
Non è facile decidere di girare un film su Pino Daniele, icona indiscussa di Napoli, così legata all’estetica e alla natura stessa della città da diventare intoccabile.
Je so’ pazzo è dunque un film che si porta dietro un’alta dose di rischio, a cominciare dalla scelta dell’attore protagonista, Massimiliano Caiazzo. Divisivo fin dall’annuncio, divisivo fin dal trailer, divisivo tra pubblico e critica. La riflessione principale si pone sul tema della libertà in campo artistico. Quanto può essere concesso alla personale intepretazione di un’icona, appunto? Quanto è giusto concedersi inesattezze e licenze narrative? Ha senso drammatizzare le ombre per restituire l’artista alla dimensione umana, sottraendolo alla dimesione “mitica” in cui viene collocato dall’immaginario comune?
Liberamente tratto dal libro Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce di Alessandro Daniele e con la regia di Nicola Prosatore, il film racconta la crescita umana e artistica di Pino Daniele, dagli anni difficili dell’infanzia nei vicoli di Napoli segnati dall’abbandono fino alla consacrazione e al leggendario concerto del 1981 davanti a 200.000 persone. La narrazione esplora il suo rapporto con la musica, i conflitti familiari, le fragilità e la fusione unica tra blues, jazz e tradizione partenopea.
Presentato il 14 Ottobre alla Festa del Cinema di Roma, il film annovera tra gli attori il giovane cantautore Matteo Trapanese nei panni di Paolo Raffone, storico musicista al fianco di Pino. Abbiamo chiesto a lui di raccontarci qualcosa di speciale su questa pellicola.
Come sei finito in questo film così controverso?
“Vuoi fare il tastierista di Pino Daniele?”. Tutto è cominciato una mattina: mi sveglio e trovo un messaggio su whatsapp. Sul momento non capisco bene, il primo pensiero è stata la creazione dell’ennesima cover band di cui sinceramente mi importa poco. Mi spiegano che si tratta di un film che gireranno per Pino in occasione dei dieci anni dalla sua scomparsa. Lì per lì non prendo troppo seriamente la cosa, ma dopo essermi messo in contatto con la produzione, ho
capito l’importanza del progetto. È stato poi al provino che ho effettivamente realizzato di essere capitato in un progetto bellissimo.
Al di là degli apprezzamenti e delle polemiche, quale può essere il merito di un film del genere?
Probabilmente attualmente risulta scontato per il mondo musicale che una lingua sia trasversale a più generi: le sperimentazioni musicali hanno portato qualsiasi lingua e dialetto ad attraversare le più disparate sonorità, e l’unione e la contaminazione tra mondi diversi appare quasi un dato di fatto per la musica contemporanea. Forse il merito principale di Je so’ pazzo è proprio quello di sottolineare che, all’epoca di Pino Daniele, tutto ciò non era affatto scontato, anzi: il concetto di contaminazione, specie se pensiamo alla musica e alla lingua napoletana, era ancora tutto da ideare e da costruire. Pino Daniele è stato uno dei primi in quegli anni a considerare la lingua napoletana non come mezzo di trasporto di musiche, concetti, idee tradizionali, che comunque esistono all’interno della sua arte, ma come puro suono. E attraverso quel suono, Pino ha applicato alla sua musica le stesse regole che valgono per quella che lui ha sempre ascoltato e studiato, che veniva dall’altra parte dell’oceano e che in Italia era quasi sempre bloccata. Le navi che trasportano i dischi, i soldati americani che vivono e animano il porto e i vicoli di Napoli, la loro musica e il loro modo di parlare sono tutti elementi che esistono nella vita di Pino e che vengono riproposti perfettamente all’interno del film, poiché non viene tralasciata una parte fondamentale della sua vita, cioè l’infanzia. Je so’ pazzo inizia proprio con la vita nella Napoli che Pino ha vissuto da piccolo, e questo dà il contesto necessario non solo per ascoltare la sua musica, ma quasi per poterla pensare con la sua testa, attraverso le sue esperienze e il suo trascorso, anche familiare.

Il biopic è un genere rischioso, restare in equilibrio tra fedeltà ai fatti e ritmo cinematografico è complicato. Qual è il suo lato davvero interessante?
Il biopic nel nostro mondo artistico è un po’ un genere ibrido, a metà tra la musica e il cinema: è un po’ come se la bellezza della musica non venisse attuata attraverso il suo mezzo di fruizione abituale, cioè l’ascolto, ma attraverso il godere della musica nel suo essere spettacolo, non solo sul palco, ma nella caratterizzazione dell’artista e di tutto il mondo che lo circonda. Il biopic in campo musicale ci fa capire che, soprattutto in questo periodo storico, non ci affezioniamo soltanto alla canzone, ma alla storia dietro di essa. Quindi restiamo legati non soltanto alla voce dell’artista, ma al mondo da cui quella voce proviene. E questo è un insegnamento profondo in un periodo in cui sempre più si richiede all’artista di essere “regista del proprio biopic”: raccontarsi non solo attraverso le canzoni, ma anche attraverso sé stessi.
