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Otto mani, quattro cervelli e quattro cuori: intervista a Giorgio Canali

22.07.2007. La scorsa estate Giorgio Canali & Rossofuoco sono passati da Napoli per suonare al Farc! Sentire, un festival per gruppi emergenti organizzato a Scisciano (Na). In quell’occasione ho avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con Giorgio Canali sul suo ultimo album Tutti contro Tutti.
Abbiamo parlato proprio dell’ultimo lavoro e della sua storia sempre attuale che grida la sua verità: “Verità, la verità quella che sai e la sai per istinto e non è mai quella di chi ha vinto, verità, verità, quella sepolta da cumuli di sabbia, quella distorta che sveglia la tua rabbia”.

Iniziamo dal tuo ultimo album Tutti Contro tutti, ci racconti com’è nato tutto il lavoro e la storia che c’è dietro?
Tutti Contro Tutti è nato più di due anni fa. Era il momento di fare il quarto album, di chiudere quest’avventura. Nessuno di noi ne aveva voglia perciò abbiamo provato di nuovo. Sono sempre dei tentativi incongrui e il titolo sarebbe potuto essere proprio: Il quarto tentativo incongruo. Nella mia testa, però, c’era anche un vecchio titolo mai utilizzato Tutti Contro Tutti. Questo era il titolo del secondo album di un gruppo degli anni ’80, un album già pronto per uscire ma alla fine per stanchezza e forse per pigrizia non è uscito, è rimasto nel cassetto. Musicalmente non c’è niente di simile a quell’album, ma il titolo mi piaceva così tanto che è ritornato fuori.
Tutti contro tutti perché è un sentimento diffuso di delirio universale e incapacità di trovare dei punti in comune tra gli individui. Questo mondo è fatto da un miliardo e mezzo di eserciti diversi che si combattono, qualcuno di qualche persona sola, qualcuno di qualche persona in più. Forse fanno più paura quelli di poche persone. Tutti contro tutti era un vecchio gioco di quando ero piccolo. Si giocava a calcio tutti contro tutti, ognuno poteva far gol agli altri, poteva stendere gli altri per terra, era stupendo. E’ una specie di individualismo che viene predicato tutti i giorni, esasperato e portato ai massimi livelli, cioè in un mondo in cui spesso e volentieri troppi individui e troppi gruppi cercano di spacciarti come idea possibile per un mondo migliore quello della pace e dell’amore universale.
Bisogna fare i conti anche con questo sentimento diffusissimo di rivalità nei confronti degli altri, lo vediamo tutti i giorni nei telegiornali e sui giornali. I vicini che si ammazzano tra di loro perché l’acqua dei gerani della signora di sopra cade sul suo terrazzo. Tu sali e a sprangate ammazzi la signora di sopra. Non è il mondo che è impazzito, semplicemente è una normalità delle cose, è così. In Tibet probabilmente sarebbe molto diverso, in Palestina prima era molto diverso. Adesso è così, perciò ci beviamo il mondo così com’è, ed è divertente guardarlo in maniera un po’ snob, con fare distaccato, quello che dall’alto guarda e mentre si beve un cocktail vede la gente che si ammazza a fucilate. Questo è un mio modo di avere un punto di vista trasversale e fuori dai coppi come si dice in Romagna, cioè fuori dalle righe e dai soldi.
Stranamente l’album è nato prima musicalmente, perché abbiamo un sacco di roba da dire, inoltre è stato praticamente per intero registrato dopo improvvisazioni ad otto mani, quattro cervelli e quattro cuori. Avevo quasi tutto il materiale pronto e nemmeno una parola, a parte la questione del tutti contro tutti, perché poi alla fine la denominazione di quattro tentativi incongrui ci portava anche un po’ sfiga quindi non la volevamo utilizzare! Non avevo niente da dire, obiettivamente pensavo di aver già esaurito tutti i sinonimi, le battute, i giochi di parole, le stronzate, le furbizie linguistiche di cui sono capace, e che avevo già sparato fuori negli altri tre album. Poi è successa una cosa terrificante, tanto perché siamo sempre tutti contro tutti.
