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Sostanza e coerenza: intervista ai Marlene Kuntz

intervista_MK_IMG1_201605Il 20 Aprile, in occasione del concerto al Locomotiv Club di Bologna, abbiamo incontrato i Marlene Kuntz. Una pausa obbligata durante il sound check ci ha offerto una mezz’ora di parole nell’attesa dell’arrivo di un nuovo pedale necessario sul palco. Come sempre con noi di LostHighways, Cristiano Godano e Riccardo Tesio sono stati disponibili e cortesi, pronti ad uno scambio sincero e non banale.
Qualche ora dopo la nostra chiacchierata è andato in scena lo spettacolo rock dei Marlene Kuntz.
Sul palco del Locomotiv da sinistra verso destra si scorgono le sagome controluce di Riccardo Tesio (chitarra), Cristiano Godano (chitarra e voce), Luca Lagash Saporiti (basso) e alle loro spalle, nascosto dal suo strumento, Luca Bergia (batteria).
Il suono è potente, più che rabbioso lo si potrebbe definire “selvaggio”. Le nuove canzoni, come La città dormitorio, Fecondità, Narrazione e Lunga attesa, si uniscono ai brani più datati (L’odio migliore, Care è la fine, A fior di pelle) a formare un unico tessuto sonoro caratterizzato da una trama variegata ma inconfondibile e coerente, quella dei Marlene Kuntz. Il genio, con il suo coinvolgente giro di basso, insieme a Leda, dal gusto fresco e piccante, sono i brani che coinvolgono fisicamente il pubblico in modo maggiore. Paolo anima salva sorprende per un canto corale da parte della platea, quasi alla pari della sempre splendida e conclusiva Bellezza.
C’è però un altro brano rivelatosi capace di sconvolgere il pubblico per via della sua potenza musicale oltre che per la forza evocativa del testo. Lo stesso Cristiano ci aveva avvisato sul finale della nostra intervista… e aveva ragione! Scorpitelo leggendo!

Galleria fotografica di Emanuele Gessi

Specialmente all’uscita della notizia, il titolo Lunga attesa ha caricato di impazienza i fan. Durante i lavori del disco anche voi l’avete vissuta come una “lunga attesa”? Non vi immagino impazienti di concludere le registrazioni. Sbaglio?
Cristiano: No, il titolo è semplicemente in diretta connessione con il testo della canzone omonima. Quando abbiamo pensato a questo titolo ci è sembrata una bella immagine, ed ovviamente abbiamo poi pensato a quello che voi giornalisti avreste poi ricamato, ma il vero significato risiede nel testo della canzone e lì va cercato.

Quando è iniziato il lavoro del disco e quanto è durato? I brani sono tutti “freschi” o alcuni sono usciti da qualche cassetto?
Cristiano: L’inizio e la coda proprio del brano Lunga attesa nascono da un’idea dalla quale noi tirammo fuori Ineluttabile (Ho ucciso paranoia, 1999 – ndr), quindi si parla di tanto tempo fa. Abbiamo riascoltato una registrazione work-in-progress di Ineluttabile, che fu scartata, e ne abbiamo ripreso quelle parti. Per il resto i brani sono nati in due periodi ben precisi: prima del “tour di Catartica” e poi una seconda fase dalla quale sono venuti fuori Un attimo divino, Sulla strada dei ricordi e Narrazione.

Molti hanno parlato di un ritorno al passato per i Marlene Kuntz. A mio parere è vero a metà perché al contrario ci sono alcuni dettagli nuovi importanti. Ad esempio il canto in Narrazione: è la stessa musica ad aver spinto queste modifiche o una sperimentazione voluta?
Cristiano: Un po’ entrambe queste componenti. Una parte è legata al mio naturale tentativo di non ripetermi. Come buona parte dei miei colleghi, i cantati li faccio imbastendo un’idea vocale su una linea melodica, buttando dentro del finto inglese e parole anche a caso, in modo istintivo. Ho deciso, invece, che alcuni testi fossero pieni di tante parole. E’ una fascinazione che ho e da buon fan di Nick Cave adoro quando alcuni suoi testi debordano e sono torrenziali, quasi ad arrivare ad essere declamati. Volevo uscire dallo schema che mi impongo sempre, con soddisfazione, della precisione ritmico-eufonica. Una nostra fan mi ha rinfacciato di essere andato vicino alla prosa, ed in realtà è proprio quello che volevo: sono esperimenti, perché è anche quello il compito dell’artista. Inoltre il rap mi piace, soprattutto quello straniero. Quando leggo sui siti di uscite interessanti vado ad ascoltare; tutti i Marlene sono rimasti colpiti da Kendrik Lamar, ma non solo lui perché ce ne sono molti che mi piacciono. So anche bene che il pubblico rockettaro da questo punto di vista è un po’ troppo conservatore: spesso c’è un manicheismo che ci fa drizzare i capelli.

