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Il cerchio della creatività: intervista a Tommaso Cerasuolo (Perturbazione)

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Ci sono dischi come pagine di una storia. Una ad una sono preziosi racconti sul tempo che passa, sulla nostalgia, sull’assenza, sul cambiamento e sul gioco di prospettive per imparare a starci dentro. Dentro il tempo, ricordando nel modo più bello, che poi è riuscire a farlo rifiorire, risuonare. E poi andare avanti. Dunque, un modo per fare i conti con il vuoto che lascia e che si può imparare a leggere come parte di tutto il suo scorrere. I Perturbazione hanno sempre scritto pagine meravigliose nel tempo, trattenendone ogni volta il suono così come la loro storia ne liberava e ne inventava. Pagine dove note e parole sono sempre state una specie di magia. Questa volta hanno scelto di risuonare canzoni del mondo anglosassone, facendo delle traduzioni un gioco sottile in cui si specchia tutta la loro poetica. Sottraendo la paternità originaria di queste canzoni e lasciandosi andare all’ascolto, si ha la convinzione di trovarsi dentro un nuovo delicatissimo disco di inediti della band di Rivoli. Risuona è disponibile in fisico e in digitale dal 9 Ottobre. Ne ho parlato con Tommaso, voce storica dei Perturbazione. Fermarsi, raccontare, ascoltare… è il miglior modo per riempirlo di senso, il tempo.

Risuona è un titolo estremamente evocativo, e non soltanto indicativo. Quindi cover e molto altro che si è svelato a voi stessi durante il processo di traduzione. Parlate di intimità e trovo sia centrale perché i brani scelti vengono restituiti con tutto il sapore tipico della poetica dei Perturbazione, senza snaturali. Parlami di quest’intimità…
Sono state queste canzoni a scegliere noi, non il contrario. Perché me le sono cantate nella lingua originale, l’inglese, per molti anni prima di scoprire questo istinto giocoso, sperimentale, di provare a tradurre e scoprire una nuova musicalità e questo meccanismo creativo, fatto di fragili equilibri sintattici. Insomma le conoscevo molto bene, e la linea melodica e la metrica mi erano molto chiare. Così ho cominciato questo gioco di provare a stare nella scia narrativa, potremmo dire nella poetica del testo originale, imparando a staccarmi quando necessario, e con l’italiano è necessario molte volte, per compiere una piccola ellissi e poi ritornare a incrociare nuovamente quella scia, allineandomi nuovamente un attimo, per un vocabolo importante, un gancio potremmo dire, così da cucire una specie di serpentina attorno alla retta originale, come un serpente che si arrotola a un ramo. E ci ho preso gusto. E ho capito allora che quelle canzoni mi avevano scelto perché nella loro poetica, nei temi, nelle atmosfere richiamavano molti di quelli dei Perturbazione, ma in effetti eravamo poi noi ad aver sviluppato la nostra sensibilità partendo da quei modelli. Una cosa tipo cerchio della creatività, che rotola rotola rotola…

Negli anni ‘60 le versioni in italiano di successi stranieri imperversavano. Da dove arriva questa vostra idea di un disco di cover così ricercate?
In realtà la buona parte di quei successi degli anni ’60 erano successi all’estero, in America o nel Regno Unito. L’idea di tradurle fu un escamotage per provare a far funzionare qui in Italia canzoni che avevano grandi potenzialità melodiche e compositive, ma magari appartenevano a un determinato genere musicale legato alla cultura anglosassone e, nella visione dei discografici di quegli anni, difficile da importare in Italia. Così nacque questa moda, o sarebbe meglio dire modalità. Con risultati disparati: a volte le traduzioni hanno superato l’originale, a volte lo hanno svilito. Su tutte, per citare l’esempio di un tentativo compiuto dall’autore originale stesso del brano tradotto che finì rovinosamente, soprattutto col senno di poi, viene in mente ovviamente Ragazzo solo, ragazza sola, che David Bowie cantò nella traduzione di Mogol di Space Oddity. Sulla carta, un goal a porta vuota; nella pratica, un naufragio. Poi, invece, ci sono state anche canzoni che sono rimaste molto più degli originali. Però, in generale, c’erano parolieri di diversa caratura, ma l’attitudine non prevedeva affatto di dover in qualche modo rispettare il brano originale, che tanto non era mai stato già fatto circolare, nella gran parte dei casi, qui da noi. Il testo originale poteva fornire qualche idea da cui partire, ma si poteva benissimo partire per la tangente, come fece Mogol, senza porsi un problema ‘autoriale’. Credo che sia poi De André ad alzare l’asticella, con Dylan, Cohen, Brassens. Ma c’erano anche molti altri, Herbert Pagani, Jannacci, Lauzi, e molti altri cantautori. E comunque De André, rispetto al tema delle traduzioni, viene sempre citato per la sua frase: “Ci sono quelle brutte e fedeli, e quelle belle e infedeli”. Ovvero: anche cercando di rispettare l’originale, senza una forma di tradimento non può esserci traduzione che tenga, nelle canzoni. Noi comunque arriviamo 50 anni dopo. E nel frattempo, chi ha lavorato con la traduzione in Italia (sono molti, ma citiamo Ron, Vasco, Venditti, Battiato, Bersani, ecc) si è dovuto confrontare con il limite maggiore che ha questa operazione: più la canzone originale è famosa, e con famosa intendo iconica, più la traduzione diventa impervia. Non riesce a risuonare nella nuova forma. Dunque, per risponderti: sono state queste canzoni a scegliere noi, non il contrario. Proprio perché sotterranee, o al limite, nel caso di Only You degli Yazoo, l’unico brano in scaletta che goda di ampia popolarità, popolari ma sottopelle, un po’ coperte dalla polvere del tempo.

