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Un sorriso da combattimento / che mai io indossai: intervista ad Alessandro Grazian

grazian_inter001La leggera raffinatezza della Musica che ricerca le parole e le note, disponendole come un ricamo antico che conserva intatto il suo fascino a dispetto del tempo addomesticato dal ricordo. Alessandro Grazian è un cantautore che indossa il bello di un’ispirazione colta ma naturale, tende lo sguardo alle filigrane del cinema, all’ocra della letteratura, ai tratti nervosi della pittura, e viaggia immaginando storie che abbiano il controluce del plausibile accadere. Sospeso tra passato e presente, gioca al mosaico di canzoni che  sappiano  indovinare il pregio della modernità, comunque. Dalla fonte degli anni ’60 (Sergio Endrigo, Serge Gainsbourg, Luigi Tenco, Umberto Bindi) all’inventiva e ai guizzi personali, mescolando la limpidezza delle melodie e il cesello degli arrangiamenti.
Indossai (Trovarobato, 2008) è un disco che suona come una verità, come il nudo talento, e la perfetta quadratura dei cerchi. “S’y taise le monde au moins un moment”.

Indossai è il tuo secondo album. Il titolo usa ed osa il passato remoto che il progetto grafico evoca al tocco e all’occhio. Cos’è il passato per te?
Per me il passato è un immenso bacino di spunti da cui attingere, sia come persona che come artista. Questa curiosità non la vivo come una forma di culto passatista, ma come una passione molto fresca e assolutamente iscritta nella contemporaneità. Alcune cose rimangono nel passato solo perché non vengono mai vivificate da mode o fenomeni di costume. Basta pensare che un brano come Rock & Roll Music di Chuck Berry è del ’57 e un brano come Sapore di Sale di Gino Paoli è del ’63. Il rock è nato prima di quella che viene additata come “musica di una volta”, ma nessuno si sogna di dire a qualcuno che fa la cover di Rock & Roll music che fa musica vecchia.

Indossai è anche il titolo del primo brano. Cosa nasconde? E’ splendido sia nella struttura sonora che in quella testuale. Un testo lineare, agile, ferito e feroce…
Indossai è la canzone che ho composto nei giorni in cui ultimavo le registrazioni del mio disco d’esordio. È un brano al passato remoto che tra le altre cose svela il desiderio che avevo in quei giorni di uscire dall’autoreferenzialità di Caduto. Mi è sembrata da subito una canzone chiave per dettare le coordinate estetiche del nuovo lavoro: per questa ragione tutte le canzoni del nuovo disco si sono dovute confrontare con questo brano.

Cosa vuol dire la tradizione cantautorale degli anni ’60 per un artista giovane come te?
Confesso che non amo certi traguardi della canzone italiana contemporanea e così mi prendo il lusso di ascoltare le composizioni di una volta: mi piacciono di più. La musica degli anni ’60 non è la musica con cui sono cresciuto però la mia curiosità mi ha spinto a frugare nel passato e così, una volta scoperti certi autori e un certo gusto dell’arrangiamento, ho consolidato l’idea che la musica di quegli anni è per certi versi l’età dell’oro della scrittura italiana. L’idioma italiano si intrecciava meglio con quell’estetica musicale di quanto non sia accaduto poi con l’avvento del beat, del rock e della musica commerciale.

grazian_inter002Le tue composizioni spaziano tra referenti molto colti. Non ti limiti alla musica. Cerchi colori nella pittura, visioni nel cinema, suggestioni nella letteratura… come in un viaggio mentale e di cuore. Tutto questo peso guadagna la leggerezza e la naturalezza nel risultato finale.  Raccontami questa geografia dell’anima della Vecchia Europa che tu hai esplorato e reso Musica…
Ho cercato di raccontare con la musica e con le parole ciò che mi sta a cuore. In qualche modo mi sento un po’ come l’Europa centrale a cavallo tra i due secoli, svuotata da alcune certezze, attraversata da alcune spaccature e da urgenze di unità. Sono felice che il risultato finale non sia affettato, la mia intenzione non era di fare un disco pesante o eccessivamente cerebrale.

Gli arrangiamenti sono emblematici di questo sincretismo delicato e corposo…
Volevo realizzare un disco in cui l’arrangiamento fosse intrecciato ai contenuti. Ho lavorato molto per restituire un equilibrio tra le parti. Desideravo dare alle canzoni un vestito musicale molto caratterizzante dal sapore non proprio contemporaneo, puntando comunque su soluzioni e spunti freschi e non grigi.