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Anche musicalmente direi che abbiate viaggiato guardando solo nello specchietto retrovisore. Cosa c’è di nuovo in Lunga attesa?
Riccardo: Visto dal retrovisore direi che c’è solamente la questione dell’arrangiamento. In molti dischi, per raggiungere un determinato suono, abbiamo cercato di aggiungere strumenti al nocciolo mai mutato di due chitarre, basso e batteria. Quando si aggiungono strumenti, altri devono concedere un po’ di posto facendo un passo indietro, quindi un suono armonicamente più ricco spesso è meno chitarristico. Questa volta il passo indietro è stato fatto dagli altri strumenti, con il ritorno delle chitarre in primo piano.
Un’altra caratteristica è che si tratta di un disco concepito in sala prove, quindi ha un impatto molto vicino all’esecuzione dal vivo. A livello di arrangiamenti, per via di questa immediatezza, è sicuramente più semplificato di altri.
In studio però abbiamo cercato di lavorare bene i suoni: a parità di ingredienti, tra questo album ed un disco anni ’90, la differenza è abbastanza evidente.

Infatti la cosa che personalmente più mi colpisce è proprio la cura e la bellezza dei suoni. L’ascoltatore di oggi, specie se giovane, si abitua molto facilmente ai suoni liquidi elettronici perdendo il feeling con la vibrazione delle corde e delle pelli. Il vostro disco è completamente privo di quelle “modernità”: perchè? Precisa scelta controtendenza o semplicemente “non era necessario”?
Riccardo: In modo molto banale e sincero posso dire che dopo il tour di Catartica abbiamo deciso di partire proprio da quella situazione molto asciutta che avevamo nelle corde. Più volte ci siamo interrogati sulla necessità, o meno, di inserire qualche tastiera, e abbiamo anche provato… ma alla fine tra pochi elementi, se c’è del buono, questo riesce a risaltare ancora meglio. Ci piaceva anche l’idea che il risultato fosse un po’ “fuori moda”. Non sono molti i gruppi ora a muoversi così.

In passato eventuali riferimenti nei testi (letterari, storici e culturali) erano evidenti, mentre in Lunga attesa questo manca (oppure non sono stato in grado di coglierli). Come sono nati i testi e da quali stimoli?
Cristiano: Ero onestamente stufo di leggere della “piega intellettuale” di Godano… su di noi scrivono di tutto, e noi ovviamente ce ne freghiamo il giusto, però questa cosa mi dava fastidio e così mi sono imposto di non citare nulla. Alla fine in realtà mi sono autocitato perchè in Sulla strada dei ricordi ho fatto un testo meta-letterario dove cito una serie di canzoni dei Marlene Kuntz.

Trovo particolarmente centrato con l’attualità il testo di Narrazione. Nella frase “realtà che ci disintegra” ci vedo il bombardamento di notizie alle quali diventiamo immuni fin quando non scoppiamo (“il fiato populista della pancia”). Questa è un’interpretazione corretta? C’è un qualche fatto specifico che ha funzionato da innesco per la scrittura del testo?
Cristiano: Sicuramente c’è stato un fatto specifico ma che ora purtroppo non ricordo. Le intuizioni spesso vanno chiarite: senti dentro che hai una bella idea ma se non la approfondisci poi magari svanisce e non sei in grado di resocontarla a degli interlocutori. E la visione che hai detto tu è quella giusta: rifletto sulla potenza non trascurabile della narrazione ricollegandosi all’archetipo del mito. L’uomo ha sempre avuto bisogno di fare alcune cose, tra le quali il narrare e il sedimentare le fascinazioni intorno alle narrazioni che poi si tramandano. Per contrasto, con la rete e la televisione, in congiuntura ad un contesto sociale teso con numerosi accadimenti negativi, ci troviamo spesso bombardati da informazioni che ci rendono assuefatti portandoci alla perdita di empatia. Penso quindi che l’empatia sia ancora possibile trovarla in contesti narrati nei quali riusciamo ad emozionarci. Ad eccezione di quegli idioti che negano anche i campi di concentramento, come dico nel testo, un film sui deportati ci suggestiona tutti di fronte ad un fatto umano che viene narrato e sviscerato in modo profondo.

La narrazione porta anche a tempi diversi, più lenti, che favoriscono il ragionamento…
Cristiano: Sì, visto e considerato che viviamo in una società molto accelerata, per questo è necessaria.

