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Si è estinto il vero pensiero libero e critico: Intervista a Giorgio Canali & RossoFuoco

Giorgio Canali_ph.Montanari_DSC5176_webE’ uscito l’ottavo album di Giorgio Canali & RossoFuoco e si intitola Venti come le due cifre che ricorderanno l’anno del lockdown pandemico, quell’anno che ci ha costretti a lavorare da casa. Mentre altri si cimentavano in live sui balconi e dirette streaming, Giorgio Canali si è dato allo “smart recording” e con i RossoFuoco ha dato vita ad un doppio vinile zeppo di canzoni che girano intorno alla sua poetica intimista ma schietta, visionaria ma realista. Abbiamo raggiunto telefonicamente Giorgio per approfondire le tematiche del disco che vuole, tra l’altro, essere anche una sorta di celebrazione dei cantautori anni sessanta e settanta che hanno influenzato maggiormente l’ex chitarrista dei CCCP. Il risultato? Un’intervista densa di contenuti politici e artistici su cui riflettere.    

Avresti mai pensato di realizzare un disco in un momento distopico come questo e soprattutto di comporre a distanza, in smart recording? Cosa ti ricorderai delle registrazioni di Venti?
Guarda non è una novità per me. Già con Ultime notizie di cronaca, ultimo disco dei PGR, ho lavorato in questa maniera. All’epoca eravamo rimasti solo in tre (come si dice in tre briganti…) ed  il lato compositivo del gruppo eravamo io e Gianni Maroccolo con il quale mi vidi di persona al massimo un giorno e mezzo, poi il resto dell’album lo realizzammo a distanza proprio con quest’approccio. Per fortuna oggi le velocità di connessioni sono decuplicate, a quei tempi si viaggiava lenti nel trasferimento file. L’unica novità è il numero di persone coinvolte che nel nostro caso sono 5, perché ha collaborato tanto anche il nostro fonico Francesco Felcini che si è occupato anche di mixaggio e mastering. La grande differenza nella composizione rispetto ai nostri dischi precedenti è il fatto che quando sei in sala uno attacca e gli altri gli vanno indietro improvvisando e sfruttando la possibilità di guardarsi in faccia.

Eravamo noi è un docufilm di sessant’anni di “Repubbliche italiane”. Il migliore ed il peggiore momento storico di questi sessant’anni italiani?
Sì, sono essenzialmente sessant’anni della mia vita che poi verrebbero a coincidere con quelli della Repubblica Italiana anche se i primi anni li ho vissuti in Francia, ma comunque non riuscivo ad essere disconnesso da quello che accadeva nel paese nativo. Sono raccontati con la prospettiva sempre di uno che aveva dieci anni indietro rispetto a quelli che giocavano un ruolo portante per quegli eventi in tempo reale. Poi il resto delle immagini sono legate ai concetti grossi richiamati dai titoli dei giornali che fanno memoria storica, tipo fra vent’anni ci ricorderemo questa “cagata” del Covid o gli anni novanta ce li ricordiamo per l’inchiesta “mani pulite”. È una cavalcata di un osservatore esterno. Mi sento rispetto agli eventi passati un po’ come i personaggi della serie Fringe, che ritornavano indietro nel tempo ma potevano solo osservare. Il momento peggiore è stato quando la maggioranza critico-rivoltosa del popolo italiano è diventata maggioranza silenziosa che accetta tutto quello che gli viene detto di fare. Il fatto che nessuno più si ponga domande e chi le pone venga subito additato come complottista, negativista, fascista etc… (tutte figure che sfociano in un’accezione di “tristi”) è una cosa che mi sta facendo molto male.

Questa forma mentis si è sedimenta durante questi ultimi vent’anni e non solo in questo periodo di pandemia…
Sì, infatti la gente deve capire che i poteri forti vogliono che noi siamo silenti sempre, che non dobbiamo scendere in piazza perché devono realizzare i loro obiettivi velocemente. Questo concetto è così macroscopico che sembra assurdo che la maggioranza della gente si faccia influenzare solo dalla paura, anche se giustificata, per carità. Non è possibile che in pieno lockdown il 25 Aprile canti dai balconi l’inno dove si dice “perché se libero un uomo muore che cosa importa di morir” e poi accetti tutte le restrizioni che ti impongono in nome di questa paura. Il mio discorso è ineccepibile e non è quello di un vecchio rincoglionito. Mi si dice “ma sai i tempi sono cambiati”, ma non è vero, quelli che comandano sono gli stessi da 150 anni e le loro trame sono sempre le stesse. Per esempio le guerre si faranno sempre per motivi economici, punto e basta. Ripeto meglio il concetto: dico solo che dobbiamo stare attenti che chi comanda non sfrutti questa pandemia per soggiogare di più il popolo. Per esempio, io noto che, sia pur marginalmente e per pura casualità, si stia attuando proprio il piano “Propaganda 2” della P2: 1) tutti a Casa con il cavo a guardare la stessa merda di TV; 2) il parlamento dimezzato così è più facile comprarsi la gente; 3) cultura e sanità massacrati a colpi di machete; 4) scuole ridotte all’osso così la gente resta ignorante ed un ignorante non si difenderà mai. In questa pandemia guarda la casualità: tra le varie misure restrittive hanno chiuso fisicamente per primi proprio i licei e le università, dove di solito nascono i movimenti di protesta. Alla fine se uno pone queste domande viene subito additato come “complottista”… complottista sta minchia!

