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Il secondo, storico album del Dirigibile

Led Zeppelin - Live in BostonQuante band negli ultimi cinquant’anni hanno sognato di iniziare un proprio album con un riff tanto semplice quanto immediato, fluido, granitico e dinamico come quello di Whole lotta love che apre come un tornado il secondo album dei Led Zeppelin, pubblicato il 22 ottobre del 1969 dalla Atlantic Records.

L’album s’intitola semplicemente II, e una semplice numerazione progressiva segna i primi quattro della band, senza fronzoli e diretti, un poker d’assi schiaffato in faccia all’intera scena del british blues revival, un colpo dal quale nessuna band resterà indenne (nemmeno guitar hero del calibro di Beck e Clapton riusciranno più, a dispetto delle lunghe e gloriose carriere, a metter su una band duratura, compatta e prolifica come i Led Zeppelin).

L’idea iniziale per il nome della band, suggerito da Keith Moon, era Lead Zeppelin. Lead, piombo, metallo pesante. Ma non c’è nulla di ‘pesante’ nei riff di Page & Co. La definizione heavy metal calza meglio per Deep Purple e ancor più per i Black Sabbath, qui, invece, dinamica, velocità, ritmo, innovazione ed estro contano più di trame oscure e saturazione: in tal senso gli Zep sono la quintessenza del futurismo. Poco importa se la materia prima dell’album sia il blues, né importa se un giro armonico, un verso o un fraseggio siano stati ‘presi in prestito’ liberamente senza dichiararlo nei credits dell’album, il tribunale ha già dato ragione agli autori defraudati. Il punto è un altro: forti di una competenza eccellente nel genere, i Led Zeppelin, come solo Hendrix prima di loro, hanno l’ardire di trasformare una musica ‘traditional’ in qualcosa di assolutamente nuovo. Indubbiamente Whole Lotta Love si basa pesantemente su You Need Love, scritta da Willie Dixon per Muddy Waters sei anni prima, ma dov’è il riff in quella versione? Dove la corposità rotonda del basso di John Paul Jones? Il drumming forsennato di John ‘Bonzo’ Bonham, che unisce l’irruenza pirotecnica di Keith Moon con gli audaci e violenti ‘pestaggi’ sui tom di Ginger Baker? Dov’è quel magnifico glissato del ritornello che scivola acido su una batteria quasi in controtempo? Dov’è l’escursione psichedelica, complice la produzione di Eddie Kramer, in un mondo di venti burrascosi e gemiti sessuali? L’assolo netto, affilato e conciso di Page? È vero, il testo ricalca in più punti You Need Loving, dall’esordio degli Small Faces (1966), e proviene da lì l’intero fraseggio di Plant, culminante nell’acuto finale, ma si tratta solo di un ingrediente che attende una ricetta speciale per essere gustato a pieno. In fondo è proprio in questa abilità alchemica che risiede il segreto dei Led Zeppelin. Dunque, anche se la legge ha decretato il contrario, dal punto di vista strettamente artistico qui il plagio non c’è (neppure un grande come Dixon può dire di aver inventato il blues). Quasi col presentimento della polemica che sarebbe scoppiata, il brano seguente si intitola What Is and What Should Never Be, ed è tutta un’altra storia. Una strofa accidiosa da suonare su una spiaggia caraibica, col suo basso suadente, la pennata leggera e l’assolo alla slide, si scontra con un ritornello su accordi calanti, teso, sincopato e dal forte impatto, come le frustate laceranti della coda. The Lemon Song è un altro dei brani incriminati, inteso da più parti come un plagio di Killing Floor di Howlin’ Wolf, ma ancor più del brano apripista dell’album, si mostra prepotentemente come un rifacimento radicale e non un plagio. Il falsetto sensuale di Plant è quanto di più lontano si possa udire dal timbro roco ululante del più anziano bluesman. Il dinamico walking bass di Jones dialoga alla pari con la chitarra calda e pastosa di Page in un duetto memorabile che non ha nulla a che vedere con il blues della Chicago anni ’50, né con le rivisitazioni filologiche di un John Mayall. Thank You mette a fuoco il tema della ballata solare, inaugurato da Your time is gonna come nell’album di esordio, un sonetto delicato come la dodici corde di Page che scorre come acqua di fonte sulle morbide atmosfere dell’organo Hammond suonato da Jones. Heartbreaker ha un riff più articolato e teso, studiato per le doti tecniche di Page, che dopo la falsa chiusura del brano si produce in un autentico ‘solo’ che inizia quasi con timore reverenziale prima di abbandonarsi ad una cascata straripante di note fluide e collose, taglienti e pulite, nitide e sporche a un tempo. È un’orgia alla quale il resto della band non può trattenersi dal partecipare in una discesa furiosa a rotta di collo verso il riff iniziale e un rozzo finale che introduce l’immediato attacco, come in un medley, di Living Loving Maid (She’s Just a Woman) che col suo riff scazzato e la sua spregiudicatezza punk, è indie rock ante litteram, facile e diretta come un bicchier d’acqua. Ramble On, dopo l’eseperienza col misticismo orientalista di White mountain derivato dagli ultimi Yardbirds, traghetta la band sulle sponde della Terra di mezzo di Tolkien, al cui immaginario fantasy, senza mai nominarlo esplicitamente, sembra ispirarsi l’idea avventurosa e bucolica del viaggio. La balena bianca, Moby Dick, irrompe sulla scena con un perfetto giro hard-rock-blues, tanto compatto, fluido, efficace e fresco da superare a piè pari tutte le prove fatte dai Cream fino a quel punto. Un trio in forma smagliante che dopo l’esplosione all’unisono lascia posto al lungo assolo di Bonzo, che dà una prova energica del suo stile ruvido e complesso. E si finisce per tornare alle radici blues della band con Bring It On Home, con tanto di armonica gracchiante alla Sonny Boy Williamson, note stoppate e la più classica delle chiusure blues, che riportano all’Illinois del decennio precedente. Ma il dirigibile non può fermare il suo volo e nel mezzo del brano inserisce la sua negazione con un riff deflagrante (come non pensare a quanto farà molti anni più tardi Jack White) che sconquassa tutto e proietta il rock nel futuro.

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