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Rock in Idro DAY 4 @ Arena Joe Strummer (BO) 02/06/2014

livereport_rockinidroDAY4_EMA_201406-01Quando la musica live diventa compagna di un’intera giornata, quella giornata non la si dimenticherà facilmente. È il bello dei festival che trasportano il pubblico in una dimensione differente dal semplice “concerto”: c’è l’attesa, il luogo, la gente, la birra sotto il sole, i tempi della giornata scanditi dal timing delle band che si alternano sul palco. I festival musicali consentono di vivere una o più giornate in modo differente scacciando ogni altro pensiero dalle menti.
Il Rock in Idro è quest’anno l’unico festival italiano composto da intere giornate di musica e non singoli concerti distribuiti in un arco di tempo più lungo (si ostinano a chiamarli festival quando invece sarebbe bene definirle “rassegne” di musica). Traslocato da Milano a Bologna, il Rock In Idro porta nel capoluogo emiliano un programma vario ma ben definito e suddiviso per generi musicali: la prima giornata dedicata all’elettronica (evento annullato dagli organizzatori a causa del maltempo), la seconda all’insegna del punk-rock e folk, la terza con la celebrazione del metal (si dice che gli Iron Maiden abbiano realizzato uno sfacelo), e l’ultima giornata mirata a dare spazio alla musica rock “alternativa”. Proprio quest’ultima giornata è quella che si sta per raccontare in questo personalissimo resoconto.
Il mio Rock in Idro è iniziato intorno alle 11 del mattino, perchè secondo me le giornate di festival vanno vissute in questo modo, dall’inizio, come se si trattasse di una gita (non esiste che ad un festival ci si vada per una o due band per poi lamentarsi che hanno suonato poco: il festival è da prendere nel suo complesso). Poco dopo le 12 i cancelli sono stati aperti ai primi agguerriti in fila, pronti a mordere per tutto il giorno la rovente transenna sotto il palco; per altri come me che si sono comodamente sistemati più indietro inizia l’attesa con birra, panini, carte, freesby e quant’altro possibile per divertirsi e godersi la giornata di sole e musica.
La giornata musicale inizia con un po’ di anticipo rispetto al timing previsto. Sono solo le 13.50 circa ed i giovani What a funk?! fanno il loro roboante ingresso con chitarre distorte, batteria potente, canto selvaggio ed un look particolarmente aggressivo. A petto nudo i tre italiani mostrano la pelle completamente dipinta rendendo il loro aspetto spettacolare ed accattivante. La loro musica, originale mix di funk, grunge e hardcore, tende però ad apparire un po’ monotematica tra un brano e l’altro.
Dopo questa apertura dedicata ai vincitori di un contest, è giunto il tempo per la prima band in cartellone: We are scientist. Simpatici, divertenti, con il loro indie-rock solleticano il pubblico (ancora pochino, a dire il vero). A seguito dell’esibizione il cantante appare tra il pubblico nel mezzo dell’Arena, e tra due chiacchiere e qualche foto con i fan può gustarsi il set dei connazionali The Brian Jonestown Massacre.
La band californiana colpisce immediatamente per i bei suoni e l’appeal sixties. Dalla loro parte hanno stile e bravura a testimonianza di una lunga carriere, ma non posseggono quel paio di brani forti che potrebbero far veramente innamorare il pubblico.
Dalla West Coast alla Scozia: The Fratellis, tra la frizzante chitarra, la forte presenza della tastiera ed una batteria molto dinamica, riescono a far saltare sotto il palco. Conosciuti anche dal pubblico meno esperto per una manciata di brani immancabili nei party dei locali “indie”, con un’attitudine più rock-folk di quanto immaginassi, divertono ma non sconvolgono: il chitarrista vorrebbe essere Jack White ma non lo è e per questo gli tocca suonare alle quattro del pomeriggio.
Tutta un’altra storia, invece, è quella di Miles Kane, vero e proprio astro nascente del rock inglese. Lui e la sua band sono un’esplosione di energia tra il vintage e la modernità. La sua musica coinvolge, fa saltare, ballare, cantare. Tre-quattro brani hanno avuto successo radiofonico anche in Italia, ma tutti quelli proposti nel suo set sono in realtà dei potenziali singoli. Impossibile stare fermi, impossibile non apprezzare la bravura di tutti i musicisti che consentono all’esibizione di riuscire in modo impeccabile e travolgente.
Dopo il portento inglese nato nel 1986 tocca ai gallesi Manic Street Preachers, band formatasi nello stesso anno. Si tratta quindi di una band storica con un passato molto controverso e che non ha mai goduto del successo planetario pur avendo tutte le carte in regola. Brani a cavallo tra il pop ed il rock, con testi spesso impegnati e melodie morbide ed orecchiabili. Dopo sedici anni sono tornati in Italia per questa unica data nella Penisola, soddisfando i fan più navigati e presentandosi al pubblico più giovane che sarà di certo stato incuriosito dall’esibizione e dalla loro storia.