Nel 2004 un ragazzo di diciasette anni mentre rientrava a casa a Ferrara, città in cui abito, improvvisamente non c’era più. Aveva avuto la sfortuna di incontrare quattro poliziotti molto stronzi, questo non vuol dire che tutta la polizia sia stronza, ma che quei quattro erano molto pericolosi e spero che pagheranno per quello che hanno fatto almeno con l’esclusione dal servizio perché gente così è molto pericolosa da avere in giro. La cosa brutta e terribile è che per più di un mese la stampa locale ha ricamato la cosa come se fosse una faccenda di piccoli tossicodipendenti, di piccole vendette trasversali, di regolamento di conti tra spacciatori e piccoli tossici, quando alla fine è saltato fuori che il ragazzo in questione è semplicemente stato fermato: probabilmente perché ha reagito male a parole o anche a gesti è stato massacrato di manganellate.
Questa cosa mi ha fatto molto male anche perché per un mese e mezzo sei come distratto, sei al bar la mattina, apri il Resto del Carlino che è il giornale nel buco dell’Emilia. E’ stranissimo che il giornale locale emiliano sia uno dei giornali più di destra in Italia da sempre, nel momento in cui l’Emilia è la regione più di sinistra che ci sia in Italia insieme alla Toscana. Però è così, questo è un dato di fatto. Perciò dai credito un po’ alla versione anche perché è riportata più volte da testate diverse che hanno simpatie politiche diverse.
Per un mese e mezzo insomma abbiamo creduto tutti quanti che fosse la solita storia tra piccoli spacciatori e regolamento di conti annesso. I nuovi mezzi di comunicazione, tra cui internet sono stati alla base di una scoperta, perché la mamma di Federico ha aperto un blog su kataweb (http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/) e da quel blog è nato un caso. Continuavano a dire che suo figlio era un drogatello violento che si era messo a fare a botte con i poliziotti e poverino si era ammazzato da solo, ma lei non ci stava. E’ lì la potenza della cosa, ma la cosa grave e triste è che le storie legali in casa nostra debbano essere risolte da Striscia la notizia e Chi l’ha visto. Guarda che è terrificante, se ci pensi. C’è una frase che voglio tirare in ballo, è una delle stronzate che ho scritto in questo disco ed è non so veramente se mettermi a sparare, spararmi o fingermi morto. Perché non sai che cazzo fare. Cioè a quel punto lì o scendi in piazza e ti metti a prendere a martellate tutti o ti impicchi in garage oppure fai finta di non esistere. E non ci sono molte alternative. È difficile secondo me esistere senza preoccuparsi di quello che ti succede intorno. Poi è saltata fuori questa cosa e ho incominciato ad avere una specie di rigurgito violento. Venivano fuori parole vomitate, in ogni canzone di quest’album c’è un accenno piccolo, nascosto o manifesto che sia, a quella vicenda che mi ha molto scosso, soprattutto perché ci sono cascato; lo so di essere stupidamente egocentrico. Questa vicenda mi ha colpito perché ci sono cascato probabilmente non perché sia una cosa pesantissima, lo è, però devo ammettere che la cosa mi ha colpito perché io, che mi ritengo così intelligente, così sveglio, così pronto a capire come frulla il mondo, ci sono cascato e questa cosa mi ha dato praticamente una specie di input per movimentare tutto un giro di parole che sono finite nell’album, nel giro di un mese e mezzo, dopo un anno e qualcosa che esistevano le basi, ho chiuso i testi e abbiamo confezionato l’album e l’abbiamo fatto uscire. Tutti contro tutti è questo, è tutti contro tutti nessuno escluso.

