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Guardare indietro per guardare avanti, intervista Gnut e D’Alessandro

Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 01

Abbiamo incontrato Claudio Gnut Domestico e Alessandro D’Alessandro poco prima della presentazione live del loro nuovo album Duje Paravise all’Auditorium Novecento a Napoli, chiacchierando a lungo, tra una pizza e una birra, davanti ai bellissimi banchi di missaggio dell’antico studio di registrazione partenopeo, oggi anche tra le più attive sale per live cittadine, ragionando sul fare musica oggi, sull’importanza della musica napoletana e il suo rapporto col mondo, dove si trova adesso, dove potrà arrivare domani.

Vi siete incontrati grazie a Toscana Produzione Musica, abbiamo un nome da ringraziare, com’è nata quell’idea?
D’Alessandro: Mi è stato chiesto di realizzare un progetto su Napoli e quindi, anche se non ci conoscevamo personalmente, ho chiamato Claudio che ha subito accettato. Poi, ad aprile dell’anno scorso ci siamo trovati a Guardistallo, in provincia di Pisa, in un teatrino, dove abbiamo fatto tre giorni di residenza e i primi concerti.
Gnut: Da Antonio Aiazzi, il primo tastierista dei Litfiba, che adesso stanno di nuovo suonando insieme.
Ale: Ci siamo resi conto subito, fin dal primo pezzo che la cosa poteva funzionare, che il suono funzionava, la canzone napoletana è diventata un pretesto per suonare insieme. Da lì l’idea, cotta e mangiata, di registrare subito un disco.
Gnut: Adesso possiamo ringraziare sicuramente Maurizio Busia, Francesco Mariotti…
D’Alessandro: … e anche Mimmo Ferraro di Squilibri Editore che ha deciso di pubblicarci il disco.
Gnut: L’approccio è stato un po’ quello che hanno i jazzisti quando si mettono a improvvisare su uno standard, noi abbiamo usato la canzone, queste melodie e questi testi come filo conduttore per trovare un suono nostro, non avendo mai suonato insieme. Alessandro, usando l’elettronica con l’organetto, ha un suono molto pieno, riesce ad avere ritmica, bassi, armonie. Io ho registrato tutto con la chitarra elettrica. Abbiamo trovato un suono nostro cercando di essere rispettosi di un repertorio così sacro. Anche se io ero in agitazione.
D’Alessandro: Un napoletano quando canta le cose napoletane è sempre in agitazione. Io invece da non napoletano, anche se limitrofo, diciamo, l’avverto di meno questa cosa.

Ma sei comunque regnicolo, giusto?
Ale: Sono nato a Gaeta e sono di un paesino a 5 km dal Garigliano, Coreno Ausonio, che gravita nella Terra di lavoro, anche se adesso vivo a Roma, quindi mi sento più vicino alla cultura partenopea. Ci ritroviamo dall’altra parte della barricata perché Mussolini ha deciso di fare questa regione che si chiama Lazio.
Gnut: Un’altra cosa importante da valutare di questo lavoro è che abbiamo avuto due giorni per montare lo spettacolo live in questo teatrino e pure il disco l’abbiamo registrato in due giorni, in presa diretta suonando insieme. L’approccio diretto da jazzisti è stato proprio: OK, questa è la melodia, questa è la struttura del pezzo, questo è il testo, suoniamo. Una struttura nata dall’interplay.

Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 02

Quindi, come avete selezionato le canzoni?
Gnut: Avendo poco tempo. Ho fatto una selezione di canzoni che bene o male avevo già affrontato negli anni, per le quali avevo già trovato la tonalità, il mio modo di approcciare le melodie, così da poter soltanto adattare al nuovo sound cose che avevo già studiato dal punto di vista interpretativo. È stata forse la prima volta in cui ho fatto un lavoro prevalente da interprete, perché di solito canto le mie canzoni; può capitare una cover, ma non sono un vocalist da interpretazioni: è stato strano, un esperimento nuovo. Poi abbiamo aggiunto ‘E ccerase, che Alessandro mi ha fatto scoprire nella versione di Massimo Ranieri, oppure Villanella di Cenerentola perché da poco era morto Roberto De Simone e ci hanno chiesto esplicitamente di omaggiarlo. Anche E mo e mo l’avevo già fatta, però non l’avevo mai suonata dal vivo.

