
Il 10 Maggio, in una domenica di una confusa primavera, alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri di Napoli si è tenuto l’incontro di presentazione di Ce sta sempe na via (Full Heads), l’album che segna l’inizio della storia solista di Roberto Colella, già noto a critica e pubblico per le meravigliose avventure a capo de La maschera. Per l’occasione, al suo fianco Amedeo Colella, scrittore ed umorista che, attraverso le casse di risonanza di televisione, teatro, social, racconta con allegria e competenza la cultura napoletana, saltellando nelle curiosità e nelle profondità di filosofia, storia, gastronomia, arte, letteratura, linguistica. Roberto ed Amedeo condividono lo stesso cognome, ma non si appartengono, come si dice nella terra di Partenope. Non si appartengono per sangue, ma si appartengono per radici e amore verso la vita e la fierezza di essere nati dove non si aggredisce, ma si accoglie. Il dialogo tra i due si rivela quanto di più gradevole ed intenso si potesse immaginare per raccontare un disco che è Napoli e la sua periferia, e le sue magnificenze nutrite da un’eco lontana e, al tempo stesso, moderna che ricorda e rinnova l’apertura agli ultimi, ai fragili, fratelli di migrazioni nella geografia così come nel cuore. Napoli è come un palcoscenico universale da cui risuonano le 11 canzoni di Colella e da cui viaggiano verso chiunque le riconosca nella loro intensità lirica e nel loro senso estremamente schietto e verace: c’è sempre una speranza, per ogni storia personale e collettiva. Una speranza costruita con la consapevolezza e la comunione di intenti, con la resistenza e la disobbedienza civile. Siamo individui e siamo stormo. Non si tratta di politica definita da un colore, si tratta di politica nel senso filosofico del termine, si tratta di restare umani. Amedeo pesca a mani nude nelle lezioni di Viviani, di De Filippo, di Murolo, di Bruni, di Pino Daniele, delle dominazioni nei secoli, delle ribellioni durate qualche mese eppure epocali per offrire a Roberto lo spunto per entrare nel cuore dei suoi brani, raccontando aneddoti e processi di lavorazione al fianco di uno dei più sensibili ed ispirati produttori artistici in circolazione: Massimo Blindur De Vita, presente all’appuntamento con un mandolino magico che disegna nell’aria la sintonia straordinaria con Roberto.
Si parla anche e soprattutto di Gaza, di Palestina libera e di sterminio di un popolo, chiamando le cose con il loro nome senza alcun timore di farlo perché non si può accettare la complicità del silenzio. Si parla di Muhammad Ali e dell’importanza dell’opposizione allo strapotere di qualunque imperialismo. Si parla delle storie dietro l’apparenza che spesso porta a giudizi sbagliati, come nel caso del pescatore Antonio Ventre e del suo mantra tatuato sul petto: tutto passa, al centro dell’ultimo brano del disco.
Passando dal pianoforte a coda alla chitarra, Roberto si lascia andare a qualche brano che il pubblico in sala già conosce perfettamente, facendosi coinvolgere tra cori e ritmica. Si respira una gioia condivisa che è una forma di abbraccio tra un ragazzo pieno di entusiasmo e dotato di un talento commovente e le persone accorse in Feltrinelli. Lui è sulla scena con gli occhi che brillano di pienezza e gratitudine, sembra non riuscire a contenerle eppure trovano l’alchemica rotta quando canta e suona, quando guarda stupefatto la folla che, puntuale, è arrivata perché certa musica fa questo: unisce e lenisce in una bolla di leggera felicità.
La casa sull’albero, Canto dei soli, Ali, Bomaye, Tutto passa (con un testo di una poeticità disarmante, scritto a quattro mani con Alessio Sollo) scorrono con la luce dei puri e si fanno porte di accesso ad un disco che merita di incontrare un pubblico vasto, vastissimo che sappia riconoscersi nella nuda e incisiva verità delle cose: ce sta sempe na via per non essere soli e condividere una risposta nella coscienza collettiva, nonostante le fragilità e con tutto l’amore che possiamo, umani tra umani.
Foto di Adriana Adiletta








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