Hai iniziato la tua carriera da solista nel 1998 pubblicando l’album Che fine ha fatto Lazlotòz, quasi del tutto in lingua francese. Come mai questa scelta?
Vivevo in Francia da quasi dieci anni, quindi la maggior parte dei miei pensieri si materializzavano nella mia testa in francese e sarebbe stato stupido tradurli. Proprio nel nuovo album ho tradotto uno dei pezzi che più mi piaceva del primo anche perché, dopo che esisteva da sei anni, mi è venuta automatica una specie di traduzione. Pensavo in francese, ma da un po’ di tempo non mi succede più. Mi alzavo la mattina e avevo nella testa almeno duecentocinquanta parole e pensieri in francese prima di averne uno in italiano. Prima scrivevo in maniera preponderante in francese, ora per niente. Ogni tanto mi scappa di avere qualche rigurgito in francese e quindi lo metto nel cassetto perché penso che tra un giorno o l’altro farò ancora qualcosa in francese, ma non in questo momento. Poi mi sono accorto che nel momento in cui fai qualcosa di francese la gente si distrae davanti, specialmente dal vivo. Eccetto 1000 Vietnam che è il pezzo con cui ritualmente chiudiamo il concerto da sempre. Penso che non abbiamo mai finito un concerto senza aver fatto quella come ultima canzone, è una specie di rito. Non credo molto nei riti, però quella lì, boh, è così.

C’è un pezzo al quale sei più legato?
No, fondamentalmente no. Ci sono dei pezzi che mi piacciono meno, ma non ho dei preferiti. Ho delle cose che mi sono riuscite particolarmente bene, Precipito è una di quelle. C’è una cosa magnifica che non suono più perché in francese, si chiama Probablement ed era nel mio primo album. Quello è uno dei pezzi che preferisco in assoluto, però è inutile suonarlo.

Cosa pensi della situazione della musica italiana sia dal punto di vista di musicista che di produttore?
Esiste ed è già tanto. Ci sono delle cose belle a fasi alterne, delle cose mediamente belle però senza niente che brilli. In questo momento c’è un sacco di merda in giro, però mi è capitato di sentire anche quattro o cinque perle che non avranno nessun tipo di fortuna, nessun tipo di seguito perché sono troppo intelligenti e questo è male, e il resto è molto mediocre. Uno fra tutti è un cantautore, definirlo cantautore è strano perché ha già un nome collettivo, si chiama Le luci della centrale elettrica, ed è un ragazzo casualmente di Ferrara, perché non sapevo neanche chi fosse, adesso lo conosco perché sono andato a cercarlo dopo aver sentito le sue cose. E’ spaventoso, ci ho messo un anno a scrivere i miei testi, se l’avessi conosciuto prima gli avrei chiesto di scriverne la metà e in sei mesi avremmo regolato il problema. Perché è veramente spaventoso. Monocorde pallosissimo dal punto di vista musicale, con un minimo di lavoro si può fare qualcosa di bello, però dal punto di vista della scrittura e della brillanza mentale è fantastico. E’ la cosa più interessante che ho sentito negli ultimi dieci anni in su.

Per concludere cosa ne pensi della musica in rete, il peer to peer, MySpace per esempio.Myspace è molto interessante per conoscersi e per farsi conoscere. Soprattutto per conoscersi tra artisti, anche per conoscersi tra gente che fa musica e gente che mangia musica. E’ una maniera molto bella, è un nuovo mondo. Quando ci metteranno le mani sopra in maniera terrificante quelli che vogliono farci solo soldi sarà un’altra merda come tante altre. Per il momento è ancora libero, come per il momento è ancora libero internet. Per me internet non è una novità perché sono sempre stato molto attratto dalle tecnologie nuove. Agli inizi degli anni ’80 facevo musica elettronica con tutte tecnologie midi, a livello anche sperimentale, a livello anche bello ed esasperato; avevo uno dei sistemi più complessi che esistessero all’epoca. Quindi non sono uno di quelli legato per forza di cose alla manualità, il computer mi piace come gioco, internet è magico, se lo sai usare bene hai vinto una battaglia in più rispetto agli idioti che continuano a dire che le cose moderne non gli stanno bene. Intanto saranno seppelliti sotto quintali di lava e magari tu riesci a sopravvivere perché usi internet bene.

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