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The dark side of Johnny Cash

covercashJohnny Cash (1932-2003) è una delle figure più importanti nell’ambito della musica popolare americana, con il suo inconfondibile timbro di voce profondo e baritonale ha attraversato stagioni, mode e stili musicali, restando sempre fedele a se stesso.
Il tratto incisivo del disegnatore tedesco Reinhard Kleist illustra la vita movimentata del Man in black della musica country – soprannome che Cash guadagna per vestirsi sempre di scuro a sostegno dei detenuti che scontano la propria pena in carcere – attraverso un fumetto che ripercorre gli episodi più significativi della rocambolesca vita del cantante. John R Cash nasce in Arkansas da una numerosa famiglia di agricoltori, fin da bambino conosce la dura condizione degli abitanti dell’America sudista, dedita alla coltivazione e alla raccolta del cotone.

Anche lui, per dare una mano ai suoi, lavora nei campi dove per rendere meno faticoso il lavoro s’intonano i gospel e gli spirituals cantati in chiesa la domenica, o le canzoni country ascoltate alla radio: “Non devi avere vissuto in povertà per diventare un musicista country di successo, ma può esserti d’aiuto” (Cash. I can see a darkness, p. 29).
Nel 1950 si arruola in aviazione, svolge una parte del servizio militare in Germania dove acquista una chitarra e impara a suonarla da autodidatta. Subito dopo il congedo, nel 1954, sposa Vivian Liberto. Gli sposi decidono di trasferirsi a Memphis, “la mecca della musica” (p. 47). Due anni più tardi Johnny ottiene il primo contratto con la leggendaria Sun Records di Memphis e insieme agli altri due componenti del suo trio, i Tennessee Two (il chitarrista Luther Perkins e il contrabbassista Marshall Grant), incide singoli per l’epoca rivoluzionari come Hey porter, Get rhythm, I walk the line e Folsom prison blues, che gli procurano subito notevole popolarità imponendo uno stile originale e ritmato, a metà tra country e rockabilly.
Alla Sun Records ha modo di incrociare le altre stelle emergenti della scuderia: Elvis Presley, Carl Perkins e Jerry Lee Lewis, con cui nel ’56 collabora al progetto del Million Dollar Quartet. È proprio il successo e le enormi attenzioni che cominciano a fioccare su di lui che lo disorientano. Dietro l’aria da burbero Cash nasconde una psicologia ancora fragile e immatura che lo porterà a fare uso di sonniferi per riposare meglio e di anfetamine per riprendersi velocemente. Inoltre l’uso continuo di droghe e l’abuso di alcool e sigarette costringono il musicista ad annullare numerosi concerti perché completamente afono. A ciò si aggiungono gravi problemi familiari – il fallimento del matrimonio con Vivian – e guai giudiziari, nel 1965 infatti viene arrestato a El Paso (Messico) per introduzione illegale di pillole di anfetamina, mentre nel 1967 viene salvato da un collasso per overdose: Cash deve risalire dopo aver toccato il fondo!
Il nuovo capitolo della vita di Cash, ormai disintossicato e finalmente sobrio, coincide con il III capitolo della nostra graphic-novel: Gennaio 1968, quando davanti ad un pubblico di duemila detenuti, sorvegliati naturalmente da guardie ben armate, Cash si esibì in una performance scintillante, una delle migliori della sua carriera, che fu immortalata nello storico LP Johnny Cash at Folsom Prison. È suggestivo come Kleist riproduca con il suo tratto elegante il boato del pubblico dei galeotti, quando dopo le presentazioni di rito il cantante dà il via allo spettacolo proprio con Folsom Prison blues. A chiusura interpreta Greystone Chapel, un brano composto da Glen Sherley (un suo fan galeotto detenuto nel carcere di Folsom, quasi una specie di alter-ego del cantante). Una data fondamentale per Cash, per questo Kleist la veste di tanta solennità.
Le amorevoli cure della seconda moglie June Carter Cash, discendente della gloriosa dinastia musicale americana della Carter Family nonché collaboratrice artistica di Cash in concerto e poi in studio, lo riportano sulla retta via, ma i dischi dei primi anni ’70 raccontano di un lento ma inesorabile declino artistico.
Bisogna attendere il 1994 per assistere alla sua piena rinascita artistica. Sotto l’egida del produttore Rick Rubin, l’etichetta American Recordings pubblica, abbastanza a sorpresa, il nuovo album di Johnny Cash. Il disco si intitola semplicemente American Recordings e diventa immediatamente il portabandiera della label. È scarno, pacato, soltanto la voce scura e profonda del nostro accompagnata da una chitarra acustica appena accennata, ma possiede una forza interiore talmente dirompente che tutti gridano al miracolo. La critica rimane abbagliata da tanto carisma, anche il pubblico gradisce, le canzoni riescono ad avere qualche passaggio radiofonico. Nasce così la straordinaria tetralogia di album che da lì al 2002 vanno a comporre il suo testamento musical-spirituale imponendolo all’attenzione del pubblico “giovane” e fruttandogli numerosi Grammy Awards.
Nelle ultime tavole di questa dettagliata biografia tracciata da Kleist troviamo il cantante ormai segnato dalla malattia, seduto in giardino con una coperta sulle ginocchia che guarda avanti a sé: ci piace immaginarlo così nei suoi ultimi istanti. Cash ci lascia il 12 settembre del 2003, pochi mesi dopo la scomparsa della moglie June.
“Alla fine sono le storie che restano, non i fatti. E le storie vanno raccontate” (p. 94).

Reinhard Kleist – Cash. I see the darkness, Collana Biopop (Black Velvet Editrice, 2007; pp. 222)

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