A San Pietroburgo. Una città, un luogo fisico che però diventa immaginario. Una costruzione affascinante nell’evocazione letteraria de La donna di Picche di A. Puskin (affidata al velluto reading di Emidio Clementi)…
Con questa canzone, così poco ortodossa come struttura, ho cercato di scrivere qualcosa di evocativo, quasi cinematografico. San Pietroburgo è una città che conosco solo attraverso letture e racconti, visto che non ci sono mai stato. Per questa ragione il brano è permeato di assenze, di cose mancate. La scelta di citare La Donna di Picche non è casuale, visto che è considerato il primo testo della letteratura russa moderna ed è ambientato proprio a San Pietroburgo.

Egon Schiele. Il pittore delle linee spezzate, dei corpi inquieti in un piacere nervoso che rompe la morbidezza di Klimt. Tu dedichi a lui e a sua moglie Fiaba Rossa. Me ne parli?
Schiele  è un amore di gioventù: la sua opera e la sua vicenda umana mi hanno sempre affascinato. Schiele morì il 31 ottobre 1918 a causa della grande Influenza Spagnola, che in quell’anno causò la morte di quasi mezzo miliardo di persone in tutto il mondo. Sua moglie Edith Harms morì tre giorni prima, il 29 ottobre. Nel 2005, nei giorni in cui usciva il mio disco d’esordio, io ho compiuto 28 anni, l’età in cui è morto Schiele. Da ragazzo vedevo gli ultimi anni di attività del pittore viennese meno interessanti da un punto di vista artistico, ma tre anni fa ho cominciato a rivalutare questa sua ultima stagione creativa e ho iniziato a scrivere la canzone. Dovendo spiegare in modo didascalico il brano, le cose stanno così: siamo nelle settimane serene che precedono gli ultimi giorni di vita di Egon Schiele e di Edith Harms. Nelle strofe, ho immaginato che nella mente del pittore riaffiorino i ricordi della sua prigionia del 1912 e chieda così una consolazione alla moglie (“Un’arancia era l’unica luce” è il titolo di uno dei suoi disegni realizzati in prigione). Nel ritornello ho immaginato di cantare la loro unione: Schiele intona le parole che Edith gli ha cantato sull’altare il giorno del loro matrimonio qualche anno prima. Quelle parole dicono “L’amore ride…” e sono le stesse parole di “Und die Liebe lacht”, il falso storico che si sente all’inizio della canzone, la canzoncina che ho scritto immaginandola come un motivetto dell’epoca. Ho immaginato che la serenità portata da Edith Harms nella vita del marito sia andata di pari passo col rasserenamento della sua arte. Il canto finale “nicht gestraft, sondern gereinigt fülh ich mich!” è una frase che Egon Schiele scrisse in prigione nel 1912 e significa “non mi sento punito, ma purificato!

“Si può presentire intimamente, nel profondo del cuore, un albero autunnale in piena estate; io vorrei dipingere questa malinconia”, sono le parole che Egon Schiele indirizza a F. Hauer nel 1912. Chiasso me le ha ricordate: “ero un piccolo mosaico di malinconie”. Ti va di raccontare questo brano che definisci autoreferenziale nel suo titolo?
Chiasso è una canzone  particolare perché le strofe risalgono ad alcuni anni fa mentre il ritornello è più recente, perciò contiene insieme passato e presente. In qualche modo contrappone la malinconia adolescenziale alla seraficità adulta (o presunta maturità).

Cosa significa l’esperienza pittorica per la tua creazione musicale?
Pittura e musica sono due linguaggi differenti ma sono anche due mondi che possono nutrirsi a vicenda. Occupandomi anche di pittura, accade che certi contenuti e certe suggestioni legate all’arte figurativa  fluiscano nel mio immaginario musicale. Senz’altro l’esperienza creativa legata all’arte figurativa mi ha fornito degli strumenti mentali ed un’ attitudine che condiziona il mio modo di essere musicista.

Se ti chiedessi di scegliere dei colori per Indossai?
Sicuramente molti di più di Caduto che considero un disco monocromo.
Credo che in Indossai possano convivere colori caldi e freddi, direi rosso e blu.

Sant’Epine e Tema di Sueña sono legati alla tua passione per il teatro…
Sainte Epine e Tema di Sueña sono due brani che ho scritto proprio per uno spettacolo teatrale qualche anno fa e dal momento che lo spettacolo non ha più repliche ho deciso di salvarli dall’oblio inserendoli nel disco nuovo. Con il loro immaginario hanno contribuito a tracciare l’intenzione geografica del disco.

grazian_inter003Cosa mi dici dei tuoi compagni di viaggio?
I musicisti che suonano con me sono miei grandi complici.
Sono persone (prima ancora che musicisti) con cui amo condividere esperienze creative e di dialogo: il rapporto con il musicista a livello di turnista non mi interessa.
Mi piace pensare al risultato finale come ad un traguardo figlio di scelte avvedute e idee formalizzate anche dalla condivisione con altre sensibilità.

Indossai – Preview

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