Avevi pubblicato anche un piccolo video, ti era venuta l’idea di suonarla guardando la serie La vita bugiarda degli adulti?
Gnut: Sì, nel trailer c’era questo pezzo, stavo scaricando delle cose che richiedevano ore in studio e mi sono messo a giocare con la chitarra elettrica, la serie non ricordo nemmeno se l’ho vista, ma il brano mi ha risvegliato il ricordo di me bambino che vedevo Sanremo, Peppino di Capri, e cantavo il ritornello che diceva “Nina Ninetta”, pensando che parlasse di mia zia. Abbiamo aggiunto alla lista anche Manhã de carnaval, perché Tosca mi aveva invitato a D’Altro canto e mi aveva chiesto di fare una versione in napoletano di questo classico della bossa nova, che abbiamo cantato insieme al suo spettacolo, mi sono accorto che sembra una canzone napoletana per la melodia. Così abbiamo invitato anche Titti a cantare nell’album, mentre per ‘E ccerase abbiamo pensato a Gragnaniello perché per la sua vove era perfetta per quel tipo di melodia.
D’Alessandro: E poi ovviamente abbiamo detto: visto che facciamo un disco insieme, scriviamo pure un paio di cose ex novo.

I due inediti sono arrivati in studio o già nel corso dei primi live?
Gnut: Quando abbiamo deciso di scrivere un paio di inediti sono andato a ripescare una melodia che avevo scritto un po’ di tempo prima, ci ho lavorato un pochino, ho rifatto il testo e l’abbiamo arrangiato insieme trasformandola in Sotto ‘o muro, il nostro primo singolo. L’altro inedito era uno strumentale di Alessandro, per il quale ho scritto una melodia con un testo ispirato a mio figlio. Tutto finito molto velocemente, ma ne siamo contenti.

Sostanzialmente l’album fotografa il live che avevate montato?
D’Alessandro: Si tratta appunto di un progetto nato live, in studio sono cambiate delle cose, però alla fine poco.
Gnut: Sì, in realtà, avendo registrato anche insieme, abbiamo lavorato su tante parti strumentali, i soli, gli arrangiamenti, conservando quello che è nato nel teatrino di Guardistallo.

Maruzzella è uno strepitoso capolavoro di Carosone che avete affrontato coraggiosamente nell’album. Personalmente penso sia uno di quei brani che bisognerebbe iniziare ad ascoltare solo in originale, perché negli anni c’è stata una tale sovrapposizione di versioni, magari non proprio memorabili, che hanno finito per svilire le qualità della prima versione. Un po’ come per i brani di Battisti che a furia di strimpellare ai falò ci si scorda quanto fossero belli e complessi. Ecco, voi pensate che esista un rischio simile, trasformare le canzoni celebri in icone svuotate del loro reale significato?
Gnut: Il rischio c’è su tutti i pezzi. Poi Maruzzella, essendo molto famoso, ancora di più, ovviamente. Però questo è un progetto di risvalutazione (sic), no? (ridiamo, n.d.r.). È stata una scelta molto istintiva. Avendo pochissimo tempo, abbiamo selezionato un po’ di cose, ci siamo divertiti a suonarle e non ci abbiamo riflettuto troppo. Però era un pezzo per il quale ero preoccupato. Con più tempo a disposizione, mi sarebbe piaciuto fare un album con più pezzi come ‘E ccerase, ricercati e poco conosciuti, ma avendo due giorni per montare lo spettacolo live e altri due giorni per registrare il disco, è stato tutto istintivo.
D’Alessandro: Io ho fatto un altro disco tutto strumentale, con qualche ospite, dedicato alle canzoni, in cui ho suonato pezzi come Azzurro e I Giardini di marzo. Un po’ il problema te lo fai, però alla fine moltissime persone m’hanno detto: cazzo, la versione tua di questi pezzi, che erano i più sputtanati del disco, ha rispettato la melodia e tutto, si riconoscono, ma alla fine è un’altra cosa, una cosa tua. Se in maniera istintiva, senza tirarsela, uno fa quello che gli piace, rimane sé stesso. Claudio nel suo modo di cantare queste canzoni è Gnut; su Maruzzella ho messo l’organetto distorto e insieme abbiamo riscritto le cose, abbiamo dato una ritmica diversa con dei suoni molto elettronici, ci siamo un po’ disinteressati di stare a sentire la versione. E questa cosa secondo me è vincente, anche sulle canzoni più celebri.
Gnut: Ti è dispiaciuto che l’abbiamo fatto?