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Anche il tema di Fecondità condanna lo sproloquio incontrollato. Questo in particolare, nel mondo del “commento veloce” via web potrebbe essere considerata una causa persa. “Molto sa chi non sa, chi tacere sa”, suona simile a quanto già detto anche in Ricoveri Virtuali e Sexy Solitudini (2010). Quello della conversazione futile è un tema ricorrente, quindi importante per te?
Cristiano: In Ricoveri virtuali avevo bisogno di spurgare quella cosa e l’ho fatto con una sorta di isteria non diversa da quella con la quale ho scritto Festa Mesta. A chi ha sorriso pensando “Godano perde tempo con queste stronzate” potrei rispondere che in modo identico ho perso tempo anche a scrivere dell’idiota protagonista di Festa Mesta! Ma sai, quando vai a toccare certi nervi scoperti poi sei oggetto di contrattacco. Nel caso di Fecondità il ragionamento è più largo. Il silenzio è prezioso. Talvolta, quando non si ha qualcosa di concreto da dire, sarebbe bene non parlare. Con la rete invece tutti tendono ad autorizzarsi a buttarla lì, di pancia. Penso che Umberto Eco non avesse torto; ovviamente in rete ci sono anche persone che dicono cose intelligenti, ma temo siano una minoranza.

Il canto di Formidabile pare rivolgersi ad una generazione che fatica a trovare spazio. Il testo di questo brano poteva essere scritto anche ai vostri esordi, e si sarebbe rivolto per lo più ai 20enni del tempo mentre oggi credo lo sentano proprio gli attuali 30enni. Guardando al mondo della musica, invece, ora rispetto a 25 anni fa, ci sono veramente più possibilità per far emergere il talento?
Cristiano: Dipende cosa vuol dire far emergere il talento. Se significa farlo emergere gratis, sicuramente sì; se significa farselo riconoscere retribuito, allora no. Ovviamente questo non lo dico solo io: recentemente mi sono imbattuto in un’intervista fatta a Kim Gordon dei Sonic Youth che su questo tema è stata un po’ evasiva ma poi ha detto: “Io non so come facciano i gruppi di oggi a sostenersi”. Ci troviamo tutti costretti dal fatto che su internet la musica venga presa gratis; noi abbiamo una fan base, ma i gruppi nuovi fanno più fatica.

Spesso ho la sensazione che in Italia la vostra generazione musicale, quella che per intenderci anagraficamente riunisce MK, Afterhours, Subsonica, Tre Allegri Ragazzi Morti, per citarne alcuni, sia l’ultima capace di una tale longevità. Vedete anche voi questo scenario?
Cristiano: Questo è quello che sta accadendo, ma sicuramente qualche band che ora si trova al secondo disco arriverà pure al decimo. Arrivare al decimo disco ed essere una band la cui nuova uscita fa ancora parlare i media (a parte qualche sito sporadico che non se la vuole cagare “e chi se ne frega dei Marlene Kuntz”… ridicoli!) credo sia un miracolo, di cui vado molto orgoglioso.
Riccardo: Devi comunque pensare che anche vent’anni fa c’erano molti gruppi e pure a quei tempi non era facile durare. Certamente ora possiamo dire che qualcuno, di quella generazione, ci è arrivato…

Senza nulla togliere ai vostri meriti, mi viene da pensare che proprio per delle condizioni al contorno la situazione ora sia diversa, quindi lo sarà di conseguenza il futuro delle attuali band.
Cristiano: Sicuramente, ed è dovuto ad un milione di motivi per i quali si dovrebbe fare un’analisi molto precisa.
Riccardo: Semplificando molto il discorso, una delle ragioni potrebbe essere il fatto che emergere ai nostri tempi richiedeva dinamiche più lunghe. Chi riusciva in questo si era già sbattuto molto in precedenza, aveva sviluppato un percorso ed un immaginario. Ora, quando questo avviene, il passo è più breve. Un progetto magari ancora solo abbozzato trova spazio ma non si sa quanto lo si potrà portare avanti. Prima ci mettevi più tempo a costruirlo, ma il progetto che emergeva era già solido.

In passato, anche da singoli, avete realizzato diversi progetti: sonorizzazioni, spettacoli uniti alla danza, pubblicazione di libri. Di questo, ed altro, c’è qualcosa che bolle in pentola?
Cristiano: Alla fine dell’anno probabilmente valuteremo se con Marlene sarà il caso di fare un piccolo break… stiamo suonando ininterrottamente da vent’anni! Poi non so se riusciremo davvero a farlo, perché la smania di suonare ce l’abbiamo sempre. Posso dire che questo è l’unico approccio di progettualità che abbiamo in questo momento nel vivo del tour al quale seguirà anche quello estivo. Poi vedremo.

Parlando di stasera, di quanto accadrà sul palco: qual è il brano che dal vivo siete certi stupirà tutti?
Cristiano: Il mio pezzo preferito del disco è Niente di nuovo anche se non mi sembra che dia quello che deve dare, forse perchè il pubblico ascolta molto quello che viene detto ma io lo sento anche un brano molto groovie, da ballare. Per ora l’esperienza ci insegna che il pezzo più impattante sia Sulla strada dei ricordi: wow… vediamo la gente inchiodata!

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