E mo’ e mo’ diventa un singolo estratto da Dduje Paravise di Gnut & D’Alessandro, accompagnato da un video toccante che dialoga alla perfezione con l’arrangiamento proposto dal duo per la hit sanremese di Peppino Di Capri. Spogliata dell’arrangiamento dance pop portato sui palchi dell’Ariston nell’85, la canzone rivela qui il classicismo di una melodia ben piantata nel solco della tradizione partenopea, con Claudio che, senza darlo a vedere, interpreta anche le seconde voci di una lettura vocale asciutta ma non arida, giacché l’amore perduto vibra in ogni singola nota con un carico di pathos che squarcia il petto.
Ed è proprio quello l’obiettivo centrato da Emanuele Vernillo, regista del video, che ha frugato nei ricordi familiari tra i video in Super 8 custoditi nel fondo “Nicola Vernillo”, presso la Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia a Bologna. Del resto lo stesso Gnut ci aveva confessato in una recente intervista di aver scelto di interpretare E mo’ e mo’ dopo averla riascoltata tempo fa perché: “ha risvegliato il ricordo di me bambino che vedevo Sanremo, Peppino di Capri, e cantavo il ritornello che diceva “Nina Ninetta”, pensando che parlasse di mia zia”.
Così quel ricordo felice rivive in una nostalgica straziante malinconia, nelle note sospese di una chitarra appena sfiorata, le frasi acuminate e distanti dell’organetto, la lentezza di chi non riesce a distogliere lo sguardo dalle immagini vivide della memoria.
Giocare coi gatti in un cortile, uno sguardo fuori fuoco prima di un’alba rossa sotto gli archi dell’acquedotto carolino, sorrisi prima di un pranzo, in una gita estiva con sigaro e strafottenza, eleganti e stilosi in tailleur bianco e colletti a punta per un felice matrimonio civile, montagne e laghi, in macchina verso uno stadio gremito, bandiere azzurre al sole, primi piani con occhialoni da sole di un’epoca lontana e ancora quei sorrisi, la gioia, la laguna di Venezia, preludio di addio e morte.
Parole e immagini si fondono, sovrapponendo la fine di una storia a una tragedia familiare, astrazione poetica e dramma personale, col cuore che si aggrappa al ricordo inconsolabile dell’amore, “si è fernut’ nunn’ ‘o voglio sapè“.
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