No no, mi è piaciuta la vostra versione, questa è una riflessione che avevo già fatto prima di ascoltarla.
Gnut: Considera che c’è stato proprio un momento in cui si parlava di fare uscire dei video live, qualche singolo, ed è venuta fuori l’idea di usare Maruzzella: ho detto assolutamente no, perché già dire “Claudio che fa il disco di canzoni napoletane”, in questo momento storico con Napoli in super hype, è una cosa coraggiosa, che non abbiamo fatto per Napoli ma per puntare a suonare altrove. Maruzzella, a usarla come titolo già immaginavo i commenti, “Gnut canta Maruzzella”: ho detto di no. Però sì, è uno di quei pezzi rischiosi come Carmela. E infatti sono contento di quest’album, di pezzi come E mo e mo che è stato stravolto, Manhã de carnaval, che appunto non è un pezzo napoletano ma lo sembra, ‘E ccerase, lo stesso Cammina cammina di Pino Daniele, che lo metti tra i classici perché merita di stare tra i classici, anche se ancora non è stato detto. Cammina cammina è uscito lo stesso anno di Carmela, il ’77.

E sono due mondi molto distanti.
Gnut: Esatto. L’anno che Sergio Bruni pubblicava Carmela, Pino Daniele, giovanissimo, pubblicava Cammina cammina sull’album Terra mia. Lo stesso anno. Però Carmela è sempre stato considerato un classico, mentre Cammina Carmela adesso stanno capendo che Pino Daniele fa parte di quella roba.

Perché, invece, non avete voluto cantare la canzone che avete usato come titolo dell’album?
Gnut: Perché non abbiamo avuto tempo.
D’Alessandro: Il titolo è stato solo un gioco di parole, sul fatto che siamo in due e c’è un po’ di autoironia su questa cosa del Paradiso. Comunque, il titolo è stato dato prima della residenza, perché bisognava darlo in risposta a un bando entro i termini di scadenza. Quindi si è trattato proprio di andare sull’indice della canzone e selezionare Duje Paravise.
Gnut: Sì, però, io avevo proposto un altro nome che era: Bellavista Social Club.
D’Alessandro: Però non ci avrebbero finanziato.
Gnut: Io ho detto, guarda, ho dato tutto con questo, per me sarebbe stato fantastico.

Puoi giocartelo per un’altra occasione.
Gnut: Lo farò, prima o poi, Bellavista Social Club è un altro livello.

Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 04

Claudio, avevi annunciato, quantomeno lasciato intendere, che sarebbe stato pubblicato il secondo volume de L’orso ‘nnammurato. Senza entrare nei rapporti personali, non è questa la domanda, c’è speranza che quelle canzoni vedano un giorno la luce oppure è un repertorio che hai archiviato?
Gnut: L’ho archiviato. Ma in realtà Sotto ‘o muro, ad esempio, era uno di quei pezzi che doveva far parte de L’orso due, ho cambiato il testo ed è diventato un’altra cosa. Molte canzoni che erano nate dalle poesie di Sollo negli anni e facevano parte di quel tipo di repertorio, adesso le sto rigenerando, riscrivendo i testi e ci sto facendo altro.

