Alle soglie degli ottant’anni Robert Plant ha abbandonato da tempo il sentiero guerresco degli dei del Walhalla, pur senza mai rinnegarlo, ritirandosi in un mondo di memorie passionali e quiete bucolica, serena accettazione del tempo, dell’invecchiare delle corde vocali, niente più ebbri falsetti infernali ma sicura e profonda meditazione, che nasconde dietro un sorriso bonario il fuoco sacro che accende un diamante luminoso nel mezzo delle pupille di uno sguardo ancora magnetico, sempre vigile. Con la sua ultima fidata band, i Saving Grace, da cui il titolo di quest’album, Plant scava in un repertorio vasto, che va dalle radici all’attualità della tradizione blues e folk, in riletture potenti che navigano agli antipodi dei mari in secca della sterile nostalgia. A partire dall’apertura dell’album con la densissima versione di Chevrolet, che nel trattamento di Robert diventa un canto roots lontanissimo dalla dissacrante allegria giovanile delle versioni dei vari Donovan, che la suonò con piglio dylaniano e la chiamò The Gyp nel ’65, e degli Animals, che la rifecero due anni dopo con irruenza rock’n’roll, forse le prime versioni ascoltate da Robert all’epoca. L’ex front-man del dirigibile risale fino all’archetipo fissato da Memphis Minnie & Kansas Joe McCoy in Can I do it for you nel 1930, avendo bene in mente la versione tribale della Chevrolet di Lonnie Young e Ed Young, registrata da Alan Lomax nel ’59. Nella sua versione, malgrado il ritmo sia ugualmente sostenuto, ma lo è come potrebbe essere quello d’un rito tribale, Plant diventa uno sciamano venuto a rievocare gli spiriti di un tempo remoto, sepolto sotto le braci ancora calde di un’epopea da tramandare, con voce rotta e profonda, le guance solcate da lacrime ardenti. As I roved out, un tradizionale arrangiato nel 2013 da Sam Amidon con dinamismo e urla roche, si profila lentamente all’orizzonte in fiamme per poi detonare nel mezzo della casbah facendo volar via le stoffe pregiate e le ceste di paglia dei mercanti per ritrovare nella coda le armonie vocali di The battle of evermore come un saggio eremita giunto finalmente a calmare gli animi. It’s a beautiful day today è una dolce ballata scritta da Bob Mosley per il terzo album dei Moby Grape (1969), in odore di folk rock byrdsiano, e la voce di Plant di tale melodiosa bellezza da ricordare i fasti armoniosi di Going to California e Tangerine. E dalle serafiche acque di un mitico lago Soul of a man trascina il gospel blues rurale di Blind Willie Johnson nel torrido deserto dell’Arizona dove tra banjo, mandolini, una ritrovata armonica di Plant e distorsioni ronzanti si perde nella sabbia una disperata ricerca esistenziale “I’ve traveled in different countries, I’ve traveled foreign lands, I’ve found nobody to tell me, what is the soul of a man“. Ticket taker, dal repertorio dei The Low Anthem, rispolvera una chitarra acustica che risale alle corde sognanti di Bron-yr-aur e si fonde al vero e proprio duetto accorato di Plant e Suzi Dian, che qui esce dal ruolo di seconda voce a riscaldare gli animi dei vagabondi in cerca di rifugio. I never will marry è un tradizionale irlandese affrontato sul piano di una coralità rarefatta e solenne, da inno religioso intonato su una vetta innevata col solo ausilio di un greve violoncello e vaghe chitarre estatiche nel chorus. Higher rock pesta sull’acceleratore portando il folk doloroso di Martha Scanlan, dai bassi sinistri e voce silenziosa, verso una spensierata cavalcata country nelle grandi pianure, con Suzi apripista e Robert ai controcanti, in armonie solari sgraffiate solo da un’armonica sferragliante. Con un inizio molto rispettoso dell’originale di Sarah Soskind, al netto delle diverse caratteristiche vocali dell’autrice, Too far from you vede Suzi Dian prendere la ribalta prima davanti alla sola acustica poi sull’incedere ostinato dei due accordi su cui è costruita, sferzati da un temporale di corde stoppate e cupi tuoni in mezzo ai quali arriva persino una chitarra pinkfloydiana a squarciare il cielo oscuro con trame di lampi, preparando l’ingresso del sacerdote Robert, ministro di un antico culto misterico. L’ardito indie rock dei Low si trasforma in Everybody’s song in una pericolosa danza in bilico sul filo di una sciabola di tensione mediorientale, mutando feedback e distorsioni in punte acuminate di banjo, elettrica e persino di un caraibico quatro, totalmente decontestualizzato, con cui dardeggiare il tramonto dalla cima di un minareto. Gospel plough, basata sullo spiritual Gospel plow interpretato tra gli altri da Pete Seeger con afflato partecipativo e da Dylan con piglio aggressivo, suona qui come una preghiera serale agli dei delle montagne e dei venti, a una natura boscosa, protettiva e misteriosa, cui tributare un canto profondo di gratitudine assorta, intimo inno alla vita di spiritualità panteistica. Dieci brani coi quali Plant si conferma un gigante della musica, capace di attraversare tutte le stagioni dell’esistenza camminando a testa alta, con la dignità di un sapiente artigiano che dona al mondo i suoi preziosi segreti.
Credits
Label: Nonesuch Records – 2025
Line-up:
Robert Plant (vocals, production, harmonica) – Suzi Dian (vocals, production, accordion) – Oli Jefferson (drums, production, percussion, backing vocals) – Tony Kelsey (production, acoustic guitar, electric guitar, vocals, baritone guitar, backing vocals) – Barney Morse-Brown (cello, production) – Matt Worley (production, banjo, vocals, acoustic guitar, cuatro, backing vocals)
Tracklist:
- Chevrolet
- As I Roved Out
- It’s a Beautiful Day Today
- Soul of a Man
- Ticket Taker
- I Never Will Marry
- Higher Rock
- Too Far from You
- Everybody’s Song
- Gospel Plough
Link: Sito Ufficiale
Facebook
Lost Highways Seek your mood, Find your lost highways!