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Un atto di libertà: intervista a Gionata Mirai

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Primitivo è il terzo lavoro solista di Mirai, chitarrista e co-fondatore de Il Teatro degli Orrori e fondatore dei Super Elastic Bubble Plastic. Un disco acustico, diretto, costruito attorno alla chitarra fingerpicking e a una scrittura essenziale e personale. Chiedere è una forma di esplorazione. Crediamo nel dialogo perché è così si prova a conoscere davvero, in questo caso un artista e la sua musica.

Dopo nove anni dall’uscita del tuo ultimo lavoro solista (Nelle Mani – 2017, ndr), torni con un album dalle sonorità immediate, primitive e sincere. Oltre alla bellezza indiscussa di questo lavoro, mi ha colpita molto la tua presentazione, quando definisci le tracce come “il brano per cucinare, per fare legna, per ridere, per fare l’amore…”. Questa dimensione quotidiana della tua musica mi è sembrata un importante tentativo di connessione con chi ti ascolta, che va ben oltre, appunto, la ricerca stilistica e creativa, e mette al centro l’ascoltatore piuttosto che l’autore. Parlami di questa scelta.
È un’interessante interpretazione quella che proponi, in realtà è stata una scelta istintiva, la mia dimensione acustica ha, da sempre, un approccio in qualche modo “sussurrante”, cerco di creare una vicinanza emotiva con chi mi ascolta, credo che molto sia dovuto al suono della chitarra arpeggiata, è il tocco delle dita sulle corde che porta a questo contatto stretto con l’ascoltatore.

Come ti aspetti che venga accolto questo lavoro, decisamente intimo, in un momento in cui siamo tutti talmente apparentemente connessi da svendere quasi le nostre dimensioni più vere e immediate?
Non lo so, spero bene… Mi rendo conto che sia una proposta fuori moda, ma non apprezzando affatto i nostri tempi, non mi interessa nemmeno farne artisticamente parte. Attorno vedo tutto così sputtanato che alla fine preferisco il mio modo strano di fare, la mia bolla di intimità, per quanto piccola possa essere.

Hai scelto di dare un nome ben preciso a questo lavoro, come a segnare un ritorno alle tue origini, a qualcosa che per te è primitivo: è l’urgenza della musica, in ogni forma, come pulsione da assecondare o stai ricercando un legame più introspettivo con te stesso e il tuo pubblico?
Nel titolo c’è una specie di citazione, la Primitive Guitar è stata una scena artistica innescata da John Fahey e la sua Tacoma Records negli anni ’60/‘70 di cui fanno parte alcuni musicisti a me tanto cari come Leo Kottke, Peter Lang o Robbie Basho, oltre allo stesso Fahey. E poi sì, hai colto, è il mio modo di vivere la mia cosa, esce dalle mani e chiede di essere assecondata. Posso trattenerla per un po’, ma poi succede che vibra e bussa e insiste per diventare vera

Primitivo è un grande atto di libertà. Sei stato pubblicamente zitto per un po’, e di questi tempi iperconnessi è quasi un privilegio, poi hai aperto i tuoi cassetti e tirato fuori un disco acustico che, come hai detto, ha messo d’accordo te e te stesso. Consideri questo lavoro un punto di arrivo o un punto di svolta?
È una tappa. È un piccolo punto segnato nella Storia, come ogni cosa che accade. Quando ne vale la pena è un vero piacere segnare quel punto.

Nella tua ricerca musicale ti porti dietro un bagaglio importante, esperienze come i Super Elastic Bubble Plastic e Il Teatro degli Orrori sono valigie ben pesanti da portare: la tua dimensione solista la vivi come una camera di decompressione che anche emotivamente ti alleggerisce o è una scelta definitiva dare spazio unicamente alla tua carriera solita?
Non c’è mai nulla di definitivo, secondo me, tranne una cosa sola… Non mi precludo nessuna possibilità, la mia dimensione solista è solo una delle mie dimensioni, anche se non ti nascondo che, per quanto molto impegnativa (non avendo una spalla o una band affianco), è comunque una via, un modo che mi piace. Mi ci trovo a mio agio.

Chi ti conosce oggi pensi possa apprezzarti anche nelle tue esperienze precedenti, cogliendo il percorso dell’uomo e dell’artista in ogni fase o credi che una cosa escluda l’altra? Parlami di queste due anime.
Se qualcuno dovesse conoscermi oggi e poi dovesse scoprire che ho fatto rock per tutti quegli anni, credo avrebbe una bella sorpresa… sono effettivamente due anime molto diverse, anche contrastanti. Pensa che io ci devo convivere tutti i giorni.

Cosa bisogna aspettarsi dai prossimi live?
Colori, profumi, pensieri vaganti e sollievo, spero.

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