Quindi stai lavorando a un lavoro tutto tuo?
Gnut: Sì, un lavoro tutto mio, con testi miei e che già stavo facendo parallelamente all’eventuale Orso II, ed è un disco, poi ne parleremo, che uscirà all’inizio dell’anno prossimo, ispirato ai mantra, ai groove del Mediterraneo, con testi un po’ spirituali. Un disco a cui tengo molto, ci lavoro da tre anni, è una specie di concept. Parallelamente avevo tutte queste canzoni nate dalle poesie scritte da Alessio. Ma quando non abbiamo registrato più l’album, abbiamo deciso di non lavorare più insieme. Quindi queste canzoni stanno trovando un’altra vita, piano piano, perché sono melodie e cose sulle quali avevo lavorato e mi piacevano molto, sarebbe un peccato lasciarle perdere e basta. Cambiando il testo, riscrivendo la storia, le porterò avanti, anche se non faranno parte del nuovo disco, tranne una o due, quelle stravolte; una, invece, è finita in questo disco con Alessandro; Luntano a te, il singolo che ho pubblicato, era un’altra di quelle canzoni cui ho cambiato il testo; ho scritto un pezzo per Tosca che uscirà nel prossimo suo album, non volevo fare spoiler, ma anche quello faceva parte di quelle canzoni. Lo so che sei fan di quel progetto, però sai, quando le cose si interrompono in maniera brusca sono portato a guardare avanti.

Va bene. Proprio con lo spirito di guardare avanti, oltre a suonare, stai svolgendo anche un’attività di produttore, da Ilaria Graziano a Spina, ci vuoi raccontare queste esperienze?
Gnut: Sì, già da un po’ di anni curo produzioni artistiche, poi da un annetto mi è capitata questa cosa: dovevamo pubblicare un album con Ad Est dell’Equatore, casa con cui abbiamo fatto anche L’orso ‘nnamurato, e a me ha sempre affascinato l’idea di avere una mia piccola etichetta indipendente. Ho chiesto a Guglielmo, il titolare, quali siano gli elementi che servono, burocrazia, eccetera, e lui mi ha spiegato un po’ di cose e mi ha fatto capire di avere già una sua struttura organizzata, anche per la distribuzione. “Ma allora perché non pubblichi?”, ho chiesto, e lui mi fa “perché poi finisce che non ci sto dietro”, al che ho replicato, “non è che ti serve un direttore artistico?”. Lui ha confessato che non aveva avuto il coraggio di chiedermelo. Così, piuttosto che iniziare da zero con un nome, una nuova casa editrice, un’etichetta, sono diventato direttore artistico di Ad Est dell’Equatore. Abbiamo iniziato a produrre cose insieme, è partito il disco di Ilaria Graziano, un album sul quale lavoravamo da due anni e molto emozionante, molto bello da fare, lei ha scritto canzoni bellissime ed è stata proprio una bellissima esperienza. Poi c’è Guappecartò, che sono vecchi amici e cercavano una struttura per uscire; Carmelo Pipitone, che ho seguito sotto il profilo discografico; il disco di Spina al quale stavo lavorando già da 2 o 3 anni e di Sean Albain che uscirà a fine aprile, che ha prodotto il mio amico Stefano Piro, col quale collaboro spesso, pure la produzione di Spina è fatta con lui. Quindi c’è questo lavoro di produzione artistica musicale, che curo io, da solo o assieme a Stefano, che ha trovato un canale discografico col coraggio di buttare fuori cose che non passeranno alla radio o che hanno bisogno di più ascolti. Ci siamo resi conto che non abbiamo grande concorrenza a livello italiano, perché fondamentalmente oggi in Italia è diventato molto difficile pubblicare, trovare una struttura che ti segue; noi cerchiamo di far uscire cose belle, cose che ci emozionano, ci fanno stare bene, le pubblichiamo e speriamo che qualcuno se ne se ne accorga prima o poi.

