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L’energia della ruota che gira: intervista a David Pollini (Colore Perfetto)

“Bello come quel giorno in cui tu / mi scegliesti in mezzo alla gente”. Ci sono incontri destinati a svanire nel battito d’ali dell’inutilità. Ci sono incontri destinati alla possibilità di dilatare il tempo, stringerlo, infilarlo grammo dopo grammo nell’ingranaggio del legame che impara la via del ritorno, nonostante le deviazioni e le sospensioni. Capita. Succede. Raramente. Poche volte. In un’intera vita. Tre musicisti incontrano Moltheni (alias Umberto Giardini) e il legame si compie, si svolge, non resta potenza, muta in atto. L’intesa dell’istante diventa energia creativa e linfa per nutrire sinergie che ambiscono al miscuglio di note e parole, voci e colori. Schietto, immediato, urgente… ne consegue Il debutto (La Tempesta, 2008) dei Colore Perfetto. David Pollini ci racconta una storia che ha la bellezza della semplicità, del destino che incanta ad un incrocio in un giorno qualunque, quando il verde scatta ma ci si ferma per non perdere, per non lasciar andare via. (In streaming due brani – feat. Moltheni – Un giorno qualunque e Il muro).

Il debutto (La Tempesta – 2008). Un titolo che rimanda ad un senso letterale e quindi schietto, di fatto è il vostro primo album. Un titolo che ha anche un senso altro?
No, è il significato stesso della parola. Cercavamo un titolo e alla fine la cosa più semplice e diretta è stata chiamarlo così, ci suonava bene. E poi abbiamo deciso che un domani non vogliamo avere dubbi su qual è il nostro primo disco… sto scherzando.

Qual è la storia che hanno alle spalle i Colore Perfetto, originari di quella Perugia che richiama un sorriso fatto di 34 anni a cercare un perché?
Veniamo da tre situazioni diverse. Qualche anno fa ci siamo incontrati, volevamo creare un progetto nuovo. Abbiamo provato molti altri elementi ma alla fine solo noi tre eravamo fatti per lavorare insieme. Non è stato facile rendersi conto che per noi la soluzione migliore era quella del trio. Ora ci crediamo davvero.

Se ti chiedessi di provare a descrivere i suoni e le parole del vostro disco? Intorno a quale pianeta emotivo orbitano?
Adoriamo le sonorità cupe ma allo stesso tempo le aperture melodiche. I testi parlano sempre di storie vissute… di situazioni emotive difficili che alla fine però lasciano sempre intravedere una via d’uscita: fondamentalmente è un disco che contiene positività, voglia di riscatto.

Qual è il colore perfetto, in senso lato?
Con il nome “colore perfetto” non intendiamo un colore specifico nel senso visivo del termine. Il “colore” per noi rappresenta l’intervento sonoro di uno strumento in un brano, l’atmosfera che cerchiamo di creare in un preciso momento. siamo sempre alla ricerca del colore perfetto.

La tua scrittura lancia uncini contro le pareti rocciose dei ricordi, dell’essenza, delle sospensioni. Un vago senso di amara consapevolezza delle svolte dopo la perdita…
Sì, hai centrato bene il senso. Mi piace parlare della vita vissuta con tutte le sue sfumature emotive, è l’accostamento più spontaneo che mi viene per la nostra musica. Come dicevamo prima, i testi parlano di perdite, di ricordi amari ma poi, come dici tu, c’è sempre una svolta. E’ vero, è proprio così.

