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Rock of Ages: tra la purezza e il business

Certa America ama il musical. Un preciso filone del cinema di quelle parti ama così tanto il musical da trasformarlo in film, ovvero in qualcosa di più fluido e commerciale, volendo. Attenzione, per commerciale non intendiamo un senso basso e massificante!
Nel 2012 è toccato ad un pezzo molto fortunato della storia di Broadway. Ci ha pensato Adam Shankman con Rock of ages. Un concentrato esplosivo di tutto ciò che la musica degli anni ’80 è stata capace di essere, tra trasformismi ed eccessi declinabili in nomi di band che hanno toccato tutti noi, senza alcuna via di scampo!
Si tratta di una commedia godibilissima, divertente. Già, divertente e nel pieno di quella leggerezza che ha il retrogusto della riflessione, però.
Una galassia di cliché che vi ricorderanno che negli anni ’80 ci siamo passati assimilando, volenti o nolenti, tutto della loro dinamica folle e calcolata!
C’è dentro la verità: il locale che deve sopravvivere, la rockstar sul viale del tramonto che tenta la carriera solista, l’emergente che se le gioca tutte, la giornalista che indaga con piglio sicuro e ci casca, il manager spietato, le discografiche e la minipolazione del gusto, la volontà sacra del pubblico.
Un film apparentemente srotolato in chiave comica, ma con un senso critico importante.
Si prova a dare un a risposta alla domanda sulla presunta morte del rock. Attenzione, è tra le righe. E per questo vale la pena vedere questo film. Purezza: la parola che divide il mondo in buoni e cattivi, sognatori e demoni perversi…
Un Tom Cruise STREPITOSO!

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