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Daddy’s Home – St. Vincent

Daddys-Home-st-vincentUna costante e picevole sensazione di inafferrabile deja vù, data da una rilettura attenta e autentica di un periodo ben preciso, quello dei dischi amati dal padre di Annie Clark, uscito finalmente dal carcere nel 2019 dopo dieci anni di detenzione. Un omaggio programmatico che non sfiora neppure da lontano un’operazione nostalgia, né tantomeno la copia anastatica, restando nell’ambito vastissimo della personale visione di St. Vincent, che ha dichiarato esplicitamente:  “I just went back to these records that my dad introduced me to as a kid. All the Stevie Wonder stuff from basically ’71 to ’76 […] Talking Book and Innervisions, and then all the Steely Dan sh-t from the early ’70s. And just that sound of New York, when the dream of the ’60s was over“. Il richiamo così esplicito a Stevie Wonder spiega in parte la predominanza di tastiere vintage, l’orchestrale mellotron, il sognante wurlitzer, il funky clavinet, a caratterizzare il suono organico dell’album, ma è anche lo specchio di una passione che scorre sempre nella musica di St. Vincent, anche quando pare sommersa sotto coltri di elettricità e feedback. Non è dunque un caso che le prime incisioni dell’album siano state effettuate ai leggendari Electric Ladyland Studios di Jimi Hendrix. E non a caso la prima traccia Pay Your Way In Pain inizia con un frammento di jam che sembra venire dai vecchi solchi di un vinile del ’73, fatto di piano funky e coretti sincopati conditi da slide soffuse, che lascia subito il campo a un elettronica sintetica che è il trait d’union con le performance live del tour di Masseduction e i suoi musicisti/fantocci feticisti. Un vibrante groove cresce fino al graffiante epilogo che è una sofferta e drammatica richiesta, “I wanna be loved“, e un urlo lancinante e liberatorio della bellezza di 20 secondi. Ed è così che ondeggiano sinuose le armonie retrò di Down And Out Downtown, mossa da un sitar alla Steely Dan e le percussioni del fido Jack Antonoff, e la title-track Daddy’s Home col suo coro blues da sirene ammaliatrici, i licks ammiccanti, e la disperazione per un’impossibile fuga: “We’re all born innocent, but some good saints get scrеwed / Well, hell, whеre can you run when the outlaw’s inside you?“. Live In The Dream è il nucleo incandescente dell’album, il lato oscuro della luna liquefatto in un arpeggio narcotico tratto da Us and them, è il mare di balsami profumati in cui naviga una voce meravigliosamente dolce e possente, che ammalierebbe la stessa ciurma di Ulisse munita di opportuni tappi alle orecchie. “Hello“. Is there anybody in there, viene da completare istintivamente, ma non siamo lì, non ancora, e la frase si chiude con l’altrettanto evocativo “do you know where you are?“. Le coloriture sotto traccia delle tastiere, la cadenza in quattro quarti del miglior Mason, il basso fluttuante e solido, un accordo di chitarra acustica spennellato in ogni singola nota, creano un tappeto di pura gioia sul quale danza disinvolta e libera la chitarra di St. Vincent. Già nel primo brevissimo solo pulito l’omaggio al tocco vibrante e passionale di Gilmore dalle parti di Atom Hearth Mother è più che evidente, ma è nel secondo e più esteso intervento solista che Annie Clark offre forse la miglior rilettura mai udita delle storiche frasi del chitarrista dei Pink Floyd, con quei bending calibrati e spiazzanti, che salgono in verticale fino al limite della dissonanza, le digressioni aggressive e i glissati blues che non smarriscono mai la direzione melodica, che testimoniano più di ogni altra prova la padronanza dello strumento raggiunta dalla musicista di Dallas. Vetta cui fa subito eco l’assolo in espansione cosmica di The Melting Of The Sun che si muove sui territori di un rock gospel compreso tra i Rolling Stones di Let it bleed (1969) e Black and blue (1976), che racchiudono in un certo senso l’orizzonte cronologico di riferimento dell’album. Dove ogni tanto ci s’incanta a fissare improvvisi flashback, visioni di un passato perduto, lontani Humming (Interlude 1) che risvegliano ricordi sepolti, dai quali emergono ballate dolenti, venate di sensuale rimpianto come The Laughing Man e il suo dolce paradosso: If life’s a joke, then I’m dyin’ laughin’. E come avrebbe fatto il folletto Prince nei primi anni ’80, quel bagaglio di ascolti confluisce nel groove funky di sapore gustosamente black di Down, con refrain calante e coretti frizzanti che scivolano nella spirale di Humming (Interlude 2), trovando all’altro capo la morbida introduzione acustica di Somebody Like Me, mentre strizza l’occhio a un cantautorato newyorkese alla Cat Steven per trasportarci poi tra le melodie sognanti di Carole King e Joan Armatrading, mentre risuona purissima la voce di un dramma esistenziale (“Does it make you an angel / Or some kind of freak / To believe enough / In somebody like me?“), chiudendo in un cocktail di candide note di slide che luccicano al sole tra lirici gorgheggi. Malgrado i chiari riferimenti e le numerose citazioni, My Baby Wants a Baby è l’unica semi-cover dell’album, che prende in prestito il tema di Morning Train (9 to 5) di Sheena Easton e lo scioglie in un caldo liquore soul che riverbera nel puntuale coro in controcanto e guizza nei metallici spruzzi di una chitarra sitar. Si tratta del preludio a una serenità ritrovata, una passeggiata tra i viali alberati di New York al tardo pomeriggio con il cuore gonfio mentre si va finalmente insieme …At The Holiday Party, al ritmo di un morbido shuffle con caldi inserti di fiati di orchestre rock figlie dei Chicago e dei Blood, Sweat & Tears. Ed quindi un piacere tornare a casa e intonare Candy Darling, tenera ninna nanna che annuncia l’uscita di scena  di Humming (Interlude 3), degna di Stephen King, “In the park, he didn’t show up / You take a high note and I’ll join a chorus / And all my ghosts will keep hauntin’ you“. Non importa quanti fantasmi ci perseguiteranno, continueremo a unirci al coro di St. Vincent.