Noi ce ne siamo accorti. Alessandro, a scorrere la tua discografia si direbbe che tu non possa fare a meno di collaborare con qualche musicista, un elenco lunghissimo che è impossibile ricordare, dalla voce fantastica di Maria Pia De Vito a Canio Lo Guercio, giusto per citarne due molto differenti. Raccontaci un po’ questo tuo approccio alla musica e alla collaborazione.
Ale: Ma guarda, nasce proprio dal fatto che io suono questo strumento particolare, da quando avevo 9 anni, perché ho iniziato a suonarlo nel mio paese, poi a 13 anni, qua a Napoli, alla Splash ho registrato per Branduardi insieme all’orchestra per il disco Infinitamente piccolo, era la prima volta che entravo in uno studio di registrazione. Ho sempre mantenuto il mio strumento senza cambiarlo, è uno strumento particolare e anche un po’ “vessato”, perché si pensa ci si possa fare solo determinate cose, di un certo tipo limitato, che sia uno strumento caciarone della tradizione.

La tua discografia dimostra il contrario.
D’Alessandro: Collaborare con gli altri è stato un arricchimento mio a livello tecnico e artistico, perché ogni artista mi poneva una cosa diversa davanti da affrontare. Un po’ è proprio nella mia indole, quella spinta a portare questo strumento in più posti possibili.

La tua è proprio una battaglia?
D’Alessandro: Sì, è anche una battaglia, perché c’è un certo pregiudizio su questo strumento, l’organetto; tra l’altro non è che io ascolti organetto, mai, fisarmonica? Mai. Cioè, hai capito? Non l’ascolto mai perché mi annoia, mi annoia… Però mi piacciono i musicisti che cercano una strada personale. Non so se ci riesco o meno, però ho sempre cercato di trovare la mia strada, il mio linguaggio attraverso questo strumento, ogni volta diverso a seconda della collaborazione. Con Sergio Cammariere, ad esempio, ma ce ne sono tanti, anche nel teatro, nel cinema, in ogni cosa che ho affrontato. Poi è nata questa cosa dell’elettronica una ventina d’anni fa, che mi stuzzicava, perché a quattro anni giocavo col computer, sono dell’85, suonavo sì uno strumento legato a certi mondi, ma volevo anche altro. Non l’ho fatto pensando di stupire, ma in maniera sempre istintiva, lavorare sull’uso percussivo dello strumento, sulla sua preparazione, applicando cose, insomma, questa roba è nata anche collaborando con gli altri. Con Canio ho usato molto questo sistema dell’organetto preparato, i loop, tantissimo: in due diventava molto funzionale. Poi è nato un progetto mio da solo e sarà un po’ il mio progetto della vita. Sto preparando un disco, per cui ho pezzi scritti da tre anni, un disco mio di cose mie, più cinematiche, anche legato allo spettacolo con immagini Visionaria. Con Claudio non ci conoscevamo, ci siamo ritrovati, ma non sapevamo a cosa andassimo incontro, il suono è nato dall’unione dei nostri rispettivi suoni, c’è stato da adattarsi da una parte e dall’altra, perché lavorare insieme è sempre un compromesso, che arricchisce anche togliendoti.