Quali sono i brani che, in fase di traduzione, sono diventati particolarmente autonomi rispetto all’originale? Parlo di un’autonomia che non significa distanza, ne faccio una questione di stile e scrittura che non tradisce.
Mi viene da risponderti: un po’ tutti. Tradurre canzoni è come giocare con i lego. Hai una costruzione che ti affascina e non hai il libretto delle istruzioni. Per un motivo misterioso, vuoi smontarla, come fanno i bambini, e poi provare a ricostruirla. Ma non hai foto, hai solo la memoria di quella costruzione. Così prendi tutti quei pezzi e ti metti a ricostruire, e alla fine avrai la tua astronave, o il tuo palazzo, o la tua macchinina, che ricorderà quella originale, ma non sarà mai come quella. Sarà la tua versione.

Più di tutti, Interpol, Nada Surf e Notwist sono i momenti più meravigliosamente stranianti. Dimmi com’è stato entrare nei loro mondi e portarne via gli ingredienti giusti da miscelare nel vostro…
Stai menzionando tre brani che in effetti lasciano più spazio interpretativo. In Killian’s Red l’inizio è narrativo: c’è un pub, il protagonista sta aspettando qualcuno, che però non verrà, è il momento di pagare e andarsene, rinunciare all’attesa. Ma dopo il brano si apre e si entra in un flusso di coscienza. Stessa cosa per gli Interpol. I due protagonisti sono insieme in una stanza, ma c’è anche una terza presenza impalpabile. Un amante, oppure il dubbio su un futuro insieme. Da lì in avanti, di nuovo flusso di coscienza… In questi testi c’era maggior margine interpretativo, perché sono proprio i testi originali ad essere più criptici, tant’è che mentre traducevo sono spesso andato a curiosare nelle chat delle comunità che dibattono sul significato dei testi delle canzoni, tipo songmeaning punto eccetera, e per alcuni versi ci sono decine o centinaia di interpretazioni. Il che dimostra proprio il fatto che gli autori originali sono stati più oscuri, più enigmatici, più eterei. Quindi c’era ampio spazio per essere noi stessi, nella traduzione.

Perturbazione_(ph. Luigi De Palma) (2)_bSottraendo la paternità delle canzoni e focalizzando l’ascolto soltanto sull’esperienza del momento, sembra di essere in un nuovo disco tutto dei Perturbazione. C’è stato un momento preciso in cui hai realizzato che questa rilettura stava andando in una direzione molto speciale?
Circa due anni fa. Dal 2019 al 2021 ci eravamo inventati un piccolo format, per divertirci, solo su YouTube, è ancora lì sul nostro canale, lo chiamammo Songbook. L’idea era: giochiamo con gli anniversari di band e artisti che amiamo e con cui siamo cresciuti e facciamo le cover più disparate, per restituire lo spirito di una band qualunque in sala prove. Camera fissa, rec tutta in presa diretta di noi che ri-suonavamo quei brani. Ecco, in quel piccolo format finirono anche un paio delle diverse traduzioni che avevo accumulato negli anni. A un certo punto ci domandammo se pubblicare quel materiale, così, grezzo com’era stato registrato, senza produzione, in forma discografica. Fu allora che elaborai il pensiero: di quelle cover alcune hanno più carattere personale, altre sono un gioco, un tributo, nulla di più. E tra quelle più personali, quelle tradotte brillavano di luce propria, avevano un carattere estremamente personale. Insomma, sembravano canzoni nostre.

“Ci sono canzoni che partono da un’immagine. Le parole vengono dopo”. Così hai introdotto la metafora della finestra come limite per l’intesa tra due persone in Quel che non ho più (Only you). Quali altre immagini di questo disco puoi raccontarmi?
Ce ne sono tantissime… Beh, per esempio, in Il tuo ex, ovvero Your Ex Lover Is Dead degli Stars, il taxi è fondamentale nella storia: per qualche motivo i due ex, che si ritrovano casualmente attraverso una conoscenza comune, sono costretti per un viaggio in taxi insieme, fuori piove e nessuno dei due ha una via di fuga per il tempo della corsa. Come un ascensore. Tutto questo, nonostante i giochi con la sintassi, doveva essere restituito e mantenuto, e nonostante in inglese questa serie di istantanee sia più semplice da rendere, per via dell’essenzialità della lingua, così ritmica e sintetica.