Il biopic rischia però di snaturare la figura che racconta, trasformandola in personaggio…
Artisti come Pino Daniele, Fabrizio De André, Mia Martini (cito alcuni a cui sono stati dedicati dei biopic) non erano mai personaggi prima di artisti. Spesso tendiamo a pensare che le due cose vadano di pari passo, ma in realtà spesso sono la conseguenza l’uno dell’altro. O forse, il “personaggio” non è un concetto creato dall’artista: è il modo in cui il pubblico percepisce l’attitudine, il comportamento naturale di un creativo che quindi viene solidificato nell’immaginario collettivo.
Cosa ti lascia questa esperienza?
Di questa esperienza all’interno del film mi resteranno alcune scene e momenti, che sono sia esperienze sia spunti di crescita. Fare questo film e avere a che fare per molto tempo con la categoria “attori” mi ha abituato a pensare e agire in un modo diverso, attraverso lo sguardo di un’altra tipologia artistica, probabilmente più abituata di me ai riflettori, alle luci e all’esposizione continua. Resteranno impressi molti momenti, come la simulazione di un grosso live con il pubblico tutto vestito in stile anni’70, con la musica forte, noi che simulavamo il concerto: per un istante mi è sembrato realmente di essere un musicista di Pino Daniele.
Stai lavorando alle tue canzoni, stai cercando di muovere i primi passi nel mondo della musica. Parlami del cortocircuito tra la tua realtà di esordiente alla ricerca di un’occasione ed il ruolo interpretato che ti colloca, invece, in un contesto dove c’erano maggiori possibilità.
Je so’ pazzo, per quanto riguarda me, è stato un’occasione di vedere la musica sotto un’altra lente: non solo da dentro come cantautore o interprete, o da fuori come spettatore o ascoltatore, ma quasi come se avessi sulle mie spalle, condivisa da molti sul set, una missione: quella di dare alla musica la giusta importanza che dovrebbe avere nel mondo, attraverso lo studio, l’ascolto e la riproposizione delle vicende di uno dei suoi maggiori interpreti.
Con questo film per me si sono chiusi diversi cerchi: è una meravigliosa coincidenza l’aver interpretato Paolo Raffone, tastierista e arrangiatore di Pino specialmente nella fase iniziale, nonché insegnante di pianoforte nello stesso conservatorio in cui attualmente studio; proprio Paolo Raffone è stato maestro di musica di quello che fu un po’ di anni fa il mio primo maestro di pianoforte; inoltre qualche giorno prima del provino per il film, mi è capitato di essere ascoltato cantare dal vivo da Claudio Poggi, produttore di Pino della fase Terra mia, che mi ha detto “se fossi ancora un discografico importante, non avrei dubbi a investire su di te”. E queste sono cose che ti rimangono, al di là di qualsiasi riconoscimento materiale che la vita può offrirti. Il cerchio più bello però si è chiuso con il rapporto che ho con Pino, che la mia famiglia ha con lui, che mia madre ha con la sua musica. Io, cresciuto a “pane e Pino”, adesso faccio parte di una delle opere che maggiormente gli hanno dato omaggio negli ultimi anni, e non posso che essere grato di aver avuto questa possibilità di ricambiare anche in minima parte tutto il bene che Pino Daniele ha fatto per me e per la mia città.
Un bene che Pino continua a fare…
In realtà proprio quest’ultimo è un cerchio che non si è chiuso, e spero che non si chiuderà mai: spero di avere la possibilità di continuare con la mia musica, con la mia voce, con il mio accento, a dare anche indirettamente omaggio a uno di quegli artisti che ha cresciuto non solo me, ma un’intera città, e non mi riferisco semplicemente alla “colonna sonora della mia vita”: parlo di una crescita culturale, spirituale, di consapevolezza. Pino ci ha dato insegnato il coraggio di non adagiarci sui problemi e sulla tradizione, ma di cercare una strada nuova, anche quando sembra che quella strada proprio non esista.
ph Riccardo Betteghella
Biografia
Matteo Trapanese è un cantautore napoletano classe ’99. Ha condiviso il palco con artisti come Morgan, Giovanni Caccamo, Anastasio, Riccardo Zanotti, Umberto Maria Giardini, Giovanni Block. Nell’ultimo periodo si è esibito in Gallerie d’Italia a Napoli, Officine San Carlo, Fondazione Arnaldo Pomodoro a Milano, Teatro municipale di Piacenza, Teatro Trianon Viviani, Auditorium Bianca D’Aponte di Aversa, teatro Carani di Sassuolo. Interpreta il ruolo di Paolo Raffone, tastierista di Pino Daniele, nel biopic Je so pazzo prodotto da Rai Cinema in uscita nel 2026 in tutti i cinema italiani.
Nel 2025 con Canzone di una stanza vince la diciannovesima edizione del premio Botteghe D’autore e il premio “Pierangelo Bertoli, nuovi cantautori ACEP”, mentre nel 2026 con Avvisami quando arrivi la targa Miglior Testo al Premio Bindi.
È autore del comparto effettistico dell’opera di Giovanni Vanacore “Autoritratto”
esposta alla Biennale di Venezia nel 2022.
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