In realtà, questo approccio “collaborativo” è una cosa che vi accomuna, avete partecipato anche a iniziative collettive, tu, Claudio, ad esempio, hai cantato in due capitoli di Capitan Capitone, lavoro corale di Daniele Sepe, che oltre a essere un grande musicista è anche un grande scopritore di talenti. Quindi, come valutate la attualmente la scena napoletana? Se ne esiste una.
Gnut: Guarda, non lo so se esista una scena. Penso che Napoli abbia una tradizione enorme di musica e che avere una visione lucida del contemporaneo sia complicato. È facile adesso giudicare gli anni ’90, e quella scena; dopo c’è un po’ di confusione. In qualche modo ci accomuna l’utilizzo della lingua napoletana; però, a differenza degli anni ’90 o del Neapolitan Power prima, che avevano una coerenza anche sonora, sento che oggi siamo tutti abbastanza diversi. Però, devo essere sincero, non sono informatissimo, sarò invecchiato, faccio poca vita sociale, esco poco di casa, quindi non lo so. Sicuramente sulle cose più mainstream, tipo Nu Genea, La Niña, ci sarebbe tanto da parlare e sono contento che in questo momento stiano uscendo belle cose da Napoli dopo anni di buio, soprattutto perché c’è sempre un livello piuttosto alto dal punto di vista qualitativo di ricerca, trovo molte cose interessanti. È pur vero che Napoli soffre di un approccio al limite del campanilistico, con poca voglia di confrontarsi con quello che succede nel resto del mondo, che da un lato può essere una cosa positiva perché crea un micro-universo, ma nel momento in cui questa cosa viene esasperata, c’è il rischio di diventare leghisti al contrario: tutto quello che non è napoletano diventa un nemico, quando in realtà la contaminazione è la cosa che ha reso la musica napoletana interessante nei secoli. Perché i groove del Mediterraneo si sommano alla tarantella, alla scala araba, allo swing con Carosone, al blues con Pino Daniele, al dub con gli Almamegretta. Se ci chiudiamo troppo, il rischio è che all’esterno diventi poco interessante quello che si propone. Non a caso ho fatto i nomi di Nu Genea e La Niña, perché sono due progetti che hanno un approccio non orientato su una cosa soltanto napoletana, ma si confronta: La Niña la posso associare a Rosalia che fa un lavoro simile col flamenco oppure i Nu Genea hanno un approccio da DJ, però con la musica suonata, con riferimenti al funk. Bisogna avere una visione più aperta a quello che succede nel mondo.
D’Alessandro: Sono abbastanza d’accordo e da non napoletano un po’ invidio i napoletani, perché Napoli è una città stato, culturalmente e non solo, è proprio una cosa veramente forte, al mondo ci sono pochi esempi come Napoli. Avendo collaborato con tanti artisti di questa città, penso che sia un po’ un’arma a doppio, è una forza che ti può portare alla chiusura perché ti senti sicuro di questa unicità. Venendo da un paesino piccolo, da cui sono andato via anche se lo amo tantissimo, ho vissuto una cosa simile, il posto dove vivi ti può condizionare, spingere a cercare una affermazione nel luogo cui sei più legato e quindi a confrontarti anche mentalmente solo con quelle persone là. Penso che questo sia un po’ il limite di Napoli, quando è riuscita a parlare fuori ha fatto cose gigantesche, mentre altre cose, anche bellissime, non hanno questa capacità perché manca appunto questo confronto.
Gnut: Non va bene sta cosa Alessà, io posso parlare male di Napoli perché sono napoletano, ma tu che non lo sei, no, non ti permettere di parlare male di Napoli! (ridiamo, n.d.r.)

Ecco che viene fuori il campanilismo che avevamo detto di evitare…
D’Alessandro: Ma no, non ho parlato male, anzi, sto parlando troppo bene, a Napoli ci sono musicisti fantastici, alcuni, come Claudio, si confrontano col mondo di fuori e questa capacità rende Napoli universale.

Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 03

Va bene, quindi, alla luce di quello che hai detto, Claudio, quanto può essere difficile oggi iniziare rispetto a quando avete iniziato voi?
Gnut: Oggi da discografico ti dico che è complicatissimo (ridiamo ancora, n.d.r.). No, è vero, nel senso che avendo lavorato pure con giovani come Spina, Sean Albain, cercando di dare dei consigli utili a chi sta iniziando un percorso, mi rendo conto che parlo di ere glaciali fa. Rispetto a quando ho iniziato io sono passati una ventina d’anni e sono stati anni in cui si è stravolto il mercato musicale. Mi trovo in difficoltà a dare consigli, sono cambiate le dinamiche rispetto a quando si inseguivano i festival, i premi, si facevano delle demo e si portavano in giro, si scambiavano chiacchiere, si cercava di conoscere persone, trovare il modo per proporre la propria musica in giro. Adesso è più semplice fare dischi, ma molto più complicato venire fuori, anche per chi fa musica da tanti anni come noi due, perché siamo in un calderone enorme dove ogni venerdì escono un sacco di dischi, un sacco di pubblicazioni: è dispersivo per chi fa musica e per chi ama la musica. In questa dispersione enorme cercare di farsi sentire per la prima volta senza avere un po’ di esperienza alle spalle o un po’ di passaparola è complicatissimo: io non saprei come fare ad esordire oggi, penso che farei un altro mestiere. Inoltre, oggi la tecnologia può frenare l’incoscienza che ti permette di essere coraggioso ai primi concerti, affrontando anche la figuraccia del suonare male o del gestire male una situazione dal vivo. Prima sapevi che era una roba che restava a quella sera e andavi avanti, oggi ci sono ‘sti fucili puntati sui telefoni e le cose possono diventare virali in un attimo. Magari hai voglia di comunicare qualcosa, invece diventi lo zimbello di tutti: può essere traumatico, non li invidio.
D’Alessandro: Guarda, per chiudere, ti dico che io ancora adesso mi chiedo: ma perché facciamo questa cosa? Figurati uno che deve iniziare.

Ultimissima cosa, Alessandro, la tua musica ha un qualcosa di molto visivo, come fosse idealmente una colonna sonora, Claudio, tu pure hai scritto cose per il cinema, ad esempio insieme a Nelson per Il ladro di giorni, non avete un progetto visuale?
D’Alessandro: Al momento non ci abbiamo pensato, però potrebbe essere un’idea. Ho questo progetto per il nuovo disco e tutto va un po’ verso le immagini, lavoro anche con un videoartista, Gianluca Abbate di Salerno, che ha fatto dei videoclip per me. È una cosa che mi piace tantissimo, perché ho sempre scritto per il teatro, per le immagini, meno per il cinema, ho composto solo per documentari, però ho suonato per altri compositori nel cinema. Non tantissimo, perché molti compositori hanno un pregiudizio sull’organetto e se devono chiamare uno strumento così preferiscono la fisarmonica o il bandoneon. Quindi sì, potrebbe essere una buona idea.
Gnut: Sì, è affascinante lavorare sulle immagini, quando mi è capitato è sempre stato bello, però è una cosa che vado a cercare poco. Ho delle cose strumentali sulle quali lavoro, collaboro col mio amico Stefano Piro, che ogni tanto fa ‘ste residenze a Cuneo dove lui ha lo studio, dove mettiamo insieme musicisti, improvvisiamo e stiamo aumentando la nostra banca dati con una serie di hard disk di idee e cose strumentali che ci piacciono. Molte volte mi hanno chiesto per il cinema delle canzoni che magari avevo già fatto, quindi da riproporre in un’altra versione per il film, oppure mi hanno chiesto di usare direttamente una canzone che non era immaginata per quell’uso. È una cosa che mi piace quando mi coinvolgono, se un regista sente che il mio linguaggio musicale si sposa bene col suo linguaggio visivo, quando mi arrivano queste proposte sono felicissimo. Però, diciamo, sto là in attesa sulla riva del fiume.

PS Il live conferma l’intesa del duo documentata su disco. Claudio, lasciata l’elettrica a casa, si presenta sul palco con l’amata Ciaccarella, cambiando il suono messo a punto in studio e mostrando anche una evoluzione del suo modo di accompagnarsi e arpeggiare; Alessandro si da un gran da fare a costruire pattern ritmici con una loop station, percuotendo in diretta il suo strumento e giocando con effetti elettronici variopinti, per costruire scenari sui quali improvvisare liberamente, come nel vorticoso assolo di una gustosa versione strumentale de Il mare di Pino Daniele. Il set scorre piacevolmente toccando tutta la scaletta dell’album, con alcune aggiunte dal repertorio di entrambi, trovando momenti di partecipazione corale del pubblico, tanto nei classici della tradizione partenopea quanto nei “nuovi” classici della napoli d’oggi, come L’ammore ‘o vero. Ed è propprio quello il suono che riverbera sotto l’alto soffitto dell’Auditorium. Amore.

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