livereport_rockinidroDAY4_EMA_201406-02Tutto un altro live è quello dei Biffy Clyro, forti di un giovane fan club italiano davvero calorosissimo che a distanza di pochi mesi li accoglie nuovamente a Bologna. Il successo che la band scozzese ha ottenuto negli ultimi anni è frutto di un grande lavoro ed un’intensissima attività live che li ha portati come headliner al Reading/Leeds Festival nel 2013. Il loro set è spumeggiante, ammiccante, feroce e delicato al contempo. C’è davvero tanta bravura in questi ragazzi che propongono un mix musicale che si presta splendidamente a festival e stadi. Il pubblico apprezza, sostiene, e scopre un’empatia che fin’ora non si era vissuta nell’Arena. Una bella bandiera italiana (omaggio del fan club alla band) è prima ben esposta sul palco e poi avvolta attorno al collo di Simon Neil al momento dei saluti. I Biffy Clyro sanno farsi voler bene, e sembrano anche genuini.
Dopo il pogo ed il canto in coro durante il live dei Biffy Clyro, parte del pubblico che prima era rimasto sulla collina si avvicina per vedere ed ascoltare una band che ha fatto la storia. I Pixies sono nuovamente in Italia a poca distanza dalla pubblicazione del discusso nuovo album Indie Cindy.
La band di Frank Black sa il fatto suo, è innegabile. Alcuni brani in scaletta sono strepitosi (Monkeys gone to heaven, Where is my mind?, ovviamente) ma anche estremamente vari perchè ripercorrono una carriera intera. Il risultato è un ottimo concerto celebrativo ma poco efficace sui neofiti. La voce di Black è magnifica nella sua durezza, le distorsioni feriscono a morte il cuore, ma solo chi è già stato infettato qualche decennio fa riesce ad apprezzare veramente.
La serata si sta per concludere con il concerto probabilmente più atteso da un po’ tutto il pubblico. Scampato definitivamente il rischio pioggia annunciato da nuvoloni sempre più vicini e da telefonate di amici che a pochi chilometri di distanza si sono trovati sotto ad un fortissimo acquazzone, può iniziare il live dei Queens of the stone age.
Il palco, allestito in pochissimi minuti non è dotato di particolari scenografie se non diverse luci sostenute da strutture tubolari di colore rosso. Tutto è rosso, persino uno sgabello ed un tappeto posato sul palco (lo si è visto solo mentre è stato srotolato, e forse il suo unico scopo era quello di riflettere il colore sui corpi dei musicisti). Un countdown di 60 secondi anticipa l’ingresso della band che allo scoccare dello 0 fanno scattare le note tonanti delle chitarre.
La musica dei Queens of the stone age è un bombardamento micidiale che sconvolge ma non abbatte, al contrario fomenta, carica, inneggia ad una reazione uguale e contraria. Il pubblico esplode in salti e pogo, alzando un polverone immenso annullando la necessità di usare una qualsiasi macchina per il fumo.
L’adrenalina scorre nelle vene mentre la polvere invade la bocca ed i polmoni di chi come me si trova in mezzo al delirio.
La band americana infila una dietro l’altra i pezzi più famosi (No one knows non si fa attendere) e proponendo i migliori tra i nuovi brani tratti da …Like clockwork. La furia di Josh Homme e soci è plastica: non c’è sforzo nei loro movimenti, nella loro esibizione c’è la potenza regale di chi solo muovendo un dito è in grado di decidere le sorti altrui.
Nessuna pausa tra un brano e l’altro, una mitragliata continua di suoni potenti, chitarre taglienti e bellissimi effetti di luce.
Sono le 23.20 quando l’impareggiabile Song for the dead finisce tra gli applausi e la band si dilegua con un frettolo saluto. Dopo un istante l’apparizione di una squadra di operai con il caschetto giallo intenti a smontare le strutture scatena i fischi e le lamentele del pubblico.
Di certo sta sbagliando chi pretende due ore di concerto dei QOTSA (cosa assai rara per loro anche nelle date singole del tour), ma di certo l’organizzazione poteva prevedere questo scontento includendo un bis di due brani, concludere il tutto alle 23.30 ed accontentare il pubblico.
Il Rock In Idro si è concluso quindi questa sera con un pizzico di amaro in bocca, le spalle bruciate e tanta gioia di esserci stati comunque.
livereport_rockinidroDAY4_EMA_201406-03L’esperienza Rock In Idro è prevista anche per l’anno prossimo, e ci auguriamo tutti riesca a confermarsi migliorandosi ulteriormente. Quest’anno, a parte gli Iron Maiden che si sa portano sempre tantissimi fan, non godeva di grandissimi nomi “mainstream” che potessero riempire l’Arena (e mi pare difficile che questo non sia stato considerato dagli organizzatori dell’evento). La cosa che personalmente mi ha stupito è la poca esaltazione dell’evento in quanto tale. I festival rock spesso sono contenitori di tante realtà, attività che orbitano più o meno nel mondo dei giovani e vanno a “condire” il programma dei giorni. Nei festival del passato ed in quelli attuali europei è facile trovarsi all’interno di un villaggio con il palco protagonista ma tanti altri stand intorno: radio, riviste, sport, abbigliamento, tecnologia e quant’altro (in poche parole: sponsor commerciali). I festival europei, inoltre, sono spesso caratterizzati da un brand definito che, per quanto possa apparire mercificazione per i più integralisti, consente al pubblico di riconoscersi nell’identità di un evento… cosa assolutamente mancata al Rock In Idro.
Per quanto posso dire per il quarto ed ultimo giorno del festival, invece l’organizzazione “sul campo” è stata assolutamente impeccabile, e questo lo testimonia la perfezione cronometrica dei cambi di palco.
Il Rock In Idro può crescere. Lo speriamo tutti. Lo auguriamo al festival e a noi, pubblico appassionato che con la musica non ci mangia, ma di sicuro ci vive.
Al prossimo anno!

(Fotografie: pagina Facebook Rock In Idro)

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