dura psicologicamente; una cosa anche legata all’immagine pirandelliana della commedia, è una tarantella! Adesso stiamo lavorando a un film nuovo che si chiama Gatta Cenerentola di cui sono uno dei quattro registi e in cui c’è una canzone nostra. Un lavoro che parte dall’archetipo di Basile per diventare altro. Ci lavoriamo da un anno e mezzo e ormai mancano un paio di mesi per chiudere. C’è molto dialetto napoletano ed è un film che ha aria internazionale che proviamo ad avere anche noi musicalmente. Del resto, Napoli è una città internazionale, sono i napoletani che a volte si autoghettizzano, fanno una bandiera del non muoversi dalla città. Al contrario, penso ad autori come Francesco Di Bella che ha la fortuna e la grande capacità di scrivere, anche in italiano, con una delicatezza e una poesia che ne fanno uno degli ultimi poeti che io conosca, il tempo e la storia gli daranno ancora più merito di quello che ha avuto.

Sepe dice “faccio musica come ho i dichi a casa“, e voi quali dischi conservate gelosamente?
Sansone: The dark side of the moon, come disco, come vinile, se lo senti ancora oggi è moderno, quei suoni … che diamine hanno combinato quelli, bah! Poi Neil Young, Harvest è imprescindibile. Un Murolo ce lo metto, un Carosone ce lo metto sempre e un Beatles, Sgt. Pepper’s, perchè secondo me è stato una follia, è folle!

‘O treno che va – Video

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