La primavera attesa si fece largo lenta come una goccia a scavare la roccia di un 2026 pesante e granitico fino ad oggi. Stelle polari in tempesta a piovere verso il 16 aprile. I recuperi estremi di una felpa comprata al teatro Sannazaro in un tour del 2007, assieme ad un’amica, anche lei finalmente recuperata, dopo anni di barricate di vetro. Casa della musica a fare da cassa armonica per soffiare sulle trenta stagioni passate dalla pubblicazione de Il Vile, secondo album dei Marlene Kuntz. Una di quelle pietre miliari di cui è lastricato il labirinto esistenziale, riconoscibile solo da chi ha avuto la fortuna di attraversare gli anni novanta ed atterrare nel nuovo secolo con i polpacci capaci di sostenere ancora i molleggi imposti dai suoni non ancora imbastarditi dall’artificio con cui rivestire il nulla dei tempi attuali.
Così rovisto nelle mie tasche alla ricerca forsennata dei miei vent’anni. Quasi fossero monete di ecu di cui non ho mai avuto abbastanza cura al tempo in cui erano spendibili e di cui esplode la mancanza ora che sono finite in un tombino e non ho calamite per tentare l’ennesimo recupero da collezionista. Ascolto Majakovskij ricordare a Esenin che bisogna strappare la vita ai giorni futuri, mentre mi metto in fila per la centesima volta e più, con la stessa sensazione di ogni volta. Che ci sono sempre fiori per coloro che vogliono vederli. Nel pubblico stessi volti incorniciati da più grigio nei capelli. Selettivi, che grazie a Dio l’avanguardia alternativa non fa sconti comitiva, come diceva Freak Antoni. Che c’è da difendere ogni singola boccata d’aria buona di questi tempi, con la misofonia sempre più inevitabilmente ricorrente a costituire l’ultimo baluardo di difesa verso l’inascoltabile. Per chi si sente come Sergej Krikalev, partito verso la stazione Mir indossando una tuta con la scritta cubitale CCCP ed atterrato dopo un tempo interminabile nelle steppe di un paese che aveva cambiato nome e pelle per sempre.
L’acidità di Tre di tre apre la scaletta che replicherà fedelmente quella del disco, con le sagome fascinose dei quattro MK che nella penombra si muovono in maniera inconfondibile. Con Cristiano Godano abitualmente impeccabile nel suo look da rockstar anelastica al tempo che passa, capace senza affanno di far guaire, ghignare e immalinconire il suo strumento con la naturalezza magnifica di Jusuf Dikeç al poligono di tiro durante le Olimpiadi. Retrattile irride gli ingobbimenti verso le convenienze, invitando a prendere le distanze con sudata consapevolezza da chi combatteva i draghi e poi finisce a catturare le lucertole. Probabilmente io meritavo di più. Le centinaia di volte in cui è risuonato questo mantra nel mio stomaco. Le migliaia di lacrime che la diga di questa frase è riuscita ad asciugare.
Esiziale, secco e disumano come l’istante in cui tutto cambia, così feroce inizia L’agguato, istantanea noir a dare il via ad un brivido impazzito nella spina dorsale, tra lamiere e rivoli, quasi ad annullare la distanza tra il parlare di morte ed il morire. La crudezza di Cenere lascia il passo a Come stavamo ieri ed ai dubbi duellanti, generati da destini che si incrociano male senza riuscire a rispondersi. Le anaconde ai lati del mio collo certificano che i venti anni sono lontani e che il corpo è una trappola fatta di tempo, come disse Luperini, anche se per i quattro sul palco sembra valere una regola differente. Overflash ascoltata oggi conserva intatta ed ancora più intellegibile la sua macabra verità troppo superficialmente fraintesa all’epoca da certa stampa avvezza a sensazionalismi da codice di moralità di Hays.
