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Croak Dream – Puma Blue

croak_dream_puma_blueC’è un momento, in Croak Dream, in cui sembra che la musica stessa trattenga il fiato. Non è un silenzio, ma un tremore: come se Jacob Allen avesse davvero intravisto la propria fine in un sogno profetico e, tornato indietro, avesse deciso di raccontare non la morte, ma tutto ciò che pulsa prima di essa. Il disco vive in questo spazio sospeso, dove ogni scelta — un sussurro, un loop, un rumore sporco — diventa un atto di vita.
Allen non costruisce canzoni: le ricuce. Le strappa, le incolla, le lascia sanguinare.
C’è una sorta di tecnica cut‑up nel modo in cui frammenti improvvisati, registrazioni grezze, appunti sonori catturati al volo vengono riassemblati fino a diventare organismi respiranti. È come se avesse preso la spontaneità di  Antichamber, la disciplina emotiva di Holy Waters e le avesse fatte collidere in un laboratorio notturno, lasciando che il caos trovasse la sua forma.
Il risultato è un disco che vive di contrasti: il trip-hop che si scioglie nel dub techno, la jungle che pulsa sotto melodie quasi liturgiche, l’elettronica che si incrina sotto il peso di una voce che non teme più di mostrarsi vulnerabile. Tutto inizia da una chitarra registrata con un telefono, nuda come un pensiero non ancora detto. In Desire c’è un gesto che ricorda Jeff Buckley quando lasciava che l’imperfezione diventasse verità, ma filtrato attraverso un’estetica che guarda ai Radiohead più viscerali: quelli che trasformano il rumore in confessione. Il brano è un manifesto: l’amore come impulso, come fame, come ritmo che non si lascia addomesticare. In Mister Lost, qui Allen diventa narratore di ombre. La voce è quasi spoken word, distante, come se parlasse da un corridoio mentale. Le texture trance e gli spazi vuoti evocano i Massive Attack più introspettivi, ma con una fragilità che appartiene solo a lui. La domanda “What are you escaping from, Mr. Lost” sembra rivolta a chiunque abbia mai camminato senza sapere dove andare. Hold You é un brano che respira nel negativo, nel non detto. La produzione sembra fatta di superfici che si graffiano tra loro, come se Morphine avessero sostituito il sax con un rumore di ferraglia e un battito lontano. La voce, invece, è un filo sottile che tenta di tenere insieme ciò che inevitabilmente si sfalda. La title track Croak Dream è un lento risveglio. Una costruzione paziente, quasi rituale, che cresce come un’onda che non si vede arrivare. Qui l’influenza dei Radiohead torna a farsi sentire: non nelle melodie, ma nella capacità di far convivere lucidità e vertigine, ordine e disordine. È un brano che sembra chiedere: “se sapessi come finisce, cosa cambieresti adesso?”. (Fool) è un interludio di dolcezza, un piccolo altare dedicato all’amore ingenuo. La voce è vicinissima, come se Allen stesse cantando a un centimetro dal microfono, e il brano scivola in un alt‑R&B che profuma di notte e di nostalgia. In Cocoons alberga forse il momento più ipnotico del disco. La ripetizione “we share the same moon” è un mantra, un incantesimo che avvolge e stringe. Le armonie stratificate ricordano certe aperture celestiali di Buckley, ma immerse in un ambiente sonoro che pulsa come un cuore elettronico. È un brano che parla di intimità come metamorfosi: due corpi che diventano bozzoli, due respiri che si intrecciano. Hush è un dolce sussurro nella memoria di ieri. Jaded è un intermezzo strumentale dove si intersecano l’impeto di The National Anthem ed il rumore danzante di Unfinished Sympathy in una coltre di nebbia senza tempo. Silently è sinuosa, è sexy, è la lacrima che resta attaccata durante il crepuscolo dell’anima. Croak Dream è un album che non chiede di essere capito, ma vissuto. È musica che si muove come acqua scura, che riflette solo ciò che vuoi vedere. Allen abbraccia la distorsione, l’imperfezione, il rischio: lascia che il suono si sporchi, che la voce tremi, che le idee si presentino in forma di frammenti prima di trovare un ordine possibile. In questo, il disco dialoga con i Radiohead più inquieti, con i Massive Attack più atmosferici, con la sensualità tragica di Jeff Buckley e con la crudezza notturna dei Morphine. Ma non imita nessuno: li usa come costellazioni, come punti di riferimento per orientarsi in un viaggio che è profondamente personale. Croak Dream è un memento mori che non spaventa, ma libera. Un disco che ti accompagna nei momenti in cui la vita sembra più fragile — e proprio per questo più vera. Un’opera che non si limita a raccontare un sogno di morte, ma che insegna a vivere con più coraggio, più desiderio, più presenza. È un album che non passa: resta, come un’eco che continua a vibrare anche quando la musica è finita.

Label: Play It Again Sam – 2026

Line-up: Jacob Allen (Vocals, guitar) – Harvey Grant (Sax, Keyboards, co-production) – Cameron Dawson (Bass) – Ellis Dupuy (Drums) – Luke Bower (Guitar).

Tracklist:

1. Desire
2. Mister Lost
3. Hold You
4. Croak Dream
5. Heaven Above, Hell Below
6. (Fool)
7. Hush
8. Jaded
9. Silently
10. Cocoons
11. Yearn Again

Link: Facebook.

Desire – Video

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