Credits

Label: Loma Vista – 2021

Line-up: Annie Clark: vocals (1–8, 10–13), guitar (1-8, 10–13), sitar guitar (1, 2, 4–8), modular synthesizer (1), acoustic guitar (2–5, 8, 10–12), lap steel (2, 5, 7), bass (2, 12), Wurlitzer (4), keyboards (7), Mellotron (7, 10), vibes (7) – Jack Antonoff: drums (1–8, 10–13), percussion (1, 5, 8), bass (1–8, 11–13), Wurlitzer (1–4, 6–8, 10–12), guitar (1, 4, 13), background vocals (1), synthesizers (3), Mellotron (4, 10, 13), piano (5), clavinet (5, 12), clavichord (8), acoustic guitar (12) – Thomas Bartlett: piano (1, 10), Wurlitzer (2–5, 8, 13) – Cian Riordan: drums (1, 5) – Lynne Fiddmont: background vocals (1–8, 10–13) – Kenya Hathaway: background vocals (1–8, 10–13) – Evan Smith: saxophones (2, 3, 10, 12), flute (2, 10), guitar (2), synthesizers (2), clarinet (10), horns (11) – Sam KS: drums (2, 10), congas (2) – Patrick Kelly: bass (10) – Greg Leisz: pedal steel (10) – Daniel Hart: violin (10) – Michael Leonhard: horns (12)

Tracklist:

  1. Pay Your Way In Pain
  2. Down And Out Downtown
  3. Daddy’s Home
  4. Live In The Dream
  5. The Melting Of The Sun
  6. Humming (Interlude 1)
  7. The Laughing Man
  8. Down
  9. Humming (Interlude 2)
  10. Somebody Like Me
  11. My Baby Wants A Baby
  12. …At The Holiday Party
  13. Candy Darling 1:55
  14. Humming (Interlude 3)

Link: Sito Ufficiale Facebook

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