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La carezza del Papa

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Ai padri castello, che ti senti al sicuro e loro sono anche il fossato e i coccodrilli, anche se il mondo se ne frega, ma loro sono così.
Ai padri innamorati, che insegnano alle loro bambine come un uomo deve amare una donna, ai loro bambini come un uomo deve amare una donna, ai loro figli come un uomo deve amare.
Ai padri stanchi, di poche chiacchiere, di smisurate intenzioni, dagli sguardi integri e fermi, solidi come roccia e delicati come certe bugie.
Ai padri che saresti capace di morire per loro, ma dovresti imparare a vivere senza di loro (fosse facile, dice); padri che sarebbero capaci di morire per te, ma conoscono l’accanto, i frattempo, quel tenere per mano senza spezzare le dita.
Ai padri che non sanno più essere altro che padri e puoi girarci attorno come vuoi, ma loro si sono fermati lì ed è una fortezza il posto dove hanno scelto di sostare.
Ai padri che ci provano, tutti quanti, nessuno escluso.
Ai padri dei figli non nati, capaci di amarli come li avessero messi al mondo.
Ai padri selva, selvatici, andati via per rimanere.
Ai padri madre, che tutto è possibile, ma ci sono cose che non ha saputo spiegarvi nessuno.
All’imperfezione, le ostinate preghiere, a chi vi tiene per mano e spesso non ve ne accorgete.
Alla forza necessaria, oggi più che mai.
Buona festa del papà, padri miei: vi ho visti perdere, conquistare, ritrovare, credere.
Continuate a crescere, non smettete, non fatelo mai.
Buona festa del papà, padri miei.

 

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