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L’età d’oro del rock? Quando si sperimentava con il jazz: intervista a Steven Wilson

Steven Wilson ritorna da solista con un terzo album, The Raven that refused to sing. E ritorna sulle pagine di LostHighways per raccontarci i segreti di questo disco. Ancora una volta emerge la sua grande personalità di artista a 360° che guarda in modo critico i nostri tempi, anche dal punto di vista letterario. Ci racconta del suo amore per gli anni settanta in termini di approccio sperimentale tra rock e jazz e di questa passione che è stata la strada maestra di ispirazione per il nuovo disco. Ci ha raccontato tutti gli aspetti principali di The Raven that refused to sing, dal tema del sovrannaturale all’artwork, passando per l’analisi stessa del suono.

Il tuo terzo album da solista è basato sul tema del sovrannaturale. Ho letto negli ultimi mesi che ti eri appassionato alla lettura e alla riscoperta di classici di letteratura gotica come A christamas Carol di C. Dickens. Siccome questi libri sono stati una vera e propria critica al diciannovesimo secolo, mi chiedevo se anche dietro i brani di questo disco ci fosse una critica… alla nostra odierna società?
Certamente, si sa quanto io abbia a cuore la critica verso quest’era d’internet e televisione che ha completamente reso insensibili le nuove generazioni, annientandone la capacità di apprezzare l’arte e la musica come avveniva prima invece, in particolare negli anni sessanta e ottanta. Inoltre, in questo album ho voluto porre l’accento critico anche sul modo di scrivere e trattare il sovrannaturale in questi ultimi anni. Anche questo tema è stato affrontato con l’approccio Hollywood: le storie ed i personaggi non hanno alcun riferimento alle relazioni umane e sociali contemporanee, a differenza di quello che accadeva nella letteratura gotica classica che ha raggiunto il suo massimo splendore proprio nel diciannovesimo e ventesimo secolo. Senza dubbio i racconti e i romanzi di quel periodo hanno ispirato le storie di questo disco e lo sguardo sul mio intorno.

Il sound di questo disco è quello della tua attuale live band, dove ogni membro ha un passato nel jazz e nella fusion. Hai assemblato questa band con l’intento di creare un suono rock che fosse il più possibile libero dalla radice progressive e che fosse il più libero possibile da facili classificazioni?
Quando ho formato la band attuale il mio primo obiettivo era quello di avere musicisti con sensibilità rock e jazz. Questa mia scelta è stata determinata da una mia grande ammirazione per un’era della storia del rock che io ritengo d’oro, quella degli anni settanta dove molte band hanno cercato di fondere il jazz ed il rock. In quegli anni si potevano ascoltare band come i Weather Report e i Mahavishnu Orchestra, che cercavano di immetere un certo approccio rock nel jazz, e anche band come i Caravan, The Soft machine,  King Crimson e Jethro Tull che cercavano di sperimentare attitudine compositiva jazz nel rock. Ho voluto artisti come Adam Holzman alle tastiere e Theo Travis ai fiati perché ero consapevole delle loro radici fortemente jazz, mentre sapevo che Guthrie Govan alle chitarre, Marco Minnemann alla batteria, e Nick Beggs al basso avevano una certa propensione al jazz pur suonando avendo ben saldi i principi del rock. Ho scelto i componenti della band proprio per ricreare un suono che celebrasse quell’epoca del rock dove il jazz lo influenzava notevolmente.

Come è nata The Pin Drop?
In un certo senso è uno dei pezzi più semplici del disco, ma è stato anche il più difficile da ottenere. È molto dinamico e emana un senso costante di tensione e rilascio. Non ci sono solo uno o due motivi musicali in esso. Per quanto concerne il testo, è una delle due canzoni, insieme a The watchmaker, consecutive nel disco, sul tema matrimonio o relazione andati male.
I due brani raccontano l’inerzia che può invadere un rapporto: si può stare con qualcuno perché è comodo e conveniente e non perché ci sia amore e empatia. La canzone schiude il punto di vista di una moglie. È morta, è stata gettata nel fiume dal marito… la scena è questa: lei che galleggia nel fiume mentre canta la canzone, da oltre la morte, al di là della tomba, per così dire. È piuttosto macabro. A volte in un rapporto ci può essere tanta tensione, tanto rancore e tanto odio inespressi che la più piccola cosa può scatenare un episodio di violenza, e in questo caso, si finisce in tragedia.
In questo brano, grazie alla, band sono stato in grado di concentrarmi di più sul mio ruolo di cantante. Ho provato qualcosa di diverso, ho provato a cantare in una maniera meno contenuta, in un modo meno controllato. Sono stato molto ispirato da Nick Harper, il figlio di Roy Harper. Entrambi cantano in un modo drammatico che amo. Sì, pensavo a Nick quando ho fatto le parti vocali. Guthrie suona un assolo straordinario verso la fine. L’abbiamo inserito in una cassa Leslie. Sono un grande fan delle Leslie. La gente le associa cal passato, ma penso che liberino un suono senza tempo, meravigliosamente ricco

Come è nata l’idea di collaborare con Alan Parsons?
Alan Parsons è l’ingegnere del suono di The Raven That Refused to Sing. Ho scelto lui perché ho sempre pensato che la migliore qualità di suono nella registrazione sia di proprietà degli anni settanta in alcuni dischi come The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Poi sapevo che Alan amava alcuni dei miei lavori e quindi è stato estremamente facile proporgli di collaborare per questo terzo album. Volevo ritornare a quella purezza di suono. Lui è stato la scelta giusta!

Perché hai scelto un’opera di Hajo Mueller come copertina del disco?
Sono solito scegliere opere di fotografi per le mie copertine. Questa volta volevo qualcuno che riuscisse a riflettere in immagine le atmosfere emanate dal disco. In pratica cercavo un immaginario tipico delle illustrazioni che accompagnavano le storie di fantasmi della tradizione gotica, qualcosa che suscitasse mistero e oscurità adatti ad un pubblico giovane, come avveniva nel passato. A questo tipo di immaginario potevano rispondere solo le illustrazioni di Hajo, le sue creazioni sono perfette per le storie del mio disco.

The Raven That Refused to Sing – Video

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