I salti di scala dei Nu Genea, prima Nu Guinea, dal Golfo di Napoli al Mediterraneo intero, infine alla Luna, non più satellite freddo della terza pietra dal sole, ma falce luminosa che accoglie, sullo sfondo di un cosmo di pesca, l’umanità multietnica che si rinsalda in una nuova comunità aperta e coesa, nel segno del groove. E parte come premendo un interruttore Acelera, scritta assieme all’andalusa María José Llergo che ne tinge il fraseggio di vibrazioni latine, col suo basso di note glissate e pause ritmate che accende luci stroboscopiche sul dance floor lunare. Qui, come un moderno Tony Manero con la febbre del sabato sera, si fa largo con passo suadente e il suo timbro caldo da crooner piacione Tom Misch, che prende in mano la festa di Onenon, costruita su basso funky che discende dalla linee di Pino D’Angiò, cimentandosi anche in un delicato duetto alla chitarra con tastiere esotiche orientali. Dalle stesse parti si muovono le corde della mandola del maestro Scialdone a spremere il riff elastico di Puleza, invettiva arrabbiata per la voce acuta e potente di Fabiana Martone, protagonista di un quotidiano familiare che opprime con la sua impostazione patrircale che con legge non scritta costringe le donne a determinati compiti e pretende anche di controllarne l’aspetto suscitando il giustificato grido di insofferenza: “Nu vestit janco, ma ch’hê ‘a fà? / Chillu russo è attillato / Pure ‘a gonna, no, no, no / E mo me manca ‘o respiro“. Sul ritmo tribale che regge i sofferti climax vocali di Fabiana s’imbastisce anche una trama ascensionale dei sassofoni di Pietro Santangelo e Sergio Dileo, memore di analoghe esplorazioni di Paul McCandless degli Oregon e dei Soft Machine orfani di Wyatt. María José Llergo riprende il microfono per il ritmo di una danza malinconica al tramonto che tinge il groove di Celavì di rimpianto e nostalgia di un tempo perduto: “Solo el sol hoy me puede encontrar / Yo que sé, solo quiero bailar“. Ed ecco che nel momento più nero la tristezza viene spazzata via dal ritmo solare e la salutare briosa autoironia di Carè, in cui ancora Fabiana Martone lamenta con spigliata freschezza una invincibile stanchezza, la sensazione di crollare, cadere, dice il titolo partenopeo, però la soluzione talvolta non è lottare contro la caduta ma abbandonarsi ad essa per ritrovare la serenità smarrita: “Tutt”e matine se sceta ‘stu core / I’ stammatina nun me fido e nun voglio capí / Nun me fido e nun voglio sapé / Nun me fido e me sento ‘e cadé“. La title track People of the Moon è groove allo stato puro, con bassi pulsanti che allestiscono piattaforme di lancio, percussioni scattanti che battono il ritmo del ballo collettivo affidato all’incalzante coro femminile in cui militano María José Llergo, Cindy Pooch, Giulia Olivieri e Marika Pignalosa, per regalare la freschezza di cocktail ghiacciati agli assetati. Soffiando nella canna del Mizwad, sorta di cornamusa nordafricana, Marzouk Mejri traccia l’inciso berbero dell’accidiosa Ma tu che bbuò, che racconta con la graffiante ironia di Fabiana Martone il dietro le quinte della band: tema perfetto per scrollarsi di dosso seccature e richieste fastidiose. Ancora un pungente sarcasmo, che risale al primo Pino Daniele, arriva con Sciallà, dichiarazione bellicosa, dal ritmo frenetico e forte di un energico fraseggio dei fiati, che promette di spazzare via gli indesiderati in un ritornello senza mezze misure: “A cchi me vò tuccà, fa capa e mmuro / A cchi me vò scuccià, cade isso sulo“. Shway Shway, nell’interpretazione vocale della cantante franco-libanese Celinatique fa da contraltare esotico alle movenze sensuali di Onenon, portandosi dai club patinati alle rive sabbiose di un mare serale caldo e luccicoso, sul quale brillano le note vischiose delle tastiere del duo. La chiusura naviga sulla sponda occidentale dell’Atlantico verso il ritmo carioca di Ondas Do Mar affidato alle percussioni e la voce sinuosa del brasiliano Gabriel Andrade Do Prado, che guida la danza sulle spiagge di Rio, con un fraseggio di tastiera arpeggiato che sa tanto di anni ’80 e una coda in dissolvenza che lascia immaginare un seguito succulento. Del resto il tour che ha portato i Nu Genea, con un combo mutevole di oltre dieci elementi, sui palchi di tutta l’Europa per chiudere i battenti alla prestigiosa Roundhouse di Londra ha consacrato una band che dopo la Luna può raggiungere qualsiasi traguardo.
Credits
Label: NG Records – 2026
Line-up: María José Llergo (voce) – Luigi Scialdone (basso, chitarra acustica, chitarra elettrica, mandola, mandolina, chitarra dodici corde) – Daniele Labbate (basso) – Matt Maltese (cori) – Federico Romeo (Batteria) – Marcello Giannini (chitarra elettrica) – Ciat Kafeet (effetti ad aria) – Tom Misch (voce, cori, chitarra elettrica) – Sergio Dileo (sassofono tenore) – Massimo Di Lena (sintetizzatori, tastiere, basso, batteria, percussioni, chitarra elettrica) – Fabiana Martone (voce) – Pietro Santangelo (sassofono soprano) – Daniele Bronzini (chitarra elettrica) – Stefano Ortisi (sassofoni) – Cindy Pooch (voce) – Linda Jozefowski (flauto traverso) – Eugène Feygelson (violino) – Giulia Olivieri (voce) – Marilù Martone (voce) – Marika Pignalosa (voce) – Marzouk Mejri (darbouka, mizwad) – Angela Martone (voce) – Céline “Celinatique” Khoury (voce) – Marco Castello (chitarra classica) – Gabriel Andrade Do Prado (percussioni, voce) – Lucio Aquilina (sintetizzatori, tastiere, percussioni, cori) – Malu Aliqun (Cuica) – Paolo Bianconcini (percussioni)
Tracklist:
- Acelera
- Onenon with Tom Misch
- Puleza with Fabiana Martone
- Celavì with María José Llergo
- Carè
- People of the Moon
- Ma Tu Che Bbuò
- Sciallà
- Shway Shway with Celinatique
- Ondas Do Mar with Gabriel Prado
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