Conoscendo i Perturbazione, la componente nostalgica, per una fase della vita o della musica, ha avuto un peso notevole nella scelta delle canzoni. I ricordi più particolari a cui sono associate?
Ricordo benissimo quando Rossano ci mostrò per la prima volta il videoclip di Your Ex Lover Is Dead, in sala prove, e rimanemmo folgorati, ancora nella formazione in sei, per me fu amore a prima vista e a primo ascolto con gli Stars, in particolare con quella canzone e con la citazione nel video di Se mi lasci ti cancello, ovvero Eternai Sunshine of The Spotless Mind (anche qui, una storia di traduzione, in questo caso davvero orribile, di un titolo), che poi è proprio un film sulla nostalgia e sulle sue trappole.

La selezione delle canzoni racconta gli ascolti di ognuno di voi. Quali vi accomunano e quali invece sono state nuova linfa da condividere? Insomma, chi ha scelto cosa?!
La maggior parte delle canzoni in realtà le ho proposte io, perché fanno parte del mio ‘bagaglio interiore’, sono il mio singbook, quel quadernone in cui tengo tutte le canzoni che mi hanno colpito e ho cominciato a mandare a memoria, come una specie di rosario. Le cantavo già in inglese a me stesso… Ma quando abbiamo formalizzato fra noi l’idea di realizzare un album solo di traduzioni, allora si è instaurato un dibattito interessante, un sacco di suggerimenti, per esempio Conseguenza (Consequence) dei Notwist l’ha suggerita Cris, e all’inizio non riuscivo a venire a capo del ritornello, ma poi ci sono riuscito ed è stato un regalo. Però per ciascuna di queste dieci canzoni ci sono decine di tentativi falliti, perché tradurre è un’arte di equilibrio, e non sempre è possibile arrivare a un risultato finale, per molte ragioni diverse. Alla fine la traduzione deve risuonare di suo, altrimenti è meglio rinunciare.

Raccontami il filo rosso tra i brani e la sequenza in tracklist, se c’è.
Il filo rosso l’ho capito alla fine. È il tema dell’assenza, già così presente in (dis)amore. Ovvero di cosa ce ne facciamo del buco che ci portiamo dentro dopo un’assenza. Per un po’ di tempo, ci sentiamo derubati. Ma con un po’ di fede e fortuna, potremmo essere noi stessi la tessera capace di colmare quel vuoto. Non parlo solo di relazioni sentimentali, intendo gli affetti in generale, i genitori che sono venuti a mancare, amici scomparsi, e anche proprio quel vuoto che respiriamo intorno, socialmente, ogni giorno in cui ci viene ripetuto che l’unica cosa di cui dovremmo fidarci è la paura. Le canzoni di Risuona sono tutte canzoni di personaggi che stanno affrontando un’assenza, e spero ci possano aiutare, fornire in qualche modo delle chiavi, ciascuna diversa dall’altra, per sbloccare il meccanismo che ci porta a capire che l’assenza non è un vuoto, ma piuttosto il vuoto che in una scultura aiuta a definire i pieni, le masse.

Quali sono stati i brani più insidiosi da ri-suonare?
Vieni qua, ovvero C’mere degli Interpol. Non rendeva cercando di assecondare l’arrangiamento graffiante dell’originale. Dopo un po’ che eravamo lì a tentare di capire come affrontarla, ci siamo detti: perché non proviamo a darle un sapore proprio come se la stessimo risuonando negli anni ’60? Facciamo finta di essere al Piper… L’abbiamo spinta in quella direzione e infine abbiamo trovato un equilibrio. Killian’s Red dei Nada Surf anche, perché abbiamo capito che rallentandola leggermente e aprendo molto riverberi e delay della chitarra acquisiva un retrogusto che ricordava Disintegration dei Cure, un disco con cui siamo proprio cresciuti…

Questo disco pone nuovamente i Perturbazione a confronto con il tempo attraversato, ma con una consapevolezza diversa. Mi parli del “suono di questo tempo” che oggi vi identifica?
Più scarno, più essenziale. Anche il tempo da dedicare a noi stessi come gruppo, inseguiti dai lavori di ciascuno, le famiglie, gli affanni, si è fatto più sottile, come ghiaccio che si scioglie, inevitabilmente. Perciò cerchiamo di fare una cosa per volta, farla al meglio e se possibile godercela senza dover inseguire sempre nuovi fantasmi. Il mondo e i nostri giorni sembrano perdersi nella frammentazione. Dunque ritrovare un suono essenziale credo rispecchi il bisogno inconscio di essenzialità del tempo contemporaneo.

ph Luigi De Palma

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