Novecento proietta questa amarezza lungo una prospettiva più ampia…
Novecento tocca “tasti” a cui sono molto sensibile. La consapevolezza di vivere un periodo storico molto difficile spesso è disarmante. Stiamo torturando da troppo tempo la nostra  “madre terra”. Novecento forse vuole essere una foto indelebile nella coscienza. Una bruttura che serve a migliorare, a fare meglio…

I referenti sono diversi, vari. Il primo ascolto mi ha subito suscitato un richiamo a largo di certi spigoli dei Karate, ma come elementi tra gli altri…
Qualche anno fa abbiamo visto un concerto dei Karate e ci siamo innamorati. Vedere quel concerto ci ha spinto molto al trio. Abbiamo anche tanti altri spunti. Pj Harvey, Nick Cave, il grunge di Seattle. Attualmente siamo molto affascinati dalle produzioni che arrivano dal Canada… Black Mountain sono eccezionali.

A proposito di richiami. Il muro raccoglie la bellezza del cantato/reading di cui sono maestri i Massimo Volume. Ma quella tensione si scioglie nell’apertura finale che lancia il colore della voce di Moltheni…
E’ stata fondamentale la produzione artistica di Giacomo Fiorenza nella registrazione di questo pezzo. Avevamo già intenzione di inserire un reading e devo dire che lui ci ha convinti a interpretare il brano in questo modo. Il risultato ci è piaciuto molto. La voce di Umberto poi ha coronato tutto il lavoro. Una collaborazione nata e sviluppata in una manciata di minuti…sembra che a volte i pezzi vivano di vita propria, escano da soli.

E… esplicitamente citi un altro Nick (Immobile attendo)…
Il Nick a cui faccio riferimento è quel dannato Cave che spesso ha accompagnato i miei momenti di fuga, di illusione. E’ senza dubbio la colonna sonora che più amo avere quando mi trovo in quello stato d’animo.

Mi racconti l’incontro con Moltheni? E’ avvenuto un po’ per caso, ma ha avuto la magia degli incroci che sanno ancorarsi alle trame dei legami destinati all’energia per generare
Circa un anno fa abbiamo aperto una data del tour di Moltheni a Perugia. Durante il soundchek siamo piaciuti molto ad Umberto e lui si è subito interessato a noi e a cosa stavamo facendo. Ci ha chiesto se stavamo lavorando a un disco e se già avevamo contatti con etichette discografiche. Noi abbiamo risposto di no… si è proposto di aiutarci. Per alcuni mesi ci siamo tenuti in contatto… poi l’idea di suonare un pezzo insieme. Da lì è nato qualcosa che va oltre la semplice collaborazione artistica. E’ nato un legame fraterno.

Un giorno qualunque è un brano che spiazza, per melodia, per alternanza tra morbidezza e impeto, per un testo che gonfia verso dopo verso. Un testo di… Moltheni. Me ne parli? Come lo avete recepito nell’immediato e che sensazioni vi ha generato?
Ci siamo incontrati a Bologna per fare una prova. Umberto aveva pronto un giro di accordi e un testo. Abbiamo iniziato a suonare girando intorno a quegli accordi e poi Umberto ha iniziato a cantare. Ci è piaciuto subito. Il pezzo scorreva già bene e il testo era stupendo. Il brano ci si addiceva molto. Non smettevamo più di suonarlo. Oggi è diventato il nostro singolo.

Chi e cosa ti piace della musica d’oggi? E’ un meccanismo perfetto che ha trovato il suo guasto… e lo ignora?
C’è tanta gente in giro per il mondo che fa cose stupende. Oggi abbiamo la fortuna di raggiungere anche le realtà più piccole ma non per questo meno interessanti. Basta aprire MySpace e hai la possibilità di ascoltare tanto materiale e inserirti in circuiti musicalmente molto validi. Credo che, pur essendo tanti gli aspetti negativi della musica di oggi di cui tanto si parla, possiamo ritenerci fortunati ad avere dei canali di diffusione sempre più facili da utilizzare. Così ognuno si costruisce il proprio mondo… ognuno si circonda di ciò che più gli piace… ognuno decide di appartenere a quello che gli pare. La nostra musica è ancora molto legata alle sonorità del passato. Ci piace partire da radici più profonde e svilupparle in un modo nuovo e originale.

Un giorno qualunque/Il muro – Preview

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