Ape regina parte docile prima di esplodere erratica e rabbiosa, raggiungendo una circolarità quasi marziale, con la foce finale spianata da un battito convulso che sembra fare da antipasto al fallimento. L’esangue Deborah osservata nella sua fragilità ancora oggi riesce a graffiarmi la laringe fino a farmi strizzare gli occhi, in un riflesso condizionato di fronte alla decadenza da cui non ho imparato ancora ad uscire. Io ti giro intorno serba quel sapore carezzevole di ballata che resiste all’usura del tempo ed introduce la chiosa noisy ed ispiratissima de Il vile. Tutto lampeggia e noi del popolo vicino ai cinquanta reclamiamo ancora sazietà e suono. Sudore e autorevolezza lirica, mai arresi alla disincantata filosofia dei capibara ed ancora intrigati dalla tensione di ciò che deve arrivare. Come ha modo di dichiarare Godano, con comprensibile fierezza, i Marlene non sono bolliti per un cazzo. E trent’anni dopo ancora sanno mandare alle giostrine tre quarti della scena nazionale, senza neanche doversi cambiare la camicia. Ed infatti giusto il tempo di riaccendere le luci per un istante che mi rivedo a fine secolo scorso a fissare le bacchette nel frattempo finite sotto le corde del frontman, prima di essere percosse come le porte di un ascensore bloccato ad un piano irraggiungibile.
Lampi, tuoni e saette, schianti di latte, fragori e albori di guerre universali, scontri letali, Sonica. Ancora il mio collo in espansione mentre si grida un altro inno diventato uno di quei capolavori dall’immortalità acquisita ed inscalfibile, capace di metterti in faccia una di quelle espressioni piene e gaudenti come quella di un manzo Kobe felice della propria esistenza fortunata fino ad un minuto prima del macello.
Ed eccola poi quella mina che sapevi avrebbe aperto i rubinetti dalla prima nota. Nuotando nell’aria chiede di respirare più piano, quasi a dilatare il tempo che vorresti infinito, in una sospensione che toglie il fiato come una ascesa su vette himalayane, da cui guardare in basso, compiaciuto come chi sceglie di non cooperare nel dilemma del prigioniero. Dopo l’incursione in Catartica si plana tra le note mature e delicate de La mia promessa, estratto da Che cosa vedi, un sussurro di meraviglia che invoca la pietà del tempo, separatore inesorabile e sanguinario, spesso sordo alla disperazione di chi si arrende quaggiù sognando di ricongiungimenti seppure in altre dimensioni. Con Cara è la fine, ricompare il fischio delle revolverate schivate ad inizio anni duemila e che oggi, un quarto di secolo dopo, creano archi di sollievo agli angoli della bocca, salvato dalla ricostruzione che ha portato dalle macerie alle cattedrali.
Mulinelli di forze centrifughe alle prime note di Festa Mesta creano vortici di tribalità a lavare il sangue, ripulendolo dal calcare della rigidità. Infinità e Lieve decomprimono ed allentano la pressione sulle arterie nell’ultima rampa di scale che porta verso la fine dello show. Che a pensarci bene, la vera impresa è trovare la scaletta perfetta, considerato che dopo trent’anni e passa di carriera questa magia diventa sempre più complicata mentre si fa più concreto invece il rischio di lasciare sensazioni di mancanza, gradevoli come la spia motore accesa il giorno in cui arriva la tredicesima. Ma non è questo il caso, gente. Perché qui ogni cosa è Illuminata. Ogni nota è suonata con devozione da purosangue.
Impeccabili ancora una volta nel fare il miglior pane possibile con la farina che si ha, di quelle coltivate con cura e che non accusa i decenni. Con una formazione mutata nel tempo, per scelta e per disgrazia, ma che ancora oggi con Luca Lagash Saporiti e Sergio Carnevale nelle postazioni che furono del compianto Luca Bergia e di Dan Solo, fa di loro una schiera di PADRIETERNI a scrutare dall’alto una ignobile ed affollata scena musicale, composta da onesti ministranti, qualche diacono ed una pletora di uomini in tunica bisognosi di scriversi le parole sui palmi delle mani. Perché anche un asino può sembrare un cavallo. Ma prima o poi raglia. E, come detto, i purosangue resistono con eleganza alla curva del tempo e delle mode.
Galleria fotografica di Adriana Adiletta
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