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Regard sur le passé – Classica Orchestra Afrobeat

recensione_classicaorchestraaftobeat-regard_IMG_2015051958, la Guinea riacquista la sua indipendenza ponendo fine al dominio francese. Sono anni di fermento e palpabile entusiasmo che vedono la nascita di varie formazioni musicali, prima tra tutte la Bembeya Jazz National che nel 1969 realizza il suo progetto più ambizioso: Regard sur le passé, album che mette in musica l’eroica epopea di Almany Samory Touré, fondatore dell’impero Wassoulou e fiero oppositore della penetrazione coloniale francese in Africa occidentale, morto in esilio il 2 giugno 1900. Gli antichi canti (Keme Bourema) che ne raccontavano la storia, tramandati oralmente dai griot mandingo (l’equivalente dei trovatori europei), diventano nella rilettura del gruppo guineano l’occasione per modernizzare la tradizione musicale dell’Africa sub sahariana (è il balafon di Djeli Sory Kouyate a reggere la struttura dei brani) attraverso una felice contaminazione con influenze caraibiche, grazie ai fiati di Sékou Camara e Achken Kaba, e aperture pop nella strumentazione elettrica, specie la chitarra riverberata di Sékou Diabaté.
9 giugno 2013, al Teatro Alighieri di Ravenna va in scena la Classica Orchestra Afrobeat, combo di ben dodici musicisti di formazione classica con la passione per l’Africa (già testimoniata dall’album di esordio, Shrine on you. Fela goes classical, che rendeva omaggio a Fela Kuti), per l’occasione allargata a Baba Sissoko, nel ruolo di narratore e percussionista, e a Sekouba Bambino (già membro dei Bembeya Jazz, sul finire degli anni ’80), melodioso interprete dei canti veri e propri. Lo spettacolo presentato è un arrangiamento orchestrale di Regard sur le passé, scritto a quattro mani da Marco Zanotti (presente nella duplice veste di batterista e direttore) e Valeria Montanari, un’epica musicale in tre movimenti che raccontano, tra recitativi, canti e commenti strumentali, altrettante fasi della vita di Samory Touré: giovinezza e ascesa, lotta e trionfi, tradimento e morte. Li separano due interludi che costituiscono la parte più ‘classica’ del concerto, pescando nella tradizione italiana tardo rinascimentale e barocca: una sinfonia lieve di Salomone Rossi per trio d’archi e oboe e una popolare passa calle di Andrea Falconieri, composizione da eseguire letteralmente ‘per la strada’.
La performance è diventata un album che per sua natura poteva essere eseguito solo dal vivo, di durata quasi doppia rispetto all’originale omaggiato, che già nel preludio manifesta la solarità raffinata del progetto, il felice e gioioso incontro tra un ensemble classico da camera e un combo afrobeat, l’Europa e l’Africa sub sahariana. Rispetto all’originale del gruppo guineano, il suono è privo della chitarra piena di eco, tipicamente sixties, di Sékou Diabaté, mentre i passaggi briosi dei fiati vengono risolti dagli archi, dal clarinetto e finanche dall’ocarina e dalla fisarmonica che aggiungono, anche nel fraseggio, un pizzico di tradizione popolare italica all’insieme. Ne risulta una versione inevitabilmente più strutturata (vicina all’eleganza del malese Toumani Diabaté), dove comunque non mancano improvvisazioni dei vari solisti (drammatizzazione strumentale del racconto), laddove il combo sub sahariano riusciva in una più viscerale ostinazione rituale. Ma già il solo leggere i nomi dati alle sezioni che compongono il concerto trasmette quelle ricche emozioni codificate dalla teoria degli affetti barocca, qui esplicitamente richiamata: Strumentale pomposo, Preambolo dolce, Inno solenne, Presentazione fiorita, Gioventù frizzante, Keme Bourema spavaldo, Battaglia concitata, Vittoria spensierata, Notte evocativa, Vittoria allegra, Notte distesa, Alba di speranza, Pericolo incerto, Cattura fatalista, Allegro festoso. Il secondo movimento è quello che maggiormente mette in evidenza le caratteristiche percussive della matrice africana dei brani, pur essendo quello più distante dall’album dei Bembeya, in particolar modo Battle i cui i tamburi di guerra, suonati da Anna Palumbo e Cristiano Buffolino, lasciano spazio al solo prolungato di Baba Sissoko al tamani, tamburo malese a clessidra meglio noto come talking drum, che consente ardite modulazioni nelle mani del virtuoso musicista: e l’Africa prende forma col suo sapore primordiale e remoto, risvegliando gli strati più antichi del nostro essere, conquistandoci.

Credits

Label: Sidecar – 2014

Line-up: Alessandro Bonetti (violino, mandolino) – Anna Palumbo (percussioni, fisarmonica, balafon) – Cristiano Buffolino (percussioni) – Cristina Adamo (flauto, ottavino) – Elide Melchioni (fagotto, ocarina, piffero) – Fabio Gaddoni (violoncello) – Francesco Giampaoli (basso, contrabbasso) – Marco Zanotti (batteria, direzione ) – Rosita Ippolito (viola da gamba) – Silvia Turtura (oboe) – Tim Trevor-Briscoe (clarinetto) – Valeria Montanari (clavicembalo) – Baba Sissoko (voce, tamani) – Sekouba Bambino (voce)

Tracklist:

  1. Prelude
  2. Presentation
  3. Hymn
  4. Youth
  5. Interlude – Sinfonia a 4
  6. Keme bourema
  7. Battle
  8. Victory
  9. Interlude – Passacalle
  10. The dawn of the new day
  11. Betrayal
  12. Legacy

Link: Sito Ufficiale, Facebook

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