Il disco potrebbe avere come titolo “Noi in questa pandemia”, con sottotitolo “Ci hanno o ci siamo fottuti da soli alla grande”?
Io direi che ci stanno fottendo alla grande, se gli unici che vanno in piazza sono solo quelli delle destre radicali ed il pensiero libero è solo legato a dei precetti di radice fascista. Il pensiero critico si sta estinguendo con la paura di essere associati a chi alla fine vorrebbe restaurare il Duce… ma va a cagare! Ma basta, parliamo di musica cazzo!

Questo disco è nato come una sorta di celebrazione di quel cantautorato anni sessanta/settanta che ti ha insegnato a scrivere. Siccome si parla di citazioni, parafrasi e paracitazioni, ho accettato la sfida della caccia al tesoro ma poi ho capito che era persa in partenza perché hai talmente metabolizzato quei cantautori che si possono solo intravedere nei grumi residuali del frullatore testuale.
Un giorno pubblicherò tutti i testi con gli hyperlink ai video YouTube delle canzoni citate. Sicuramente per ogni brano c’è un riferimento ad una canzone del passato e quindi ci sono almeno 25 canzoni citate con intenzione. Poi c’è sicuramente Dylan, ma lui c’e sempre nel mio modo di scrivere. È certo che non c’è nessuna citazione intenzionale di cantautorato francese.

Mi piacerebbe capire cosa hai preso da questi cantautori in termini di metrica, di immagine e scrittura sonora?
La scrittura della poesia classica in italiano è basata su endecasillabi che non trovi facilmente nella scrittura di canzoni italiane per vari motivi e limiti di questo tipo di scrittura, ad esempio nelle canzoni dei RossoFuoco troverai sempre poesia spezzata, con pochi endecasillabi e molto giocata, invece, sugli accenti musicali: raramente troverai un accento rovesciato in levare su una mia canzone. Io cerco sempre di essere molto musicale e discorsivo nelle mie canzoni. Per le immagini mi piacciono moltissimo quelle di De Gregori perché ci sa fare tantissimo con le parole e forse perché abbiamo in comune Dylan come ispirazione. Ho amato tantissimo il primo De Gregori poi avevo perso quello successivo arrivato al grande pubblico, ma in seguito ho riscoperto dei veri gioiellini nella sua ultima produzione.

Nel lontano 2007 alla nostra domanda “Cosa pensi di MySpace?” hai risposto: “È una maniera molto bella, è un nuovo mondo. Quando ci metteranno le mani sopra in maniera terrificante quelli che vogliono farci solo soldi sarà un’altra merda come tante altre. Per il momento è ancora libero, come per il momento è ancora libero internet.” Alla fine ci avevi visto giusto… (Link intervista del 2007)
Beh! MySpace è diventato desueto ma Facebook che l’ha sostituito è in grado di influenzare le elezioni di un paese.

Sempre in quel 2007 ci preannunciasti un ragazzo di Ferrara, Le luci della centrale elettrica, come cosa nuova nella scena italiana oggi chi ti sentiresti di indicare?
Non a quella levatura, ma ci sono cose interessanti che sto producendo. Uno è Prevosti, un cantautore di Varese che vale parecchio. Un altro è Aleph Viola, un songwriter di Genova che pure è molto interessante. Ci sono cose belle in giro ma che alla fine non andranno da nessuna parte perché è roba intelligente e quindi non se li cura nessuno.

Ritorniamo al discorso di prima: l’approccio silente della massa fa comodo e si riflette anche nel modo in cui fruiscono la musica e l’arte in generale, senza esplorazione accontentandosi di quello che gli propongono la Radio ed i maggiori media. E poi ci sono quelli come te, coerenti, diretti, critici…
Io sono coerente in tutto quello che faccio. Penso, faccio, reagisco nella stessa maniera da sempre. Sono fatto così.

Ultima domanda-provocazione. Non servono più i batteristi senza click e i cantanti senza autotune?
Ho capito la tua provocazione. Io non ho nulla di contrario verso l’impatto della tecnologia nella composizione musicale. Se ad uno piace l’effetto distorto sulla voce in virtù dell’applicazione dell’autotune, sono cazzi suoi, nulla di contrario. Poi il mio discorso è legato anche al mio sentirmi “punk” che significa fare delle cose anche se non le sai fare. Quindi se c’è uno che vuole esprimersi con l’autotune perché non sa cantare ma alla fine quello che fa mi emoziona, amen. Tipo a Napoli, in passato ci sono stati musicisti straordinari ma non significa che tutto quello che è stato scritto da loro sia stato memorabile. Se oggi la trap emoziona va bene così, anche se realizzata da qualcuno che non è un gran musicista. Se si ragiona in questo schema della performance tecnica senza emozioni non si va da nessuna parte. Pensa a Van Gogh, ovviamente il suo stile di pennellata era fuori dagli schemi classici, ma alla fine un suo quadro emoziona, cazzo! A me per esempio Pavarotti non mi ha mai emozionato. Se c’è uno che si emoziona ogni volta che senti Fratelli d’Italia e si mette sull’attenti è uno sfigato e quelli sono problemi suoi ed anche grossi!

Quindi la trap come la vedi?
La vedo nuova ma non originale, perché è difficile esserlo nel 2020. La trap la vedo come una tendenza, come il rock’n’roll lo fu nel 1955. Ora il rock è ancora lì che resiste, mentre bisognerà vedere la trap se resisterà tra vent’anni.

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