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Queste luci mi portano via: Alessandro Grazian @ La Casa139 (MI) 20/10/08

“(…) ma non appena si trovava solo sotto la quercia in cima alla collina, i secondi cominciavano a gonfiarsi, a colmarsi come se non dovessero scorrere mai più. (…) Concentrato in simili meditazioni (o quale altro nome dar loro si voglia), Orlando trascorse mesi e anni della sua vita. Non è esagerazione il dire che, uscendo di casa dopo colazione, era un uomo sui trent’anni, e ritornando all’ora di pranzo ne aveva cinquanta almeno.” (Virginia Woolf, Orlando). Le ghironde s’accordano al vociare delle luci e della sera, all’onda immobile della fiamma che agita il capo chino delle torce accese, mentre il tempo si muove a ritroso, voltandosi appena, attento a non smarrire nessuno fra chi s’appresta a gettare desideri nelle bocche dei pozzi, monete nelle sacche, sguardi fra i velluti delle donzelle danzatrici, passi fra le mura dei feudi, delle corti, dei teatri d’oc, delle periferie d’oil. La storia questa sera è appesa ad un filo, un filo di voce ramata, erosa, che introduce lo spettacolo, che lo conduce immediatamente nello spazio destinato ai ricordi migliori.

La storia questa sera è un lusso, è eleganza, garbo, buone maniere, l’educazione della bellezza pura, contaminata da un’unica vanità, la vanità del fascino che l’eccezione esercita. Alessandro Grazian ed i musicisti che lo accompagnano mettono in scena una favola d’istantanee, di libri ingialliti, di visi sopravvissuti all’incantesimo delle rughe, di amori consumati, politici, traditi, sedotti, condotti, salvati: amori indossati.  L’occasione è il racconto del nuovo lavoro discografico, Insossai (Trovarobato, 2008). Le corde del violino, del violoncello, del contrabbasso traducono in perfette simmetrie il gesto canoro di un giullare dotto, che si consuma l’ugola con  delicatezza, prontamente, lasciando che vibri, intonando l’altrove del sentire alle note del qui, dell’adesso, dell’accuratezza, della cultura-traccia, dell’intelligenza-sguardo, custodita e liberata dalla cassa armonica della sua chitarra, dai tasti di un piano hippy, dall’ancia di un ottone in frak. Indossai, Diteci che siamo sani, Acqua, Sainte Epine,Tattile, La differenza, Soffio di nero, Prospografie, A San Pietroburgo: le note, ancorate ai ponti degli strumenti dalle dita mentre si aprono in chiome, si gonfiano, erompono, sussurrano, sentenziano, mimano. I suoni salgono, crescono, marciano, osservano; la voce li protegge, li indovina, li accarezza, li disseta. La musica può ciò che la memoria prega: percorre l’emozione degli attimi, della storia, delle fotografie, facendo della polvere un pregio, un’alchimia; rovescia la misura della luce e si misura con le ombre, prendendole per mano, accendendole; arreda fra i sogni, dentro ai segni, teatri d’altri modi, d’altri tempi, prendendosi cura delle fiabe, perché resistano. E le fiabe lo fanno, resistono, si spogliano, sentenziano: dentro al francese del pezzo che Alessandro ci regala mentre il palco, per qualche minuto, lo ospita solo; nel palmo di mano di Fiore non sentirti sola, Ottima, Felicitazioni; fra gli spigoli e le fessure di Fiaba Rossa, Chiasso, Santa Sala, E’ vero, Midnight Cowboy. Servo cantore del proprio fine, enorme talento, Alessandro Grazian gioca con la propria immagine riflessa in Ammenda e saluta la corte di sala torturando il nylon delle sue corde, lasciando che la sua voce indaghi gli incavi di un’onesta allucinazione; intona Serenata e Nicola Manzan, Enrico Gabrielli, Alessandro Arcuri, Giambattista Tornielli gliela danzano con le dita, con il respiro, di slancio. Prima che le lancette si riapproprino del tempo, prima che daccapo trascorrano i minuti uno sull’altro, in avanti, verso domani, a guardare dalla riva, a bruciarci il nostro incendio privato, Diteci che siamo sani tocca ogni spalla e pretende clemenza, la clemenza che dovrebbero meritare i sognatori, tutti. (Lost Gallery)

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